www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 31-05-14 - n. 501

La Politica Agricola Comune (PAC), un cappio al collo per i piccoli contadini

Partito Comunista - Sicilia | partitocomunistasicilia.it

19/05/2014

Il presente documento è una elaborazione del Comitato Regionale della Sicilia sul settore agricolo siciliano e i lavoratori dello stesso, frutto del contributo di compagni operanti nel settore, nel quadro della campagna contro l'Unione Europea e come base per la costruzione di un movimento di lotta contro il grande capitale e lo sfruttamento nelle campagne.

La PAC (Politica Agricola Comune) è lo strumento dell'Unione Europea per la regolazione finanziaria e produttiva della produzione agricola degli Stati membri della UE. Fin dai suoi inizi, è servita per contrastare e precarizzare le economie agricole e zootecniche dell'Unione in favore dei monopoli del settore agricolo, le multinazionali dell'alimentazione e delle forniture agroalimentari, privilegiando con le sue sovvenzioni milionarie i grandi latifondi. Nel contempo precarizza e rovina il contadino, sottomettendolo a una ferrea disciplina d'abbandono delle coltivazioni e superfici destinate tradizionalmente alla pastorizia, alla produzione di cereali, la frutticoltura, l'industria agroalimentare e la produzione agricola di alta qualità. Tutto ciò in cambio di imposizioni arbitrarie difficili da compiere e di sovvenzioni condizionate al compimento di misure draconiane.

Tali restrizioni e vincoli, hanno portato il piccolo contadino alla confusione, a una forma di vita precaria, all'impoverimento e il conseguente fallimento e chiusura di molte aziende agricole e allevamenti che non sono in grado di resistere alla "concorrenza", per la mancanza di protezione tariffaria, di finanziamento e di commercializzazione agricola.

La Sicilia, che rappresenta il 13.6% (219.677) delle aziende agricole attive in Italia, è un esempio paradigmatico di ciò. Prendendo a riferimento, l'ultimo censimento (n.6) sull'agricoltura in Sicilia, il dato che balza subito all'occhio è la caduta in termini percentuali del 50% del numero di aziende agricole dal 1982 ad oggi, con una forte tendenza in questa direzione testimoniata dalla chiusura di 94.775 aziende (pari al 25,9%) dal 2000 al 2010 (ultimo censimento). L'acuirsi della crisi capitalista in questi anni ha ulteriormente amplificato la situazione di crisi che attanaglia l'agricoltura siciliana, con molte aziende indebitate e sull'orlo del fallimento, crisi dovuta alla globalizzazione dei mercati, con sempre minori protezioni e con l'aumento esponenziale della competitività fra imprese e fra paesi, tramite le politiche internazionali del WTO e della PAC, che ha portato a una profonda e diversificata evoluzione della domanda alimentare, in special modo nei paesi a economia avanzata, che ha provocato il mutamento indotto (tramite ad esempio la pubblicità) negli stili di vita e di consumo e la globalizzazione organizzativa dell'industria e del commercio.

In particolare negli ultimi 30 anni, è divenuta prevalente la funzione della grande distribuzione, composta da grandi monopoli multinazionali che sottomettono il bene agricolo alle loro esigenze, da cui ne deriva che la "competitività" non si basa sulla qualità del prodotto ma sull'insieme della filiera, dai costi delle materie prime, della produzione agricola, a seguire con la trasformazione agroalimentare, la commercializzazione e la distribuzione, fino ad arrivare al mercato finale. In questo processo di divisione internazionale del lavoro – ormai dominato dai grandi monopoli multinazionali come la Nestlè, Monsanto, Syngenta, Coca Cola, Kraft, ADM, Bunge, Wal Mart, e per quanto riguarda la vendita la Carrefour, Metro, e in Italia Coop, Esselunga – chi viene schiacciato è il produttore diretto (il contadino, di ogni luogo) che da questa filiera ricava solo le briciole.

Auchan, Carrefour, Esselunga, Coop, etc. fissano il prezzo di acquisto ai produttori, a cui i piccoli sono obbligati a sottostare e le medie-grandi imprese sostengono con l'abbattimento dei costi di manodopera.

Sda, Bartolini, Tnt, Dhl, Gls, sono le multinazionali che conducono gran parte del flusso di merci che circolano in Italia, appaltando il lavoro a cooperative che operano attraverso un vero e proprio "caporalato legalizzato" che utilizza in gran parte manodopera a basto costo immigrata.

Le piccole e medie industrie di trasformazione, locali e non, si trasformano negli esecutori di queste sentenze di morte per i contadini, essendo esse stesse schiacciate dai prezzi fissati dai monopoli della distribuzione. Per esempio nella industria della produzione di pasta, l'abbattimento dei prezzi internazionali del grano ha portato i contadini meridionali ad abbassare sempre di più la qualità del grano prodotto, mettendoli completamente fuori mercato, a favore del grano importato, per esempio, da Canada e Ucraina.

Un altro esempio riguarda la produzione agrumicola, che vede del tutto fuori mercato i prodotti nazionali in favore di quelli provenienti dalla sponda meridionale del Mediterraneo, Marocco in testa. Bisogna tuttavia sottolineare che il malessere del contadino siciliano non è controbilanciato dallo sviluppo del contadino marocchino, tutt'altro! Infatti in quei paesi sono, ancora una volta, multinazionali europee che hanno acquistato terreni a prezzi ridicoli e ora sfruttano la manodopera locale in forma schiavistica.

Occorre notare invece che le produzioni agroalimentari tipiche del Nord Europa (quali prodotti caseari, spesso massificate e di infima qualità), godono ancora di protezioni che invece sono state sottratte ai prodotti più tipicamente mediterranei.

Questo è in breve il sistema agroindustriale, disegnato dalla UE, dalle organizzazioni padronali del capitalismo nelle campagne, una filiera dello sfruttamento, che garantisce i profitti alla Grande Distribuzione Organizzata e la sofferenza per i piccoli contadini e operai agricoli, quest'ultimi spesso migranti sottomessi alla Bossi-Fini.

La produzione agricola siciliana è composta primariamente di coltivazioni come l'olivo, la vite, gli agrumi e i fruttiferi e nel 94% dei casi si tratta di aziende individuali (nella gran parte dei casi con titolari over 65 e con un titolo di studio non superiore alla terza media) e la forza lavoro è costituita per il 74% dei casi da manodopera familiare. Nell'ultimo decennio, si registra però un significativo mutamento della ripartizione, dove le aziende di piccola e media dimensione (sotto i 10 ettari, che rappresentano l'87% del totale siciliano) diminuiscono sia di numero che di superficie, mentre aumentano in numero e superficie quelle di dimensioni superiori (superiori i 10 ettari), con una maggiore flessibilità nella struttura fondiaria, con forme di possesso diversificate ed orientate sempre più all'affitto o uso gratuito che sono il chiaro segnale della nascita di nuove aziende dovute all'investimento di società. Diminuisce anche l'uso della forza lavoro familiare aumentando quella non familiare, con un sempre maggior numero di operai agricoli i cui salari sono sempre più compressi al ribasso con una notevole presenza di manodopera immigrata assunta spesso tramite il caporalato e in nero. Questa lenta (rispetto al resto d'Italia) ristrutturazione del settore in Sicilia, cerca di rispondere alle "nuove" esigenze del mercato e alla necessità di conquista di quote di mercato. Le vittime sono i piccoli contadini e gli operai agricoli.

A Bruxelles stanno ingegnando nuove misure e dure condizioni. La campagna in corso abbonderà nella richiesta di difficili requisiti, con incentivi all'abbandono di superfici "poco produttive" e di coltivazioni e produzioni eccedenti e poco competitive (caso emblematico di ciò e la grande produzione siciliana di agrumi come limoni o arance che si perdono sulle piante) favorendo i soliti di sempre: speculatori e multinazionali del settore. Una di queste è la proposta di legge della Commissione Europea sul controllo delle sementi, sul quale si gioca la grande lotta dei grandi produttori multinazionali di sementi, come la Monsanto, DuPont ecc. Tramite l'Unione Europea queste multinazionali raggiungeranno l'obiettivo di porre sotto il loro totale controllo i semi e la coltivazione, a cui tutte le piccole aziende dovranno sottomettersi.

La politica agricola internazionale è in mano a grandi multinazionali di proprietà dei grandi gruppi bancari, che grazie a leggi internazionali producono varietà di piante ottenendo il monopolio delle cultivar OGM, impedendo agli agricoltori di riseminare o produrre piante o semi dalle stesse piante. In questo modo si semina lo stesso seme dall'Africa all'Asia dal nord al sud divenendo come popolazione mondiale dipendenti per nutrirci da questi monopoli multinazionali dell'agricoltura. Ciò comporta da una parte l'impoverimento dei piccoli e medi agricoltori, l'ulteriore peggioramento delle condizioni dei braccianti e operai dell'agroalimentare e dall'altra l'arricchimento dei capitalisti e delle multinazionali che agiscono sulla politica mondiale e a livello con leggi e politiche finalizzate a garantire i loro interessi. Così aziende italiane alimentari possono scrivere in etichetta che la pasta è prodotta in Italia senza dire che il grano proviene dalla Cina o dalla Romania, che le cosce per i prosciutti italiani provengono dalla Repubblica Ceca o dall'Ungheria, che i semi dei pomodori italiani sono prodotti in Olanda e che i principi attivi dei nostri antiparassitari sono prodotti in Usa e in Germania, che lo zucchero Italiano è prodotto in Serbia e in Francia.

Inoltre viene attuata una politica di incentivo all'abbattimento colturale, cioè vengono elargiti contributi per gli abbattimenti dei sistemi produttivi. E' in atto una campagna simile a quella avvenuta per la chiusura degli zuccherifici e la limitazione alla produzione bieticola italiana anche per viti, mele, pesche, albicocche, kiwi. Mascherati da OCM (Organizzazione Comune del mercato unico) i fondi vengono dati ai coltivatori per l'abbattimento e il re-impianto di nuove colture non sempre produttive e non sempre idonee agli standard produttivi Italiani. D'altra parte, l'UE promuove accordi con paesi terzi attraverso dei quali, seguendo la stessa logica, si impone cosa devono produrre questi paesi per accedere al mercato europeo, obbligando pertanto a modificare i sistemi di coltura e favorendo di nuovo i grandi gruppi monopolistici che sono proprietari di vaste superfici coltivabili. L'imposizione di quote sulla produzione fa sì che le capacità produttive esistenti non si sviluppino, si pregiudichi l'occupazione e arrivando all'estremo di dover acquistare all'estero ciò che potrebbe essere prodotto in Italia.

Di recente la Commissione Europea ha presentato la riforma della Politica Agricola Comune (PAC) in cui è stato introdotto un nuovo criterio di assegnazione degli aiuti, che verranno erogati in base agli ettari e non alla produzione. Questo provvedimento penalizza fortemente l'Italia, destinata complessivamente a perdere circa il 6% delle risorse comunitarie mentre favorisce gli agricoltori di Germania e Francia che assorbiranno una quota pari al 5,8%, una ulteriore mazzata al comparto agricolo nazionale da parte della comunità europea nel quadro delle contraddizioni e rapporti di forza interni all'UE, che penalizzano ulteriormente i paesi come Portogallo, Spagna, Grecia con le nuove entrate di Romania, Bulgaria, Slovenia e Polonia.

Nel dettaglio per quanto riguarda i prodotti ortofrutticoli, dei cereali, sementi e vitivinicoli:

Per i cavolfiori si assiste a delle diminuzioni dei prezzi comprese fra il 30 e il 53 per cento; per i pomodori si raggiunge anche il 46 per cento; per le pesche la diminuzione media è del 5-6 per cento ma per i frutti di calibro minore si raggiunge il 22 e per imballaggi particolari anche il 30. Ed ancora: limoni; diminuzioni fino al 20 per cento; mandarini; fino al 32 per cento; arance: fino a meno 30; per pere e mele, una decurtazione dei prezzi che può arrivare fino al 57 per cento; pomodori, fino ad un massimo del 46 per cento; mandarini, fino a meno 32;

In conclusione, per la salvaguardia dell'alimentazione e della sicurezza alimentare e dell'agricoltura contadina è necessaria l'unità dei braccianti, contadini, operai dell'agroalimentare e gli operai, lavoratori, disoccupati ossia i "consumatori" delle città, contro l'Unione Europea, i profitti della Grande Distribuzione Organizzata e delle multinazionali, contro il sistema capitalista monopolistico. Siamo consapevoli che quest'analisi è solo parziale e merita ancora un profondo studio con coerente approccio scientifico e di classe, ma ciò che fin qui abbiamo analizzato evidenzia chiaramente che l'Unione Europea rappresenta un ostacolo per l'agricoltura. È un ostacolo per lo sviluppo delle forze produttive, per l'autosufficienza e la creazione di ricchezza con mezzi propri. Non c'è possibilità che l'UE porti avanti altre politiche, a beneficio dei piccoli produttori agricoli, poiché l'UE nasce e si sviluppa come strumento a favore dei monopoli, a favore della concentrazione e accumulazione capitalista.

Ci rivolgiamo agli agricoltori siciliani, ai piccoli contadini e braccianti per costruire un percorso di lotta, autonomo e senza deleghe, all'interno di un ampio movimento di massa con il Fronte Unitario dei Lavoratori. Un primo passo positivo sono sicuramente quelle esperienze dei piccoli agricoltori siciliani che  auto-organizzano in contrapposizione alla grande distribuzione una filiera corta (produttore-consumatore) dei prodotti biologici locali, salvaguardando così qualità dei prodotti e dignità del lavoro.

Partito Comunista – Comitato Regionale Sicilia


Resistenze.org     
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.