www.resistenze.org
- proletari resistenti - movimento operaio internazionale - 27-09-10 - n. 333
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
È il momento di accorciare la settimana lavorativa?
di Zoltan Zigedy
Non mancano le dichiarazioni retoriche sulla necessità di ridurre drasticamente la disoccupazione. I dati più attendibili, forniti dal governo, indicano che quasi il 17% della forza lavoro degli Stati Uniti è disoccupata. Questa cifra significa che negli Stati Uniti quasi un cittadino su cinque tra quelli che avevano un posto di lavoro prima dell’attuale crisi economica, o tra quelli che l'avevano trovato successivamente, è al momento disoccupato o sotto-occupato. Contando i lavoratori costretti ad accettare un part-time e quelli lavoratori che hanno rinunciato alla ricerca di un impiego, il numero totale dei disoccupati negli Stati Uniti ammonta a quasi venti milioni. Anche se l'interesse finora mostrato dai media e dai circoli del potere per l'immane tragedia umana di questi lavoratori e per le loro famiglie è in gran parte simbolico, quasi tutti parlano della necessità di ridurre la disoccupazione. Se è facile temporeggiare, nondimeno si può dimenticare che l'economia ha bisogno di almeno 150.000 posti di lavoro in più al mese per stare al passo della crescita demografica. E qui sta il problema: mentre tutti sono favorevoli alla piena occupazione, pochi hanno un concreto e onesto piano per realizzare questo obbiettivo.
Sentiamo, invece, parlare tanto di professioni "verdi", di riqualificazione, di incentivi fiscali, ecc.: le solite prese in giro alla base dei comizi elettorali dei candidati del Partito Democratico [statunitense]. Storicamente, la maggior parte dei dirigenti del Partito Democratico e gli arididirigenti dei sindacati collaborazionisti hanno cercato di stimolare – di "incentivare", per usare l'espressione di moda – le imprese ad assumere più lavoratori. Questo modo di pensare accetta implicitamente la supremazia della classe dirigente e cerca di incoraggiarla facendo appello a un movente egoistico: il profitto. Per decenni, i governi locali, statali e federali hanno versato miliardi di dollari dei contribuenti nelle tasche dei padroni nel tentativo di sollecitarli e convincerli ad assumere i lavoratori. Gli incentivi fiscali alle imprese hanno sostanzialmente esonerato i grandi gruppi dal dovere di contribuire, lasciando l'onere a noi comuni cittadini.
Nonostante la perseveranza con cui è stata applicata questa strategia, tutti gli economisti concordano sul fatto che abbiamo avuto un decennio "di disoccupazione". Da quando il settore della new economy è in crisi, l'occupazione è lontana dal tenere il passo con la crescita demografica e con la domanda di lavoro ben retribuito. Questo è un dato di fatto. La crisi iniziata negli anni 2007-2008, con la perdita di milioni di posti di lavoro, ha soltanto esacerbato una tendenza già in atto. E anche dopo la falsa ripresa, la crescita dell'occupazione è inesistente, nonostante l'aumento enorme dei profitti. Anche questo è un fatto. Solo chi è ideologicamente legato al dogma capitalista non riesce a vederlo. Questa strategia è un fallimento totale.
Per rispondere alla crisi, l'Amministrazione Obama ha predisposto un piano ibrido che ha cercato sia di mettere in moto la ripresa economica, sia di stimolare la creazione di posti di lavoro, con un pacchetto di 862 miliardi di dollari di incentivi. Lodevolmente, l'Amministrazione ha destinato quasi 300 miliardi di dollari agli stati federati, all’indennità di disoccupazione e ai buoni viveri per le famiglie. D’altro canto il pacchetto ha previsto 336 miliardi di dollari di incentivi finanziari, ossia tagli fiscali, una tantum, ecc.. Questo rappresentava l'osso, molto costoso, gettato agli ominidi dell’economia ancora fiduciosi che la ripresa sarebbe arrivata quando le persone avessero avuto qualche spicciolo in più in tasca: un altro esempio di buona volontà, più volte ripetuto da Obama, per placare i carnivori di destra. Un gesto politicamente inutile che verrà pagato dai contribuenti futuri.
Tornando al pacchetto, restavano ancora 230 miliardi di dollari, una somma non inconsistente, nonostante le rumorose proteste dei ben intenzionati economisti liberali che giudicavano il pacchetto inadeguato. Un semplice calcolo aritmetico dimostra che tale assegnazione sarebbe in grado di sostenere tra i 5 e i 6 milioni di posti di lavoro (a 35mila dollari all’anno) nel settore pubblico, tenendo anche conto delle modeste spese generali per gestire il programma. Inoltre, considerando una prudente azione moltiplicatrice, si sarebbero aggiunti migliaia di posti di lavoro supplementari e la crescita del settore privato. Naturalmente, ciò significa posti di lavoro creati direttamente dal governo federale: un approccio analogo a quello adottato durante l'Amministrazione Roosevelt quale misura per contrastare la Grande Depressione. Ma a causa della servile adorazione della supremazia del privato sul pubblico e il peso determinante di tale ideologia sui conti elettorali dei nostri leader, questa soluzione è stata esclusa da tutti, tranne alcune frange "di scriteriati" nel governo e nel movimento operaio.
Invece, l'Amministrazione Obama ha scelto di seguire il percorso che si è dimostrato così tristemente fallimentare nel corso di tanti anni: offrire allettanti progetti finanziati con fondi pubblici e quindi senza rischi per le imprese private. A fronte di consistenti danari ancora non stanziati, i risultati hanno deluso tutti. Quando il programma è stato avviato, in pochi hanno chiesto in che modo i fondi sarebbero stati spesi (Uno ero io, sul mio blog. Vedi: "Modalità da seguire per non creare occupazione"). I danari sarebbero semplicemente finiti nelle tasche degli imprenditori per la forza lavoro già esistente? Gli incentivi sarebebro stati per la maggior parte assorbiti dai profitti e non dall'occupazione? In effetti, i risultati sono stati si deludenti, ma solo per quelli che ingenuamente credevano che imprenditori e dirigenti si pongano il problema di creare occupazione. I padroni sono sempre felici di incamerare profitti per progetti di infrastrutture o di accettare sovvenzioni per avviare imprese in mercati non tradizionali, a patto che sia il governo a garantire i finanziamenti e ad assumere il rischio. Merita in proposito ricordare che l'Amministrazione ha creato un mero duplicato dell'industria per la Difesa, determinando sprechi colossali e profitti gonfiati: nessuna idea nuova e un debito più pesante sulle spalle del contribuente.
La storia del movimento operaio ci offre una soluzione diversa, una soluzione efficace. Dopo la Guerra Civile, negli Stati Uniti è iniziata la lotta per ridurre la giornata lavorativa a otto ore. In tutto il paese sono nate associazioni chiamati "Eight-Hour Leagues". Il movimento operaio ha appoggiato le rivendicazioni per la giornata di otto ore e le associazioni hanno rafforzato il movimento operaio contribuendo a organizzare i lavoratori. Questa lotta è diventata internazionale e ha stimolato la nascita di movimenti simili in tutto il mondo.
La conquista della giornata di otto ore è stata il fulcro di tutte le lotte operaie per quasi un secolo. Da qui sono nati i sindacati, questa la base delle trattative contrattuali. Dal punto di vista degli operai il contesto politico si è formato attorno questa lotta.
Oggi, una settimana lavorativa più breve costituirebbe una vittoria per il movimento operaio contro l'implacabile offensiva montata nei confronti dei lavoratori, congelando o riducendo i salari nel corso degli ultimi decenni. Se non tutti, molti lavoratori non hanno visto nemmeno una vittoria durante la loro vita. Ma più urgentemente, una settimana lavorativa breve sarebbe una risposta all'alta, persistente e dannosa disoccupazione causata dalla crisi economica. Imporre una giornata e una settimana lavorativa più breve, con sanzioni severe per il lavoro straordinario eccedente tali limiti, costringerebbe gli imprenditori ad assumere più lavoratori per mantenere o aumentare la produzione. Varare una legge nazionale che imponga una settimana lavorativa più breve - una giornata lavorativa di sette ore e una settimana di trentacinque – ridurrebbe la settimana lavorativa di oltre il 14% e, potenzialmente, aumenterebbe l'occupazione della stessa percentuale. Naturalmente, i padroni si opporrebbero a un aumento delle assunzioni come una minaccia alla redditività, ma la pressione del mercato - la riduzione di manodopera [determinata dalla riduzione di orario] – li costringerebbe a creare nuovi posti di lavoro per mantenere i livelli attuali di produzione o di servizio.
A differenza delle risposte convenzionali che spostano l'onere della ripresa sulle spalle dei contribuenti, la strategia della settimana lavorativa breve incide sui profitti dei padroni. Una legge idonea potrebbe garantire la riduzione di ore di lavoro e il mantenimento degli stipendi. Di conseguenza, è dal plusvalore dell’impresa capitalista che nuovi posti di lavoro sarebbero finanziati. Solo una soluzione che risolva il problema della disoccupazione attraverso uno spostamento nel bilancio economico dal lavoratore al capitalista può contare come un'offensiva, tardiva, nella lotta di classe e come progresso reale per i lavoratori.
Laddove il modello fallimentare e inefficace "dell'incentivo" costituisce il metodo per aumentare l'occupazione condiviso da entrambi i partiti politici e sostenuto dalla maggior parte dei sindacalisti, il modello della "settimana lavorativa più breve" sarebbe il segno di un abbraccio della militanza di classe, nonché una misura efficace, segnata da un nobile precedente storico. La disoccupazione non è frutto di qualche inspiegabile stranezza della natura, è la conseguenza della spietata, consapevole ricerca del profitto della classe dirigente. Una società giusta vuole che siano loro a pagare per eliminarla.
La legge sulle norme eque nel lavoro (Fair Labor Standards Act) del 1938 disciplina la materia. E’ stata modificata più volte dal 1938 per migliorare lo status del lavoratore, ma non per modificare la durata della giornata lavorativa. Forse è giunto il momento.
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