www.resistenze.org - proletari resistenti - salute e ambiente - 21-04-03

SANITA’ :
Devoluzione di poteri alle regioni o devastazione e  saccheggio del SSN ?

In linea con le politiche del fondo monetario internazionale e con gli accordi del GATS, che considerano strategiche le politiche di dismissione e di privatizzazione dei servizi sociali, inizia con i governi di centrosinistra anche nel nostro paese, soprattutto nella scuola e nella sanità.
 
Un’opera sistematica di distruzione dello stato sociale in tutte le sue articolazioni. Dove l’ideologia del libero mercato viene enfatizzata al punto di preferire affidare ai soggetti privati le funzioni di pubblico interesse quale la tutela della salute.
 
Nella sanità abbiamo visto questo percorso partire da lontano, con la trasformazione in aziende delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale al quale venivano tagliate le risorse messe a disposizione: non più un fondo sanitario nazionale a misura del fabbisogno della collettività, ma risorse limitate compatibili con quelle messe a disposizione dallo Stato, con le sue leggi finanziarie.

Il fosco orizzonte è quello di aprire al privato la gestione del mercato della salute. Prende forma così quella che i nuovi mercanti della salute chiamano la rivoluzione copernicana della sanità: lo svuotamento del mandato costituzionale del SSN e l’introduzione del principio di sussidiarietà dello Stato, che si “riserva” cioè di intervenire nella gestione e nella garanzia dei servizi solo laddove il privato non è in grado di assicurarli.

La “devolution” federalista attribuendo alle singole regioni pieni ed esclusi poteri in materia di sanità sancisce la rinuncia a garantire ad ogni singolo cittadino sul territorio nazionale uguali diritti in materia di salute, indipendentemente dal fatto di risiedere in una regione più o meno ricca, più o meno dotata di strutture, più o meno attenta ai bisogni sanitari.

Quello che viene minacciato è l’universalismo del sistema e l’uguaglianza del cittadino al diritto alla salute.

Il governo berlusconi  sta spingendo per una devoluzione alle regioni dei poteri di programmazione in materia di scuola, sanità e sicurezza locale.

Il progetto di revisione dell’art. 117 della costituzione, proposto dal ministro Bossi, prevede di inserire dopo il IV comma il seguente testo:
<< le regioni attivano la competenza esclusiva per le seguenti materie :
a) assistenza e organizzazione sanitaria;
b) organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di formazione;
c) definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della regione;
d) polizia locale;

Il progetto federalista del Governo Berlusconi tende a considerare tutte le forme di devoluzione, comprendendo l’attribuzione dello svolgimento di funzioni pubbliche ai soggetti privati ,forma estrema di devoluzione perseguita attraverso l’obiettivo della “ sussidiarietà  orizzontale”  in aggiunta a quella verticale.

Un obiettivo esplicitamente enunciato nel Dpef  2001, che prevede che il processo di devoluzione non debba limitarsi a trasferire le competenze politiche e amministrative attualmente esercitate dal governo centrale, ma debba determinare una loro riduzione per creare lo spazio di operatività a nuovi soggetti privati, non profit o a scopo di lucro.

Frammentare i poteri pubblici, ridurre la loro pervasività a tutti i livelli di governo e con tale devastazione rendere “naturale” l’affido a S.p.A e alle Fondazioni la gestione dell’assistenza da negoziare con le regole del mercato. Ogni regione per sé ed in concorrenza con le altre.

L’effetto principale di questa politica è in ogni modo la balcanizzazione del sistema sanitario: 23 piani regionali diversi, tutti commisurati non al fabbisogno di cure della popolazione ma alla congruità col fondo messo a disposizione dal bilancio regionale. Non è difficile intuire come i risultati possano essere differenti quando si parla di regioni ricche già dotate di strutture sanitarie efficienti e regioni povere dove anni di potere democristiano hanno lasciato in eredità solo servizi fatiscenti.

Il S.S.N. fino ad oggi si è caratterizzato per una programmazione centrale e dall’esistenza di un fondo sanitario nazionale e poi da una gestione locale.
Oggi con il meccanismo del federalismo fiscale definito dal D.Lgs 56/del 2000 varato dall’ “Amato” governo di centro sinistra si dovrebbe realizzare il graduale abbandono dei trasferimenti di quote del Fondo sanitario nazionale dal centro alle regioni.
Le incertezze in merito alle garanzie relative alla responsabilità finanziaria del governo centrale in merito alla copertura finanziaria dei livelli essenziali di assistenza in caso di insufficienza del fondo perequativo stanno alla base di un incredibile fronte “unanime” per un “ federalismo solidale” o cooperativo” che vede con diverse espressioni rappresentare perplessità diversi governatori di centro destra assieme a quelli di centrosinistra. (es. Cuffaro, Storace,Chiaravallotti)

La ricetta che ci viene proposta col nuovo modello sanitario è insieme terreno di prova ed esempio concreto delle rovinose conseguenze che la globalizzazione neoliberista produce in materia di politica sanitaria: consegnare agli appetiti speculativi del privato la gestione della salute pubblica significa avviarsi a grandi passi verso i  miserevoli livelli di assistenza sanitaria praticati dagli Stati Uniti, una  “democrazia matura” in cui decine di milioni di cittadini sono privi di assistenza sanitaria, perché troppo poveri per pagarsi un’assicurazione privata.  E’ una ricetta che prima di noi hanno conosciuto i cileni e oggi gli argentini, che si ritrovano con una privatizzazione totale dei servizi e senza … strutture sanitarie, senza farmaci e dove curarsi è davvero impossibile se non hai una carta di credito da esibire.

Servizi come i consultori familiari, i servizi per le dipendenze (SerT), la neuropsichiatria infantile, stanno scomparendo dall’orizzonte del territorio: il loro futuro si chiama appalto, privatizzazione, smembramento o più semplicemente chiusura.
Fette sempre più consistenti di servizi sia ospedalieri che territoriali vengono svenduti “al miglior offerente”, ditte private e cooperative più o meno profit, che risparmiando sulla qualità e sfruttando al massimo lavoratori sempre meno garantiti e sempre più sottopagati promettono di abbassare i costi di gestione.
Nelle Aziende Ospedaliere le privatizzazioni, che dovrebbero per legge essere limitate ai servizi non assistenziali, stanno estendendosi come un contagio all’intera attività sanitaria.
La nuova legge sulle tossicodipendenze voluta dal governo come messaggio mediatico di inasprimento delle politiche sociali rappresenta una dichiarazione di morte annunciata per i SERT. che secondo i nuovi padroni potrebbero essere dati in gestione direttamente alle comunità di recupero, così come i consultori possono tranquillamente chiudere la loro esperienza, tanto, in piena guerra alla legge 194, fioriscono ad ogni piè sospinto consultori privati lindi e puliti ma che non prescrivono gli anticoncezionali perché sono contrari alla morale cristiana.

Fra i disegni di legge che destano maggiori preoccupazioni quello legato all’area della psichiatria indica è sicuramente il maggiore. Questo governo non ha mai nascosto la sua intenzione di cancellare la legge Basaglia, dal nome di colui che aveva proposto la legge 180 con la quale il nostro paese avrebbe dovuto cancellare un obbrobrio sociale chiamato per l’appunto manicomio. Sappiamo tutti che non è andata così, che questa legge è stata sabotata, che non si è riusciti a costruire una alternativa concreta alla segregazione per chi manifestava disagio mentale. Sappiamo tutti che ha vinto il pregiudizio psichiatrico che la collettività manifesta per esorcizzare chi a torto o a ragione viene considerato diverso prima e pericoloso poi per una società sempre meno tollerante.
Non è una caso che in questa riforma si preveda la scomparsa della funzione di controllo che il Sindaco rivestiva nei casi di trattamento sanitario obbligatorio (TSO) ovvero di ricovero coatto che viene invece esteso ad altre situazioni portatrici di “allarme” sociale, come le dipendenze (alcool e droga) ma anche per “normali” stati di alterazione. Chi giudica sarà ovviamente una commissione medica … assistita dalla forza pubblica. Per evitare abusi naturalmente, e per rinchiudere più velocemente nei reparti di SPDC che diventeranno dei piccoli ed efficienti manicomi. Una forma estesa di carcerizzazione sociale che risponde ad un bisogno di controllo e di disciplina dei comportamenti che riporta le istituzioni totali al centro di un modello di involuzione della società che assume di volta in volta connotati patriarcali, sessisti, razzisti, xenofobi e proibizionisti.   

Le politiche sanitarie neoliberiste

Il governo Berlusconi ha varato una finanziaria che prevede un forte ridimensionamento del sistema sanitario pubblico. A partire dalla L.405 del 2001 con la riduzione dei posti letto per patologie acute che significherà la chiusura di decine di migliaia di posti letto e in taluni casi la stessa chiusura di piccoli ospedali pubblici (se ne stimano da 200 a 300). In taluni casi questa scelta soprattutto al Sud rischia di avere connotati traumatici perché - in presenza di un sistema di trasporti sempre più inefficiente e sempre più sottoposto a tagli - si rende ancora più difficoltoso il sistema di accesso alle cure sanitarie, soprattutto agli anziani e ai disabili, considerata la carenza ddei servizi socio-sanitari territoriali. A seguire la legge delega Tremonti per riforma fiscale che prospetta un abbattimento dell’IRAP e la L.112 del 2002 in relazione alle coperture dei disavanzi regionali e di spesa farmaceutica ( tetto del 13% ). Per finire con il termine previsto per giugno 2003 con  le trasformazioni degli IRCCS. 

Il processo di mercificazione della salute sta diventando sempre più uno degli elementi di scontro sociale nel nostro paese. Appare chiaro, infatti, che l’intento di questo governo è quello di cancellare il Sistema Sanitario Pubblico o quanto meno di snaturarne in via definitiva i suoi compiti istituzionali e le sue articolazioni. Ridurre i trasferimenti agli Enti Locali come prevede la Finanziaria significa ridurre e chiudere servizi, tagliare prestazioni, obbligare i cittadini a cercare altrove pagando i servizi che fino a ieri venivano erogati dallo Stato. E questo nonostante la spesa sanitaria in Italia sia inferiore a quella degli altri paesi europei.

Un sistema sanitario che rinuncia a quelle caratteristiche universali, di copertura generalizzata, senza distinzioni, dell’intero fabbisogno delle cure a favore di un mercato della salute che si basa in prevalenza sui fondi sanitari integrativi. 
Un processo che prevede la trasformazione delle Aziende Ospedaliere in Fondazioni che rappresentano a tutti gli effetti il cavallo di Troia per l’ingresso massiccio delle Assicurazioni nella gestione delle strutture sanitarie sottratte al controllo pubblico.
Chi vorrà curarsi dovrà entrare nell’ottica forzata di pagare un’assicurazione integrativa o altrimenti affidarsi alle prestazioni minime che il sistema potrà erogargli a prescindere dal fatto che siano o meno sufficienti. Un attacco indiretto ai lavoratori e ai pensionati dunque, che comporta un’ulteriore riduzione del potere di acquisto salariale già fortemente ridotto dalle politiche di contenimento economiche dovute all’accordo sul costo del lavoro del 1993 e all’abolizione degli strumenti di adeguamento automatico dei salari al costo della vita (scala mobile).


Il futuro degli operatori della sanità

In questo scenario gli operatori della sanità continuano a lavorare in condizioni di perenne emergenza, con organici cronicamente carenti, carichi di lavoro insopportabili e salari sempre più lontani anche dal solo recupero dell’inflazione; le corsie degli ospedali assomigliano sempre di più ad unità produttive di una qualunque fabbrica di merci, con le attività di cura e assistenza ridotte alla pura manutenzione/riparazione dei corpi, mentre le economie di gestione decidono della qualità del servizio.

Eppure i  servizi sanitari sono centrati sul rapporto utente-operatore. Da questo rapporto dipende la quantità e la qualità dell’assistenza. La presenza di personale in numero adeguato, professionalmente competente e motivato è il fattore determinante per l’efficacia delle attività prodotte. 

Invece quando si ragiona dei problemi degli operatori della sanità spesso lo si fa in modo segmentato e per categorie.

Il personale infermieristico costituisce il 40% di tutto il personale impiegato nelle strutture sanitarie pubbliche. Attualmente in base a valutazioni del collegio IPASVI il buco della carenza infermieristica è di circa 50.000 unità a livello nazionale. Sul versante internazionale  l’Italia è situata agli ultimi posti tra le nazioni Ocse con 5,3 infermieri per mille abitanti.
L’eterna emergenza infermieristica che, nelle regioni dove la presenza di strutture private è più consistente, assume aspetti drammatici, perché queste ultime - spesso con qualche briciola in più - contendono e sottraggono operatori già formati agli ospedali pubblici. Tutto questo mentre continua a proliferare il mercato del precariato e delle cooperative infermieristiche.

L’uscita da questa condizione di cronicità sembra oramai delineata: in primis con la trasformazione del ruolo svolto fino da oggi dall’infermiere che non sarà più una figura centrale nei percorsi di assistenza verso il paziente ma un piccolo supervisore di altre figure meno qualificate - gli operatori socio sanitari (OSS) e gli operatori tecnici addetti all’assistenza (OTA) - a cui progressivamente vengono scaricate attività sanitarie che prima erano di esclusiva competenza infermieristica.

Per altro la chiusura di molte scuole infermieri e l’obbligo della laurea (con corsi a numero chiuso) per questa figura professionale, ha comportato una consistente riduzione dell’offerta di infermieri rispetto al fabbisogno. A partire dall’anno accademico 1996/1997 la formazione di base avviene solo in ambito universitario.
L’infermiere come capetto della nuova organizzazione del reparto. E’ questa la nuova formula attuata col recente rinnovo contrattuale (biennio economico) che accelera un processo di gerarchizzazione totalmente funzionale alla nuova filosofia aziendalistica imperante nelle strutture sanitarie.

La cancellazione di ogni principio di solidarietà ed eguaglianza tra lavoratori, era già cominciata con i contratti precedenti che basavano sul merito, le "pagelline", la distribuzione del salario accessorio, unico aumento reale consentito.
L’introduzione dell’ “orario aggiuntivo”  L. n°1 del 2002 (ore di lavoro in più pagate in maniera differenziata a seconda della contrattazione aziendale e usate a discrezione di questa) instaura tra il datore di lavoro ed il lavoratore un contratto di prestazione individuale che annulla ogni residuo principio di lavoro di equipe, spinge al corporativismo la figura infermieristica, crea una forbice salariale di notevole entità tra lavoratori della stessa azienda e aumenta l’orario di lavoro abbassando di conseguenza la qualità dell’assistenza prestata.

E’ singolare in questo contesto la trasformazione sempre più marcata del salario: l’incremento della parte accessoria rispetto a quella fissa che aumenta solo del differenziale legato all’inflazione. Mentre quello accessorio diventa sempre più elemento di ricatto e di divisione tra i lavoratori, che hanno diritto ad aumenti salariali solo se sono disponibili a dilatare senza fine l’orario di lavoro, a rinunciare in ultima analisi alla gestione della propria vita privata.
Quello che si persegue è il totale cambiamento “culturale” della figura sanitaria in generale ed infermieristica in particolare: un libero professionista a metà con funzioni spesso di dirigenza e controllo, chiuso nel ghetto della propria corporazione, con conflittualità nulla, sempre più lontano dal malato e restio ad un'attività condotta in équipe, con orario di lavoro indefinito, strettamente legato ai tempi ed ai modi della produttività aziendale.

Anche la formazione, con l’introduzione dei crediti formativi (vedi scheda allegata), diventa una gara a “chi si forma di più” indipendentemente dalla qualità, spesso scadente, di questi percorsi formativi “a punti”, funzionali a quello che oramai è diventato un vero e proprio business della formazione.

Sappiamo che il percorso da compiere per contrastare questa “restaurazione” sarà lungo, difficile e anche impopolare, ma riteniamo sia l’unica strada percorribile per difendere la dignità di tutti i lavoratori della sanità, per riaprire una stagione di lotta contrattuale (con aumenti in paga base) senza dimenticare che la salute è un diritto per tutti e la sua mercificazione, a qualsiasi livello, un danno irreparabile.

Nel frattempo, la figura dell’OSS risponde strategicamente a questa ristrutturazione: oltre a consentire un risparmio consistente (il personale è inquadrato in categoria B o Bs in luogo della D o Ds) è una figura più facilmente reperibile sul mercato e più normalizzabile, in quanto storicamente meno dotata di strumenti culturali e professionali.
Per le categorie degli ausiliari, il futuro diventa notevolmente incerto. Non è un mistero che le Aziende preferiscano imprese - ancor meglio se cooperative - per lo svolgimento di quelle che chiamano attività alberghiere, perché garantiscono continuità e scaricano dagli obblighi di gestione del personale.

Personale che nel frattempo è invecchiato, si è ammalato lavorando male e spesso in condizioni di non sicurezza ed oggi può essere tranquillamente “rottamato” perché non serve più alle Aziende Ospedaliere.

Come non servono più i servizi economato, le cucine, le mense, la manutenzione. Questi possono essere esternalizzati.
Obiettivo economico: raggiungere la parità di bilancio. Questo imperativo della legge finanziaria avrà inevitabilmente un riflesso sulla voce che da sempre incide maggiormente sulla spesa sanitaria: il personale. E questo vorrà dire, come già vuol dire, risparmiare su tutto: non sostituire le maternità, le malattie, non assumere, blocco del turn-over ad oltranza. Vuol dire aumentare i carichi di lavoro perché la produzione in fatto di prestazioni sanitarie non può diminuire. Vuol dire stravolgere la vita del personale con un ricorso continuo al cambio turno come vuole la logica del just in time. Vuol dire privare il personale del diritto a programmare la propria esistenza fuori dell’ospedale, perché questo ha la precedenza su tutto.

Vuol dire sfruttamento e mano militare per reprimere i comportamenti di quanti si ribellano all’ingiustizia. 


Il diritto alla salute come questione sociale

E questo è l’esempio più chiaro di quello che vuol dire consegnare la salute degli uomini e delle donne di questo paese alle leggi del mercato. La cura e l’assistenza cessano di essere un diritto universale, mentre la sanità è ridotta ad essere solo una merce fra le merci, prodotta - comprata - venduta secondo regole che, lungi dal garantire il benessere e la qualità di vita, la prevenzione del danno, l’efficacia e l’umanità della cura, sono dettate unicamente dal profitto.
Il riscatto degli operatori della sanità da questo imbarbarimento e dal degrado sociale di questa logica mercantile nasce concretamente dalla capacità di coinvolgere nella elaborazione di una piattaforma sociale gli utenti dei servizi, le associazioni, i singoli cittadini che abbiano al centro la lotta per difendere il diritto alla salute e alla qualità dell’assistenza, per un sistema sanitario pubblico e universale, per pretendere condizioni di lavoro dignitose e la garanzia dei diritti dei lavoratori.
Oggi come non mai è impensabile credere di poter risolvere questa dimensione del conflitto nell’ambito della singola azienda. La capacità di articolare un piano vertenziale che coinvolga tutti i soggetti interessati diventa un elemento strategico. E’ importante creare reti che lavorino concretamente alla difesa del diritto alla salute, che pongano territorialmente il problema della difesa delle strutture sanitarie pubbliche, coinvolgendo in eguale misura gli interessi dei cittadini, delle associazioni e dei lavoratori. Ma che abbiano anche la capacità di articolare la vertenza tenendo conto del ruolo che esercitano le Amministrazioni locali, su cui pende la spada di Damocle del taglio dei trasferimenti di risorse operate dal governo con la finanziaria, e che devono diventare - in qualcun caso loro malgrado - responsabili del taglio dei servizi sociali.
E’ solo da queste reti che può nascere un movimento di lotta per il diritto alla salute, in grado di comunicare con la gente e con le Amministrazioni locali che non vogliono piegarsi a questo massacro, di porre con centralità questo tema, di indicare con continuità mobilitazioni e rivendicazioni.

Forse la ricerca di questo terreno di comunanza d’interessi fra lavoratori e utenti può costituire anche un terreno su cui sperimentare forme di relazione sociale differente, la riscoperta di un mondo dove la solidarietà collettiva rappresenta un’alternativa concreta al mercato di sfruttamento della salute.


ALLEGATO 1
SCHEDA CREDITI FORMATIVI

C’è ancora molta confusione sulla Educazione Medica Continua (ECM) e sui crediti formativi e di sicuro c’è solo quello previsto nel Piano Sanitario nazionale e nei piani regionali che, riferendosi al D. legislativo 229/99, considerano la Formazione “una leva strategica”. Si parla di formazione continua e di formazione manageriale, della necessità di rivolgersi agli 800.000 professionisti sanitari di tutte le categorie, poiché almeno sulla carta viene stabilito che la formazione non può e non deve essere elitaria, e che bisogna usare tre forme di “capitale” umano, sociale e fisico per potenziare i fattori di sviluppo della sanità.
Dal 2002 diventa realtà l’acquisizione dei crediti per tutti gli operatori sanitari che partecipano agli eventi organizzati dalla COMMISSIONE NAZIONALE PER L’EDUCAZIONE MEDICA CONTINUA (E.C.M.) che, con l’adesione di varie organizzazioni ed associazioni, compresi gli ordini delle professioni sanitarie, la federazione dei direttori generali delle aziende sanitarie e le società scientifiche italiane, deve occuparsi dell’aggiornamento aziendale.
Vengono stabiliti la richiesta di  10 crediti per il 2002;  20 per il 2003;  30 per il 2004;  40 per il 2005;  50 per il 2006 per un totale di  150 crediti in 5 anni ma ancora vengono richiesti chiarimenti dalle varie aziende poiché il ministero della Sanità sta in continua definizione della “formazione permanente”: prima bisogna essere accreditati, poi bisogna presentare tre mesi prima il progetto ed il programma di formazione, poi si deve aspettare la definizione ed i costi. Fatto sta, che molte aziende non hanno ancora dato la possibilità di raggiungere i crediti previsti per il 2002 e sono entrati in gioco altre realtà accreditate per la formazione, che stanno facendo di questo diritto/necessità un’altra immensa fonte di guadagno che ignora totalmente il bisogno di qualità, umanizzazione e miglioramento dell’assistenza e della professionalità.
Basti pensare la vergogna della libera professione infermieristica all’interno delle strutture sanitarie, introdotta con la legge n.1 dell’8/1/02, che viene considerata una possibilità per creare una “cultura delle professioni”con la valorizzazione “mirata” per la professione infermieristica che, come per i medici, permette una “migliore gratificazione economica” ottenendo dall’amministrazione una paga oraria maggiorata grazie al contributo degli utenti, oppure ancora, sempre nella stessa legge, la possibilità, previa formazione, per gli operatori socio-sanitari di trasformarsi negli ex-infermieri generici e risolvere così la carenza degli organici infermieristici esternalizzando le pulizie, riducendo, di fatto, gli organici effettivi dei reparti e dei servizi, ed imponendo carichi di lavoro sempre maggiori con le pluri mansioni.
Di fatto, la conferenza Stato-Regioni del dicembre 2001 ha stabilito gli obiettivi raggiungibili nei prossimi tre anni e che ancora stanno in definizione ma che spiegano bene gli interessi economici politici che si nascondono sotto il nostro bisogno/desiderio formativo:
- un sito internet (ECM Ministero sanità), in funzione, che registrerà gli eventi formativi i cui crediti, assegnati con griglie predisposte dalla Commissione Nazionale e valutata da referees (garanti) anonimi indicati dalle società scientifiche, saranno oggetto di certificazione ufficiale;
- l’attuazione della formazione aziendale da gennaio di quest’anno;
- attuazione della formazione anche a distanza per tutti gli operatori, compresi i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta ed i liberi professionisti mediante approvazione ed accreditamento delle piattaforme di e-learning (sapere) e dei loro contenuti da parte della Commissione nazionale;
- definizione dei criteri di passaggio dall’accreditamento degli eventi formativi a quella dell’accreditamento dei providers (fornitori), mediante la delega ai soggetti idonei previsti dalla legge, che così possono produrre eventi formativi ed attribuire crediti;
- attivazione di un sistema di controllo sulla qualità degli eventi, dei providers e del programma generale di Educazione Continua in Medicina (ECM) affidato prevalentemente alle Società scientifiche ed alle loro Federazioni;
- attuazione di un programma di verifica sul triennio;
- utilizzazione dei crediti per la conferma della validità dell’esame di abilitazione professionale e loro valorizzazione come titoli di carriera.

Sono coinvolti negli Eventi Formativi ECM queste categorie sanitarie:
medici, infermieri, tecnici, odontotecnici, fisioterapisti, psicologi, dietiste, educatori professionali, dietiste.

Gli organizzatori degli eventi formativi ECM per il Ministero della Sanità possono essere:
Aziende Usl, ospedaliere, Policlinici, case di cura accreditate e non, fondazioni, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, l’Istituto Superiore di Sanità, Ministero, Regioni, Province, Ordini e collegi professionali, scuole di formazione, società ed associazioni professionali, società scientifiche, università, altro ente pubblico ed altri soggetti privati. L’autorizzazione e la successiva assegnazione dei crediti, dopo 60/90 giorni dalla richiesta, avverrà da parte del Ministero valutando: le attività formative del promotore dell’evento e degli altri docenti, le modalità di attuazione e di partecipazione, le verifiche a fine corso (sono previste schede specifiche).

Invece l’aggiornamento professionale, come previsto da contratto, è rivolto a tutte le categorie precedenti più agli agenti socio sanitari ed agli amministrativi ed è organizzato e gestito dall’Azienda di appartenenza.
Alcune aziende, hanno preparato un regolamento specifico per l’attuazione della Formazione continua e per l’accreditamento in ECM stabilendo dove trovare le risorse per i finanziamenti e come viene diviso il budget fra le varie strutture complesse, identificando un responsabile delle Unità Operative/Organizzative Formazione e Educazione della salute che si occuperà di coordinare i vari progetti e proposte, ed una commissione tecnico scientifica che diventa l’organo di consulenza tecnica dell’azienda per la formazione di tutto il personale.
Altre aziende non hanno ancora definito niente ed i lavoratori stanno partecipando a corsi a pagamento organizzati da privati od ordini e collegi professionali.

ALLEGATO 2

SCHEDA DATI SANITA’ A CURA DEL COBAS POLICLINICO
(FONTI: OECD HEALTH 2000 E OECD PARIS 2001)
 

Regione

Spesa sanitaria  pubblica pro capite

Spesa in convenzione

Lazio

1.802.223

768.000

Lombardia

2.058.478

661.000

Piemonte

1.635.000

579.978

Veneto

1.759.632

595.000

Emilia

2.032.000

634.000

Toscana

1.835.000

572.000

Campania

1.556.000

672.000

Calabria

1.594.666

588.903

Sicilia

1.559.000

588.000



Regione

Istituti pubblici

Privati accreditati

Lazio

21.611

12.588 (mag.  Posti letto x lungodegenze)

Lombardia

41.147

8.745  (mag. Posti letto x Acuti)

Piemonte

21.300

3.515  (mag. x Acuti)

Veneto

22.425

1.280 (mag. x Acuti)

Emilia

16.228

5.027 (mag.x  Lungodegenze)

Toscana

15.192

2.227 (mag.x Acuti)

Campania

19.821

7.141 (mag. x Acuti)

Calabria

10.142

3.272 (mag. x Acuti)

Sicilia

18.071

3.564 (mag. x Acuti)



I Piani Sanitari Regionali 2002-2004 prevedono in tutte le regioni tagli di posti letto e servizi:

5.400 posti letto in Lombardia, 3.000 in Toscana, 1.200 in Piemonte oltre a 10-12 DEA ed altrettanti reparti di chirurgia, 2.000 nelle Marche, 1.500 da chiudere e 2.000 da riconvertire nel Lazio, 3 ASL in Molise, ecc. di fatto cambiando naturalmente in peggio tutti questi dati dal 2001..


 Posti letto x 1000 abitanti 

Regione

Pubblici (media 4,3)

privati (media 1,0)

Lazio

4,1

2,4

Lombardia

4,6

0,8

Piemonte

4,1

0,8

Veneto

5,0

0,3

Emilia

4,1

1,3

Toscana

4,3

0,6

Campania

3,4

1,2

Calabria

3,3

1,6

Sicilia

3,5

0,7



La riduzione dei posti letto  prevista nel Piano Sanitario Nazionale ed in tutti quelli regionali vedrà ridurre unicamente i posti letto delle strutture pubbliche dovendo arrivare ad un rapporto complessivo di 5 P.L. per 1000 abitanti, di cui 1  per la riabilitazione e lungodegenza.


Regione

Tot. Medici (medicina generale)

Pediatri             

Assistiti per medico     

per  pediatra

Lazio

4823

733

995

633

Lombardia

7370

908

1105

714

Piemonte

3632

425

1087

736

Veneto

3579

774

1121

774

Emilia

3279

457

1098

680

Toscana

3079

390

1030

738

Campania

4459

672

1156

764

Calabria

1725

642

1056

642

Sicilia

4000

853

1105

726

 
 

Regione

Totale personale sanitario

Totale per mille abitanti 

Lazio

49.473

9,43

Lombardia

100.354

11,14

Piemonte

50.909

11,87

Veneto

55.135

12,31

Emilia

51.862

13,12

Toscana

46.492

13,18

Campania

53.482

9,23

Calabria

23.384

11,31

Sicilia

46.808

9,17



Regione

Tot. Medici

Totale infermieri

Infermieri /Medici

Infer. x 1000 abitanti

Lazio

7.858

18.622

2,37

3,55

Lombardia

14.029

38.415

2,74

4,26

Piemonte

7.766

19.215

2,47

4,48

Veneto

7.339

25.005

3,41

5,58

Emilia

7.434

21.253

2,86

5,38

Toscana

6.434

19.301

3,00

5,47

Campania

3.724

7.786

2,09

3,77

Calabria

9.122

20.537

2,25

3,77

Sicilia

8.032

16.687

2,01

3,27



Spesa Sanitaria pubblica corrente regionale nel ’99 (valori espressi in miliardi):

Regione

 

Lazio

11.352

Lombardia

19.069

Piemonte

5.758

Veneto

9.580

Emilia

8.998

Toscana

7.440

Campania

11.246

Calabria

2.360

Sicilia

9.218



Media Nazionale al dì: £ 500.000 per un ricovero;  £ 100.000 per un’assistenza domiciliare.
 
 
SPESA SANITARIA IN ITALIA comparata con altri stati

 

Spesa Sanitaria Totale     (SST)

Spesa Sanitaria Pubblica    (SSP)

Senza SSN: Stati Uniti  

13,6

6,1

                   Francia         

9,5

7,2

                   Germania      

8,3

7,9

 

 

 

Con SSN: Italia                 

8,4

5,6

                 Danimarca        

8,3

6,8

                 Finlandia          

6,9

5,3

                 Islanda             

8,3

7,0



L’Italia sta al 15° posto su 24 paesi per la spesa sanitaria pubblica,  al 9° per la spesa sanitaria totale rispetto al PIL ed all’11° posto fra i paesi con il SSN rispetto all’efficienza.


Spesa sanitaria e modelli organizzativi.

Paesi con Sistema Sanitario Nazionale e senza Sistema Sanitario Nazionale (sistema assicurativo, con casse mutue senza fini di lucro, o assicurazioni volontarie con presenza di organizzazioni for profit), i primi spendono di meno di quelli che ne sono privi per questi motivi:
- i SSN semplificano l’amministrazione dell’assistenza sanitaria, con meno burocrazia rispetto ai sistemi privati e con costi di gestione molto più bassi.
- i controlli sulle prestazioni non necessarie risultano maggiormente efficaci anche perché in molti paesi con il SSN le modalità di pagamento sono quasi sempre a stipendio o a quota capitaria e non a prestazione.
Eccetto il Portogallo che ha un efficienza zero, nonostante che abbia il SSN, e l’Austria che è senza SSN con un efficienza dell’1,51, tutti gli altri paesi con SSN hanno un’efficienza che va dal 2,15 della Svezia ad 1 del Canada, quelli senza SSN vanno dallo 0,98 della Svizzera allo zero degli Stati Uniti.

Cobas Sanità