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Piaggio e Pomigliano - Lo sciopero è una cosa seria

Paolo Casole | ful-lav.it

28/02/2015

Quando si svilisce uno strumento di lotta si spuntano le armi dei lavoratori.

Le quaranta lettere inviate dalla direzione Piaggio ai lavoratori accusati di aver abusato di un loro diritto costituzionale, il diritto di assentarsi dal lavoro per malattia, sono state spedite con una tempistica precisa e non casuale: è palese come la direzione aziendale abbia sfruttato le praterie aperte dal Jobs Act partorito dal governo Renzi; un parto legislativo che mette in evidenza, per chi ne avesse ancora bisogno, il legame stretto ed inscindibile tra il mondo industriale e lo Stato italiano, il quale a sua volta è vincolato a strutture superiori, quelle strutture che ormai hanno assorbito la sovranità degli Stati, con buona pace delle elezioni borghesi: la Troika (EU, BCE, FMI).

Per quanto possa essere comprensibile e condivisibile una reazione istintiva dei lavoratori della Piaggio di fronte al sopruso dell'azienda, è chiaro che una reazione che non sia fine a sé stessa e che abbia l'ambizione di ottenere dei risultati non può limitarsi ad una semplice ora di sciopero: pur raccogliendo la solidarietà di altre due aziende, lo sciopero di un'ora, oltretutto senza un'adeguata informazione e preparazione, rimane una forma di reazione sterile, finanche controproducente per il proseguimento della lotta dei lavoratori Piaggio contro questa ed altre prevaricazioni che arriveranno dall'azienda, a meno che non pensiamo di sistemare la nostra coscienza di "rivoluzionari da tastiera (o da poltrona)", dire "beh, quello che dovevamo fare l'abbiamo fatto", dare una pacca sulla spalla ai 40 lavoratori destinatari delle missive e fare il solletico all'azienda che si prende gioco dell'incapacità dei rappresentanti dei lavoratori di elaborare e sviluppare un'azione di lotta efficace. Quanti danni dietro un'azione dimostrativa concepita male e nata già morta: con un'adesione del solo 30% dei lavoratori non sarà per caso arrivato anche il momento per chi proclama scioperi mal riusciti di fare una sana autocritica? Se a questo ci aggiungiamo il fatto ancora più grave accaduto a Pomigliano d'Arco, dove allo sciopero indetto dalla FIOM contro i sabati di lavoro straordinario richiesti da Fiat Chrysler Automobiles hanno aderito solo 5 lavoratori su 1.478, come non porsi il problema di evitare che lo strumento di lotta più importante di cui dispongono i lavoratori si ritorca contro i lavoratori stessi a tutto vantaggio delle sempre più spregiudicate aziende?

Al contrario: si assiste ad un accanimento da parte di chi ha scioperato in Piaggio nei confronti del 70% di chi ha fatto una scelta diversa, si osannano i 5 eroi di Pomigliano senza porsi il problema di ricercare le cause del fallimento di queste due azioni, Pontedera e Pomigliano. Facile dare la colpa ai "crumiri", nuovi untori del XXI secolo, molto più difficile prendere atto dei propri limiti di comprensione della fase storica che sta attraversando il mondo del lavoro anche a causa di vent'anni e passa di sindacato concertativo, che cedimento dopo cedimento ha finito per svendere le conquiste e i diritti dei lavoratori. Insomma: quando si doveva scioperare non si è scioperato, quando non si deve sciopera (magari perché si sa che non si danneggia l'azienda), si sciopera.

Da dove partire allora? Innanzitutto, sarebbe necessario comprendere la propria realtà aziendale e le trasformazioni che essa ha subito nel corso degli ultimi anni; in secondo luogo, è urgente sviluppare un legame e una coscienza di classe perché solo ciechi, vigliacchi e opportunisti non si rendono conto che l'attacco che si sta perpetrando è ormai evidente non è più, e non è mai stato, contro la singola fabbrica o realtà lavorativa, ma è un riflesso dello scontro Capitale-Lavoro, uno scontro diventato più acuto e drammatico in Italia e nel resto del mondo.

Ci siamo chiesti cos'è il Jobs Act, quali conseguenze avrà sulla nostra pelle di lavoratori? Come siamo giunti a questo punto? Abbiamo il coraggio di uscire dalle gabbie dei sindacati concertativi e di base, ai quali abbiamo consegnato le nostre speranze e le nostre illusioni per ricavarne amarezza, delusione ed inadeguatezza, in una parola, negli ultimi trent'anni solo sconfitte? Per il bene della classe lavorativa e senza peli sulla lingua, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che non esistono scorciatoie riformistiche nè tantomeno spontaneistiche.

Non possiamo più prescindere da una forte base ideologica ed una sana prospettiva politica ed organizzativa di cui abbiamo bisogno e di cui per troppo tempo abbiamo creduto di poter fare a meno, abbagliati dalle sirene della concertazione e dell'antipolitica. Solo con una base ideologica ed una direzione politica chiara e ben strutturata, gli strumenti di lotta dei lavoratori possono essere efficaci; in assenza di una strategia di medio e di lungo periodo, e soprattutto in mancanza di una coscienza di classe, scioperi, picchetti, occupazioni, ed ogni altra forma di lotta, lasciano il tempo che trovano, risultando alla fine dannosi oltre che inconcludenti. Chi dirige il movimento operaio o chi aspira a farlo, come i molti rappresentanti sindacali anziché sfilare in passerella davanti ai lavoratori dovrebbero avere il polso della situazione del movimento operaio a partire dai propri luoghi di lavoro. Pretendere di avere ragione, pretendere di essere seguiti solo perché si è stati eletti, stando chilometri avanti alle masse lavoratrici, li fa semplicemente diventare gli utili idioti del datore di lavoro e del Capitale, aumentando l'autoreferenzialità della dirigenza sindacale, a tutto svantaggio della capacità di mobilitazione dei lavoratori, sempre più delusi e disillusi.

Lo sciopero dovrebbe ricordare ai capitalisti che i veri padroni non sono loro, ma gli operai, senza i quali tutta la produzione resterebbe ferma. "Lo sciopero" dice Lenin "insegna agli operai a comprendere dove sta la forza dei padroni e dove quella degli operai, insegna loro a pensare non soltanto al loro padrone e non soltanto ai loro compagni più vicini, ma a tutti i padroni, a tutta la classe dei capitalisti e a tutta la classe degli operai…lo sciopero fa capire agli operai chi sono, non soltanto i capitalisti, ma anche il governo e le leggi…Diventa allora chiaro per ogni operaio che il governo è il suo peggior nemico, un nemico che difende i capitalisti e lega mani e piedi agli operai" Uno sciopero che vede la partecipazione di meno di un lavoratore su tre, o cinque lavoratori su 1.478, può avere questi effetti? NO.

"Gli scioperi" continua Lenin "sono una scuola di guerra, non già la guerra stessa; gli scioperi sono soltanto uno dei mezzi di lotta, soltanto una delle forme del movimento operaio. Dagli scioperi isolati gli operai possono e devono passare alla lotta di tutta la classe operaia per l'emancipazione di tutti i lavoratori".

Salta agli occhi come nell'attuale fase di sviluppo del capitalismo, l'organizzazione sindacale attraversi una crisi costituzionale, per usare le parole di Gramsci, una crisi di potere e di sovranità: "Gli operai sentono che il complesso della loro organizzazione è diventato un tale enorme apparato, che ha finito per ubbidire a leggi proprie…estranee alla massa". Quanto sono vicine a noi lavoratori contemporanei queste parole di quasi un secolo fa!

E' per questo che noi lanciamo la parola d'ordine del FRONTE UNITARIO DEI LAVORATORI che dia un corpo ideologico, politico ed organizzativo unitario, alla classe dei lavoratori, in una lotta che per noi parte dalla contrapposizione tra il Capitale e il Lavoro mettendo al centro il "protagonismo operaio e dei lavoratori" stessi in cui le avanguardie si comportino, in quanto tali, al fianco della classe magari un passo avanti, ma mai più discosti proprio perché devono formare una massa critica che dia forma ad un nuovo modo di intendere i rapporti di proprietà e di gestione dei mezzi di produzione

Paolo Casole
Fronte Unitario dei Lavoratori Toscana

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