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O sfruttamento o fame, il fascismo aziendale dell'Almaviva

CSP-Partito Comunista fed. Sicilia | partitocomunistasicilia.it

25/10/2013

Nel capitalismo, i lavoratori sono privati di tutto ciò di cui hanno bisogno per vivere, mentre una minoranza di capitalisti, uomini d'affari e banchieri, monopolizzano le fabbriche, aziende, il denaro per finanziarle ecc…, solo se i primi si sottomettono alle condizioni dei secondi, questi gli daranno il sostentamento minimo di cui hanno bisogno.

Sfruttamento o fame, questa è la libertà di scelta che offre il capitalismo, soprattutto oggi con lo smantellamento totale delle minime garanzie a difesa dei lavoratori conquistate negli anni passati dal movimento operaio italiano e internazionale, dove i lavoratori sembrano liberi di scegliere se "collaborare" o meno alle condizioni imposte da un determinato datore di lavoro attraverso la firma di un contratto, ma nella realtà la minaccia di non avere nulla per sopravvivere, costringe i lavoratori ad accettare le condizioni di sfruttamento imposte dai padroni.

Soprattutto al Sud questa realtà di ricatto sociale è ancora più drammatica, con il solo 39,8 % di occupati e un tasso di disoccupazione salito nell'ultimo anno al 21.6% in Sicilia (33% a Palermo con il 40% di inoccupati), con 84.000 posti di lavoro persi e una disoccupazione giovanile che supera il 50%. La disoccupazione cresce costantemente. Gli sfratti continuano. Continua il taglio dei diritti sociali e lavorativi. Continua la distruzione di tutte le conquiste operaie e popolari. Continua lo smantellamento della sanità e dell'istruzione pubblica. Continua il peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice. Continua il crimine sociale.

Questa è la realtà che la classe dominante cerca di occultare ed abbellire, attraverso la mediazione dei suoi mezzi di comunicazione e dei suoi soggetti sociali, politici e sindacali che disarmano i lavoratori, li disuniscono, illudono e smobilitano costantemente.

A Palermo e in altri centri della Sicilia, da mesi i lavoratori del colosso Almaviva sono in lotta contro l'offensiva padronale che vuole obbligare i lavoratori a rinunciare a tutti i loro diritti per lavorare e ricevere un misero salario. L'Almaviva è un colosso nei servizi di Customer Relationship Management, con presenza in Tunisia, Brasile, Cina e Italia dove conta 12.000 addetti tra diretti ed indiretti.

Dando uno sguardo generale al settore ci vengono subito in mente grandi file di lavoratori che passano la loro giornata lavorativa chinati su un telefono dal quale promuovono campagne e vendite di varie imprese. La pubblicità capitalista ci fa vedere questi lavoratori come persone sorridenti nel loro centro di lavoro, occultando la realtà lavorativa che affrontano i lavoratori di questo settore, nel quale sempre più uomini e donne, soprattutto giovani, vedono l'unica possibilità di trovare un lavoro.

Quando si firmano dei contratti, la maggior parte di essi sono per progetto e a tempo determinato, ma spesso quando una impresa promuove un progetto determinato incarica gli stessi lavoratori di realizzarne altri. Così le imprese evitano che questi lavoratori acquisiscano anzianità nell'imprese e inoltre che i lavoratori non abbiano nessun indennizzo per licenziamento. Spesso si pone il salario in relazione al numero di "commissioni" fatte dal lavoratore, sottoposto a costante pressione e minacce, mettendo in cima a tutto i profitti padronali, con costanti cambiamenti di orari ai quali i lavoratori sono sottomessi con cambi turno da mattina a pomeriggio, dal mezzo settimana al fine settimana, a seconda delle necessità delle imprese di rispondere alla domanda, cosa che comporta una totale insicurezza e conseguenze nella vita personale e familiare del lavoratore.

Venendo alla situazione dei lavoratori dell'Almaviva, il concetto espresso in precedenza – o sfruttamento o fame – trova la sua versione reale in modo drammatico nella minaccia a cui sono sottoposti questi lavoratori. I lavoratori già al massimo di livello di precarietà dovrebbero, a volere dell'Almaviva, firmare un atto di conciliazione che lederebbe i diritti accumulati negli anni tra cui le quote di anzianità lavorativa e imporrebbe ai dipendenti la rinuncia a qualsiasi eventuale contenzioso in cambio della "rassicurazione" fornita a entrare nella lista di prelazione, utile a definire le priorità di contrattualizzazione sui vari servizi. Firmando questo atto i lavoratori dichiarerebbero di aver svolto negli anni passati prestazioni di lavoro a favore della società in virtù di contratti di collaborazione autonoma, cosa falsa e che mette i lavoratori stessi a rischio di un perseguimento giudiziario per falso.

L'azienda in pratica vuol togliere lo status di dipendenti a questi lavoratori ma obbligarli a sottostare a tutto il rapporto di subordinazione lavorativa. Solo accettando di rinunciare a tutto si può avere una "rassicurazione" di poter continuare a lavorare, firmando il nuovo contratto di lavoro. Un esempio: se questi lavoratori fra un mese saranno licenziati non potranno avviare alcun procedimento legale contro il licenziamento, vista la firma dell'atto di conciliazione.

Queste pratiche liberticide contro i lavoratori sono ormai una prassi consolidata nei rapporti di lavoro, dove il lavoratore si deve presentare solo e spoglio di ogni difesa davanti al padrone. Una nuova fase d'offensiva lanciata dai padroni contro i lavoratori, che è partita qualche anno fa dal modello Marchionne a Pomigliano e che si è diffuso in tutti i settori. Contro questo fascismo aziendale, contro il ricatto sociale che mettono in atto i padroni e la classe dominante, la risposta dei lavoratori non può che essere ancora di più l'unità, la lotta, la solidarietà attiva e di classe, l'organizzazione del Fronte Unitario dei Lavoratori in ogni posto di lavoro per respingere l'offensiva padronale.

Chiediamoci qual è il ruolo e contributo degli imprenditori nella produzione? Marchionne guadagna quanto guadagnano 7mila operai FIAT, siamo sicuri che se si licenziasse Marchionne e si assumessero altri 7mila operai (o si portasse a un salario più dignitoso quello di 14mila) non si potrebbero fare macchine migliori? La qualità, tanto strombazzata, chi la produce, il padrone o i tecnici e gli operai?

Per quanto riguarda i settori di minore complessità tecnica la cosa è ancora più evidente. I padroni dei call-center per esempio, che cosa apportano alla produzione? Il valore dell'azienda risiede nelle competenze e nelle capacità di chi ci lavora. Per non parlare di quella stupidaggine del rischio imprenditoriale di cui i capitalisti si servono per imbambolare i lavoratori. Esso non esiste perché appena le aziende vanno male nella maggior parte dei casi i padroni chiudono e mettono tutti in mezzo la strada. Per questo i comunisti propongono che le aziende in crisi vengano immediatamente nazionalizzate e senza indennizzo e che vengano date in gestione ai lavoratori che sanno come farle andare avanti.

Ciò vale in particolare per l'azienda Almaviva. Se i lavoratori entrassero in possesso di questa azienda non avrebbero alcuna difficoltà a portarla avanti nel migliore dei modi e per gli interessi degli stessi lavoratori e non del padrone.

Nell'esprimere la nostra solidarietà di classe ai lavoratori dell'Almaviva e denunciare il fascismo aziendale messo in atto contro di loro, ci rivolgiamo alle migliaia di lavoratori, giovani e non, che soprattutto in Sicilia trovano il loro unico sbocco lavorativo nei call center, spesso in nero o con pessime condizioni "legali". Bisogna credere nella nostra forza come lavoratori, senza abbassare più la testa, rifiutare il fatalismo, il pessimismo e l'elemosina, ed unirsi e organizzarsi per non rimanere più soli davanti ai padroni, ai titolari e gestori dei call center.

Palermo, 25/10/2013

CSP-Partito Comunista fed. Sicilia


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