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- proletari resistenti - lavoro - 16-10-14 - n. 516
Facchini in lotta contro la barbarie di Torino
Enzo Pellegrin
16/10/2014
Grugliasco, alle porte di Torino, località Gerbido: i facchini del Centro Agroalimentare (CAAT) protestano per una minima dignità umana: una retribuzione che non sia inferiore agli otto euro l'ora, un contratto unico per tutti i lavoratori presenti nella struttura. Il Centro CAAT è una struttura di proprietà pubblica, ha sostituito i vecchi mercati generali di via Giordano Bruno, ma i servizi di scarico e gli spazi di vendita all'ingrosso sono gestiti da poche cooperative che reclutano i lavoratori col metodo del caporalato, in disumane condizioni di schiavitù, lavoro nero ed a giornata. Nonostante il duro sciopero di cinque mesi fa le condizioni non sono cambiate. Nel CAAT poche imprese amministrano poi di fatto il mercato agroalimentare, tenendo alti i prezzi di frutta e verdura. In tal modo si spartiscono un grasso bottino ai danni dei lavoratori, i veri produttori, e ai danni dei mercati cittadini, e per giunta con l'incentivo fiscale. Intervistati qualche giorno prima sul punto, gli stessi commercianti di un grosso mercato cittadino rispondono: "La situazione al CAAT è all'estremo, quelli delle cooperative non possono gestire il lavoro in quella maniera e poi girare in Ferrari, e non che questo aiuti ad abbassare i prezzi di vendita dell'ingrosso. Non stupisce se con i loro prezzi vediamo i pensionati torinesi cercare la verdura nella spazzatura dei nostri mercati".
Per la riuscita dello sciopero, i lavoratori hanno predisposto picchetti agli ingressi. Hanno però trovato ad attenderli una soverchiante forza di polizia (oltre trecento uomini in assetto anti-sommossa) che hanno iniziato a sparare lacrimogeni non appena alcuni manifestanti si sono sdraiati in terra per impedire l'accesso alla struttura. Nascono scontri, repressi con violente cariche che hanno anche lo scopo di neutralizzare i picchetti.
Dice Francesco La Torraca, del Si Cobas, che fra gli altri ha organizzato lo sciopero: "La scorsa notte le forze dell' ordine hanno difeso l'illegalità, ci hanno continuamente accerchiato, spinto e un po' anche menato. La cosa impressionante è che si muovano trecento tra poliziotti e carabinieri per uno sciopero che altrimenti sarebbe stato pacifico. Hanno creato un clima di tensione per uno sciopero giusto, con rivendicazioni sacrosante".
Secondo il testimone presente, non è nemmeno vero che a creare tensione siano stati i manifestanti oppure alcuni intervenuti gruppi di antagonisti: "Questi ultimi – sostiene – sono rimasti in disparte, anche perché non ci interessava che diventasse il loro sciopero. La tensione è scoppiata quando è uscito un camion ad alta velocità nonostante lo sciopero. Ma gli antagonisti erano dietro e stavano tranquilli, i protagonisti della manifestazione sono stati i lavoratori. Non ci fossero stati gli antagonisti sarebbe successa la stessa cosa se non peggio. Volevamo cercare – spiega La Torraca – di limitare l'ingresso dei mezzi per dare un senso allo sciopero. La presenza massiccia della polizia ha vanificato gli sforzi dei lavoratori mentre in altre occasioni si è chiuso un occhio e non è accaduto nulla. Tutta questa situazione ha favorito l'illegalità contrattuale all'interno del Caat".
Ad un certo punto, un commerciante di 49 anni tenta di forzare il blocco con la propria auto, scende e litiga con qualcuno: volano parole, ma nessun contatto fisico, poi l'uomo rientra in macchina, ha un malore e si accascia. Viene prontamente soccorso ma il suo cuore soccombe per effetto di un infarto. Parte lo sciacallaggio mediatico dei giornali di regime cittadini. La Repubblica, giornale di Debenedetti - responsabile del disastro disoccupazione del Canavese e della distruzione dell'Olivetti, ora indagato dalla Procura di Ivrea per aver utilizzato amianto nei propri stabilimenti - riesce a titolare: "Torino: scontri durante la protesta ai mercati generali. Un ambulante muore di infarto" quasi ad addebitare allo sciopero dei lavoratori la causa di un malore che poteva sopraggiungere in qualsiasi altro momento di tensione.
C'è chi gioca sporchissimo, a Torino, contro il conflitto sociale. Si utilizza il cadavere di un uomo morto per mandare un messaggio terribile: anche la questione sindacale può diventare questione di ordine pubblico, come la TAV.
L'enorme quantità di poliziotti schierati è un chiaro indizio di come il gioco di sponda tra stampa e regime voglia esportare la soluzione TAV. Un tentativo di dividere i lavoratori e spezzare la solidarietà tra le loro lotte.
Un episodio simile era successo anche cinque mesi fa, dove un commerciante aveva intenzionalmente tentato di travolgere un picchetto e così facendo aveva investito cinque persone, tre lavoratori in sciopero e due agenti. Le tensioni provocano incidenti. Le tensioni avvengono però perché originate dalla continuazione - per nulla contrastata - di un trattamento disumano. Repubblica si guarda bene dal ricordarlo. Nessuna indagine ci risulta per ora sia stata aperta sul dilagante caporalato e sul lavoro nero all'interno del Centro.
E' la criminalità legalizzata. In questo orrido scenario c'è chi manda i poliziotti ad impedire un diritto costituzionalmente garantito, quello di sciopero contro una condizione - tra l'altro - non solo iniqua, ma disumana.
Nella cornice delle infrastrutture di pubblica proprietà comunale del CAAT prospera la più grande concentrazione di lavoro nero.
Un altro fiore all'occhiello di questa barbarie chiamata Torino.
Nelle vellutate sedie della sala rossa, il sindaco, ex segretario del PCI inchinato servilmente alla Fiat al tempo della marcia dei quarantamila, porta avanti orgoglioso i disastri dei suoi predecessori di centrosinistra. Da Castellani a Chiamparino fino alla giunta Fassiniana, i nodi e le contraddizioni da loro create emergono oggi allo scoperto come il fango marcio e funesto dopo l'alluvione: disoccupazione, miseria, terrore e degrado ambientale. Sempre nei pressi del Gerbido, per ironica coincidenza, poco oltre la sofferenza dei facchini torinesi, si erge la torre blu dell'inceneritore: impianto tossico, costruito in zona altamente inquinante col consenso di amministratori locali beneficiati da compensazioni, costato il sacco delle ricchezze pubbliche cittadine per ingrassare le lobbies bancarie che hanno prestato il danaro ed i padroni che lo gestiranno. Lo sfruttamento dei facchini e del lavoro nero nella cornice di una struttura pubblica da un lato, la rapina del pubblico denaro tramite un'opera inutile dall'altro. Entrambi si specchiano nei lucidi stivali delle truppe antisommossa. Al di là, ben protetta, invisibile, sta la parassita criminalità legalizzata del capitalismo. Al di qua i veri produttori che devono riprendersi le loro risorse , la loro ricchezza, il loro futuro.
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