SANITA’
:
Devoluzione di poteri alle regioni o devastazione
e saccheggio del SSN ?
In linea con le politiche del fondo monetario internazionale e con gli accordi
del GATS, che considerano strategiche le politiche di dismissione e di
privatizzazione dei servizi sociali, inizia con i governi di centrosinistra
anche nel nostro paese, soprattutto nella scuola e nella sanità.
Un’opera sistematica di distruzione dello stato sociale in tutte le sue
articolazioni. Dove l’ideologia del libero mercato viene enfatizzata al punto
di preferire affidare ai soggetti privati le funzioni di pubblico interesse
quale la tutela della salute.
Nella sanità abbiamo visto questo percorso partire da lontano, con la
trasformazione in aziende delle strutture del Servizio Sanitario Nazionale al
quale venivano tagliate le risorse messe a disposizione: non più un fondo
sanitario nazionale a misura del fabbisogno della collettività, ma risorse
limitate compatibili con quelle messe a disposizione dallo Stato, con le sue
leggi finanziarie.
Il fosco orizzonte è quello di aprire al privato la gestione del mercato della
salute. Prende forma così quella che i nuovi mercanti della salute chiamano la
rivoluzione copernicana della sanità: lo svuotamento del mandato costituzionale
del SSN e l’introduzione del principio di sussidiarietà dello Stato, che si
“riserva” cioè di intervenire nella gestione e nella garanzia dei servizi solo
laddove il privato non è in grado di assicurarli.
La “devolution” federalista attribuendo alle singole regioni pieni ed esclusi
poteri in materia di sanità sancisce la rinuncia a garantire ad ogni singolo
cittadino sul territorio nazionale uguali diritti in materia di salute,
indipendentemente dal fatto di risiedere in una regione più o meno ricca, più o
meno dotata di strutture, più o meno attenta ai bisogni sanitari.
Quello che viene minacciato è l’universalismo del sistema e l’uguaglianza del
cittadino al diritto alla salute.
Il governo berlusconi sta spingendo per
una devoluzione alle regioni dei poteri di programmazione in materia di scuola,
sanità e sicurezza locale.
Il progetto di revisione dell’art. 117 della costituzione, proposto dal
ministro Bossi, prevede di inserire dopo il IV comma il seguente testo:
<< le regioni attivano la competenza esclusiva per le seguenti materie :
a) assistenza e organizzazione sanitaria;
b) organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di
formazione;
c) definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse
specifico della regione;
d) polizia locale;
Il progetto federalista del Governo Berlusconi tende a considerare tutte le
forme di devoluzione, comprendendo l’attribuzione dello svolgimento di funzioni
pubbliche ai soggetti privati ,forma estrema di devoluzione perseguita
attraverso l’obiettivo della “ sussidiarietà
orizzontale” in aggiunta a
quella verticale.
Un obiettivo esplicitamente enunciato nel Dpef
2001, che prevede che il processo di devoluzione non debba limitarsi a
trasferire le competenze politiche e amministrative attualmente esercitate dal
governo centrale, ma debba determinare una loro riduzione per creare lo spazio
di operatività a nuovi soggetti privati, non profit o a scopo di lucro.
Frammentare i poteri pubblici, ridurre la loro pervasività a tutti i livelli di
governo e con tale devastazione rendere “naturale” l’affido a S.p.A e alle
Fondazioni la gestione dell’assistenza da negoziare con le regole del mercato.
Ogni regione per sé ed in concorrenza con le altre.
L’effetto principale di questa politica è in ogni modo la balcanizzazione del sistema
sanitario: 23 piani regionali diversi, tutti commisurati non al fabbisogno di
cure della popolazione ma alla congruità col fondo messo a disposizione dal
bilancio regionale. Non è difficile intuire come i risultati possano essere
differenti quando si parla di regioni ricche già dotate di strutture sanitarie
efficienti e regioni povere dove anni di potere democristiano hanno lasciato in
eredità solo servizi fatiscenti.
Il S.S.N. fino ad oggi si è
caratterizzato per una programmazione centrale e dall’esistenza di un fondo
sanitario nazionale e poi da una gestione locale.
Oggi con il meccanismo del federalismo fiscale definito dal D.Lgs 56/del 2000
varato dall’ “Amato” governo di centro sinistra si dovrebbe realizzare il graduale
abbandono dei trasferimenti di quote del Fondo sanitario nazionale dal centro
alle regioni.
Le incertezze in merito alle garanzie relative alla responsabilità finanziaria
del governo centrale in merito alla copertura finanziaria dei livelli essenziali
di assistenza in caso di insufficienza del fondo perequativo stanno alla base
di un incredibile fronte “unanime” per un “ federalismo solidale” o
cooperativo” che vede con diverse espressioni rappresentare perplessità diversi
governatori di centro destra assieme a quelli di centrosinistra. (es. Cuffaro,
Storace,Chiaravallotti)
La ricetta che ci viene proposta col nuovo modello sanitario è insieme terreno
di prova ed esempio concreto delle rovinose conseguenze che la globalizzazione
neoliberista produce in materia di politica sanitaria: consegnare agli appetiti
speculativi del privato la gestione della salute pubblica significa avviarsi a
grandi passi verso i miserevoli livelli
di assistenza sanitaria praticati dagli Stati Uniti, una “democrazia matura” in cui decine di milioni
di cittadini sono privi di assistenza sanitaria, perché troppo poveri per
pagarsi un’assicurazione privata. E’
una ricetta che prima di noi hanno conosciuto i cileni e oggi gli argentini, che
si ritrovano con una privatizzazione totale dei servizi e senza … strutture
sanitarie, senza farmaci e dove curarsi è davvero impossibile se non hai una
carta di credito da esibire.
Servizi come i consultori familiari, i servizi per le dipendenze (SerT), la
neuropsichiatria infantile, stanno scomparendo dall’orizzonte del territorio:
il loro futuro si chiama appalto, privatizzazione, smembramento o più
semplicemente chiusura.
Fette sempre più consistenti di servizi sia ospedalieri che territoriali
vengono svenduti “al miglior offerente”, ditte private e cooperative più o meno
profit, che risparmiando sulla
qualità e sfruttando al massimo lavoratori sempre meno garantiti e sempre più
sottopagati promettono di abbassare i costi di gestione.
Nelle Aziende Ospedaliere le privatizzazioni, che dovrebbero per legge essere
limitate ai servizi non assistenziali, stanno estendendosi come un contagio
all’intera attività sanitaria.
La nuova legge sulle tossicodipendenze voluta dal governo come messaggio
mediatico di inasprimento delle politiche sociali rappresenta una dichiarazione
di morte annunciata per i SERT. che secondo i nuovi padroni potrebbero essere
dati in gestione direttamente alle comunità di recupero, così come i consultori
possono tranquillamente chiudere la loro esperienza, tanto, in piena guerra
alla legge 194, fioriscono ad ogni piè sospinto consultori privati lindi e
puliti ma che non prescrivono gli anticoncezionali perché sono contrari alla
morale cristiana.
Fra i disegni di legge che destano maggiori preoccupazioni quello legato all’area
della psichiatria indica è sicuramente il maggiore. Questo governo non ha mai
nascosto la sua intenzione di cancellare la legge Basaglia, dal nome di colui
che aveva proposto la legge 180 con la quale il nostro paese avrebbe dovuto
cancellare un obbrobrio sociale chiamato per l’appunto manicomio. Sappiamo
tutti che non è andata così, che questa legge è stata sabotata, che non si è
riusciti a costruire una alternativa concreta alla segregazione per chi
manifestava disagio mentale. Sappiamo tutti che ha vinto il pregiudizio
psichiatrico che la collettività manifesta per esorcizzare chi a torto o a
ragione viene considerato diverso prima e pericoloso poi per una società sempre
meno tollerante.
Non è una caso che in questa riforma si preveda la scomparsa della funzione di
controllo che il Sindaco rivestiva nei casi di trattamento sanitario
obbligatorio (TSO) ovvero di ricovero coatto che viene invece esteso ad altre
situazioni portatrici di “allarme” sociale, come le dipendenze (alcool e droga)
ma anche per “normali” stati di alterazione. Chi giudica sarà ovviamente una
commissione medica … assistita dalla forza pubblica. Per evitare abusi
naturalmente, e per rinchiudere più velocemente nei reparti di SPDC che
diventeranno dei piccoli ed efficienti manicomi. Una forma estesa di
carcerizzazione sociale che risponde ad un bisogno di controllo e di disciplina
dei comportamenti che riporta le istituzioni totali al centro di un modello di
involuzione della società che assume di volta in volta connotati patriarcali, sessisti,
razzisti, xenofobi e proibizionisti.
Le politiche sanitarie neoliberiste
Il governo Berlusconi ha varato una finanziaria che prevede un forte
ridimensionamento del sistema sanitario pubblico. A partire dalla L.405 del
2001 con la riduzione dei posti letto per patologie acute che significherà la
chiusura di decine di migliaia di posti letto e in taluni casi la stessa
chiusura di piccoli ospedali pubblici (se ne stimano da 200 a 300). In taluni
casi questa scelta soprattutto al Sud rischia di avere connotati traumatici
perché - in presenza di un sistema di trasporti sempre più inefficiente e
sempre più sottoposto a tagli - si rende ancora più difficoltoso il sistema di
accesso alle cure sanitarie, soprattutto agli anziani e ai disabili, considerata
la carenza ddei servizi socio-sanitari territoriali. A seguire la legge delega
Tremonti per riforma fiscale che prospetta un abbattimento dell’IRAP e la L.112
del 2002 in relazione alle coperture dei disavanzi regionali e di spesa
farmaceutica ( tetto del 13% ). Per finire con il termine previsto per giugno
2003 con le trasformazioni degli
IRCCS.
Il processo di mercificazione della salute sta diventando sempre più uno degli
elementi di scontro sociale nel nostro paese. Appare chiaro, infatti, che l’intento
di questo governo è quello di cancellare il Sistema Sanitario Pubblico o quanto
meno di snaturarne in via definitiva i suoi compiti istituzionali e le sue
articolazioni. Ridurre i trasferimenti agli Enti Locali come prevede la
Finanziaria significa ridurre e chiudere servizi, tagliare prestazioni,
obbligare i cittadini a cercare altrove pagando i servizi che fino a ieri
venivano erogati dallo Stato. E questo nonostante la spesa sanitaria in Italia
sia inferiore a quella degli altri paesi europei.
Un sistema sanitario che rinuncia a quelle caratteristiche universali, di
copertura generalizzata, senza distinzioni, dell’intero fabbisogno delle cure a
favore di un mercato della salute che si basa in prevalenza sui fondi sanitari
integrativi.
Un processo che prevede la trasformazione delle Aziende Ospedaliere in
Fondazioni che rappresentano a tutti gli effetti il cavallo di Troia per
l’ingresso massiccio delle Assicurazioni nella gestione delle strutture
sanitarie sottratte al controllo pubblico.
Chi vorrà curarsi dovrà entrare nell’ottica forzata di pagare un’assicurazione
integrativa o altrimenti affidarsi alle prestazioni minime che il sistema potrà
erogargli a prescindere dal fatto che siano o meno sufficienti. Un attacco
indiretto ai lavoratori e ai pensionati dunque, che comporta un’ulteriore
riduzione del potere di acquisto salariale già fortemente ridotto dalle
politiche di contenimento economiche dovute all’accordo sul costo del lavoro
del 1993 e all’abolizione degli strumenti di adeguamento automatico dei salari
al costo della vita (scala mobile).
Il futuro degli operatori della sanità
In questo scenario gli operatori della sanità continuano a lavorare in
condizioni di perenne emergenza, con organici cronicamente carenti, carichi di
lavoro insopportabili e salari sempre più lontani anche dal solo recupero
dell’inflazione; le corsie degli ospedali assomigliano sempre di più ad unità
produttive di una qualunque fabbrica di merci, con le attività di cura e
assistenza ridotte alla pura manutenzione/riparazione dei corpi, mentre le
economie di gestione decidono della qualità del servizio.
Eppure i servizi sanitari sono centrati
sul rapporto utente-operatore. Da questo rapporto dipende la quantità e la
qualità dell’assistenza. La presenza di personale in numero adeguato,
professionalmente competente e motivato è il fattore determinante per
l’efficacia delle attività prodotte.
Invece quando si ragiona dei problemi degli operatori della sanità spesso lo si
fa in modo segmentato e per categorie.
Il personale infermieristico costituisce il 40% di tutto il personale impiegato
nelle strutture sanitarie pubbliche. Attualmente in base a valutazioni del
collegio IPASVI il buco della carenza infermieristica è di circa 50.000 unità a
livello nazionale. Sul versante internazionale
l’Italia è situata agli ultimi posti tra le nazioni Ocse con 5,3
infermieri per mille abitanti.
L’eterna emergenza infermieristica che, nelle regioni dove la presenza di
strutture private è più consistente, assume aspetti drammatici, perché queste
ultime - spesso con qualche briciola in più - contendono e sottraggono
operatori già formati agli ospedali pubblici. Tutto questo mentre continua a
proliferare il mercato del precariato e delle cooperative infermieristiche.
L’uscita da questa condizione di cronicità sembra oramai delineata: in primis
con la trasformazione del ruolo svolto fino da oggi dall’infermiere che non
sarà più una figura centrale nei percorsi di assistenza verso il paziente ma un
piccolo supervisore di altre figure meno qualificate - gli operatori socio
sanitari (OSS) e gli operatori tecnici addetti all’assistenza (OTA) - a cui
progressivamente vengono scaricate attività sanitarie che prima erano di
esclusiva competenza infermieristica.
Per altro la chiusura di molte scuole infermieri e l’obbligo della laurea (con
corsi a numero chiuso) per questa figura professionale, ha comportato una
consistente riduzione dell’offerta di infermieri rispetto al fabbisogno. A
partire dall’anno accademico 1996/1997 la formazione di base avviene solo in
ambito universitario.
L’infermiere come capetto della nuova organizzazione del reparto. E’ questa la
nuova formula attuata col recente rinnovo contrattuale (biennio economico) che
accelera un processo di gerarchizzazione totalmente funzionale alla nuova
filosofia aziendalistica imperante nelle strutture sanitarie.
La cancellazione di ogni principio di solidarietà ed eguaglianza tra
lavoratori, era già cominciata con i contratti precedenti che basavano sul
merito, le "pagelline", la distribuzione del salario accessorio,
unico aumento reale consentito.
L’introduzione dell’ “orario aggiuntivo”
L. n°1 del 2002 (ore di lavoro in più pagate in maniera differenziata a
seconda della contrattazione aziendale e usate a discrezione di questa) instaura
tra il datore di lavoro ed il lavoratore un contratto di prestazione
individuale che annulla ogni residuo principio di lavoro di equipe, spinge al
corporativismo la figura infermieristica, crea una forbice salariale di
notevole entità tra lavoratori della stessa azienda e aumenta l’orario di
lavoro abbassando di conseguenza la qualità dell’assistenza prestata.
E’ singolare in questo contesto la trasformazione sempre più marcata del
salario: l’incremento della parte accessoria rispetto a quella fissa che
aumenta solo del differenziale legato all’inflazione. Mentre quello accessorio
diventa sempre più elemento di ricatto e di divisione tra i lavoratori, che
hanno diritto ad aumenti salariali solo se sono disponibili a dilatare senza
fine l’orario di lavoro, a rinunciare in ultima analisi alla gestione della
propria vita privata.
Quello che si persegue è il totale cambiamento “culturale” della figura
sanitaria in generale ed infermieristica in particolare: un libero
professionista a metà con funzioni spesso di dirigenza e controllo, chiuso nel
ghetto della propria corporazione, con conflittualità nulla, sempre più lontano
dal malato e restio ad un'attività condotta in équipe, con orario di lavoro
indefinito, strettamente legato ai tempi ed ai modi della produttività
aziendale.
Anche la formazione, con l’introduzione dei crediti formativi (vedi scheda
allegata), diventa una gara a “chi si forma di più” indipendentemente dalla
qualità, spesso scadente, di questi percorsi formativi “a punti”, funzionali a
quello che oramai è diventato un vero e proprio business della formazione.
Sappiamo che il percorso da compiere per contrastare questa “restaurazione”
sarà lungo, difficile e anche impopolare, ma riteniamo sia l’unica strada
percorribile per difendere la dignità di tutti i lavoratori della sanità, per
riaprire una stagione di lotta contrattuale (con aumenti in paga base) senza
dimenticare che la salute è un diritto per tutti e la sua mercificazione, a
qualsiasi livello, un danno irreparabile.
Nel frattempo, la figura dell’OSS risponde strategicamente a questa
ristrutturazione: oltre a consentire un risparmio consistente (il personale è
inquadrato in categoria B o Bs in luogo della D o Ds) è una figura più
facilmente reperibile sul mercato e più normalizzabile, in quanto storicamente
meno dotata di strumenti culturali e professionali.
Per le categorie degli ausiliari, il futuro diventa notevolmente incerto. Non è
un mistero che le Aziende preferiscano imprese - ancor meglio se cooperative -
per lo svolgimento di quelle che chiamano attività alberghiere, perché
garantiscono continuità e scaricano dagli obblighi di gestione del personale.
Personale che nel frattempo è invecchiato, si è ammalato lavorando male e
spesso in condizioni di non sicurezza ed oggi può essere tranquillamente
“rottamato” perché non serve più alle Aziende Ospedaliere.
Come non servono più i servizi economato, le cucine, le mense, la manutenzione.
Questi possono essere esternalizzati.
Obiettivo economico: raggiungere la parità di bilancio. Questo imperativo della
legge finanziaria avrà inevitabilmente un riflesso sulla voce che da sempre
incide maggiormente sulla spesa sanitaria: il personale. E questo vorrà dire,
come già vuol dire, risparmiare su tutto: non sostituire le maternità, le malattie,
non assumere, blocco del turn-over ad oltranza. Vuol dire aumentare i carichi
di lavoro perché la produzione in fatto di prestazioni sanitarie non può
diminuire. Vuol dire stravolgere la vita del personale con un ricorso continuo
al cambio turno come vuole la logica del just in time. Vuol dire privare il
personale del diritto a programmare la propria esistenza fuori dell’ospedale,
perché questo ha la precedenza su tutto.
Vuol dire sfruttamento e mano militare per reprimere i comportamenti di quanti
si ribellano all’ingiustizia.
Il diritto alla salute come questione sociale
E questo è l’esempio più chiaro di quello che vuol dire consegnare la salute
degli uomini e delle donne di questo paese alle leggi del mercato. La cura e
l’assistenza cessano di essere un diritto universale, mentre la sanità è
ridotta ad essere solo una merce fra le merci, prodotta - comprata - venduta
secondo regole che, lungi dal garantire il benessere e la qualità di vita, la
prevenzione del danno, l’efficacia e l’umanità della cura, sono dettate
unicamente dal profitto.
Il riscatto degli operatori della sanità da questo imbarbarimento e dal degrado
sociale di questa logica mercantile nasce concretamente dalla capacità di
coinvolgere nella elaborazione di una piattaforma sociale gli utenti dei
servizi, le associazioni, i singoli cittadini che abbiano al centro la lotta
per difendere il diritto alla salute e alla qualità dell’assistenza, per un
sistema sanitario pubblico e universale, per pretendere condizioni di lavoro dignitose
e la garanzia dei diritti dei lavoratori.
Oggi come non mai è impensabile credere di poter risolvere questa dimensione
del conflitto nell’ambito della singola azienda. La capacità di articolare un
piano vertenziale che coinvolga tutti i soggetti interessati diventa un
elemento strategico. E’ importante creare reti che lavorino concretamente alla
difesa del diritto alla salute, che pongano territorialmente il problema della
difesa delle strutture sanitarie pubbliche, coinvolgendo in eguale misura gli interessi
dei cittadini, delle associazioni e dei lavoratori. Ma che abbiano anche la
capacità di articolare la vertenza tenendo conto del ruolo che esercitano le
Amministrazioni locali, su cui pende la spada di Damocle del taglio dei
trasferimenti di risorse operate dal governo con la finanziaria, e che devono
diventare - in qualcun caso loro malgrado - responsabili del taglio dei servizi
sociali.
E’ solo da queste reti che può nascere un movimento di lotta per il diritto
alla salute, in grado di comunicare con la gente e con le Amministrazioni
locali che non vogliono piegarsi a questo massacro, di porre con centralità
questo tema, di indicare con continuità mobilitazioni e rivendicazioni.
Forse la ricerca di questo terreno di comunanza d’interessi fra lavoratori e
utenti può costituire anche un terreno su cui sperimentare forme di relazione
sociale differente, la riscoperta di un mondo dove la solidarietà collettiva
rappresenta un’alternativa concreta al mercato di sfruttamento della salute.
ALLEGATO 1
SCHEDA CREDITI FORMATIVI
C’è ancora molta confusione sulla Educazione Medica Continua (ECM) e
sui crediti formativi e di sicuro c’è solo quello previsto nel Piano Sanitario
nazionale e nei piani regionali che, riferendosi al D. legislativo 229/99,
considerano la Formazione “una leva strategica”. Si parla di formazione
continua e di formazione manageriale, della necessità di rivolgersi agli
800.000 professionisti sanitari di tutte le categorie, poiché almeno sulla
carta viene stabilito che la formazione non può e non deve essere elitaria, e
che bisogna usare tre forme di “capitale” umano, sociale e fisico per
potenziare i fattori di sviluppo della sanità.
Dal 2002 diventa realtà l’acquisizione dei crediti per tutti gli operatori
sanitari che partecipano agli eventi organizzati dalla COMMISSIONE NAZIONALE PER L’EDUCAZIONE MEDICA CONTINUA
(E.C.M.) che, con l’adesione di varie organizzazioni ed
associazioni, compresi gli ordini delle professioni sanitarie, la federazione
dei direttori generali delle aziende sanitarie e le società scientifiche
italiane, deve occuparsi dell’aggiornamento aziendale.
Vengono stabiliti la richiesta di 10 crediti per il 2002; 20 per il 2003; 30 per il
2004; 40 per il 2005; 50 per il
2006 per un totale di 150 crediti in 5
anni ma ancora vengono richiesti chiarimenti dalle varie aziende
poiché il ministero della Sanità sta in continua definizione della “formazione
permanente”: prima bisogna essere accreditati, poi bisogna presentare tre mesi
prima il progetto ed il programma di formazione, poi si deve aspettare la
definizione ed i costi. Fatto sta, che molte aziende non hanno ancora dato la
possibilità di raggiungere i crediti previsti per il 2002 e sono entrati in
gioco altre realtà accreditate per la formazione, che stanno facendo di questo
diritto/necessità un’altra immensa fonte di guadagno che ignora totalmente il
bisogno di qualità, umanizzazione e miglioramento dell’assistenza e della
professionalità.
Basti pensare la vergogna della libera professione infermieristica all’interno
delle strutture sanitarie, introdotta con la legge n.1 dell’8/1/02, che viene
considerata una possibilità per creare una “cultura delle professioni”con la
valorizzazione “mirata” per la professione infermieristica che, come per i
medici, permette una “migliore gratificazione economica” ottenendo
dall’amministrazione una paga oraria maggiorata grazie al contributo degli
utenti, oppure ancora, sempre nella stessa legge, la possibilità, previa
formazione, per gli operatori socio-sanitari di trasformarsi negli
ex-infermieri generici e risolvere così la carenza degli organici
infermieristici esternalizzando le pulizie, riducendo, di fatto, gli organici
effettivi dei reparti e dei servizi, ed imponendo carichi di lavoro sempre
maggiori con le pluri mansioni.
Di fatto, la conferenza Stato-Regioni del dicembre 2001 ha stabilito gli
obiettivi raggiungibili nei prossimi tre anni e che ancora stanno in
definizione ma che spiegano bene gli interessi economici politici che si
nascondono sotto il nostro bisogno/desiderio formativo:
- un sito internet (ECM Ministero sanità), in funzione, che registrerà
gli eventi formativi i cui crediti, assegnati con griglie predisposte dalla
Commissione Nazionale e valutata da referees (garanti) anonimi indicati dalle
società scientifiche, saranno oggetto di certificazione ufficiale;
- l’attuazione della formazione aziendale da gennaio di quest’anno;
- attuazione della formazione anche a distanza per tutti gli operatori,
compresi i medici di medicina generale, i pediatri di libera scelta ed i liberi
professionisti mediante approvazione ed accreditamento delle piattaforme di
e-learning (sapere) e dei loro contenuti da parte della Commissione nazionale;
- definizione dei criteri di passaggio dall’accreditamento degli eventi
formativi a quella dell’accreditamento dei providers (fornitori), mediante la
delega ai soggetti idonei previsti dalla legge, che così possono produrre
eventi formativi ed attribuire crediti;
- attivazione di un sistema di controllo sulla qualità degli eventi, dei
providers e del programma generale di Educazione Continua in Medicina (ECM)
affidato prevalentemente alle Società scientifiche ed alle loro Federazioni;
- attuazione di un programma di verifica sul triennio;
- utilizzazione dei crediti per la conferma della validità dell’esame di
abilitazione professionale e loro valorizzazione come titoli di carriera.
Sono coinvolti negli Eventi Formativi ECM
queste categorie sanitarie:
medici, infermieri, tecnici, odontotecnici, fisioterapisti, psicologi,
dietiste, educatori professionali, dietiste.
Gli organizzatori degli eventi formativi ECM per il Ministero della Sanità
possono essere:
Aziende Usl, ospedaliere, Policlinici, case di cura accreditate e non,
fondazioni, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, l’Istituto
Superiore di Sanità, Ministero, Regioni, Province, Ordini e collegi
professionali, scuole di formazione, società ed associazioni professionali,
società scientifiche, università, altro ente pubblico ed altri soggetti
privati. L’autorizzazione e la successiva assegnazione dei crediti, dopo 60/90
giorni dalla richiesta, avverrà da parte del Ministero valutando: le attività
formative del promotore dell’evento e degli altri docenti, le modalità di
attuazione e di partecipazione, le verifiche a fine corso (sono previste schede
specifiche).
Invece l’aggiornamento professionale,
come previsto da contratto, è rivolto a tutte le categorie precedenti più agli
agenti socio sanitari ed agli amministrativi ed è organizzato e gestito
dall’Azienda di appartenenza.
Alcune aziende, hanno preparato un regolamento specifico per l’attuazione della
Formazione continua e per l’accreditamento in ECM stabilendo dove trovare le
risorse per i finanziamenti e come viene diviso il budget fra le varie
strutture complesse, identificando un responsabile delle Unità
Operative/Organizzative Formazione e Educazione della salute che si occuperà di
coordinare i vari progetti e proposte, ed una commissione tecnico scientifica
che diventa l’organo di consulenza tecnica dell’azienda per la formazione di
tutto il personale.
Altre aziende non hanno ancora definito niente ed i lavoratori stanno
partecipando a corsi a pagamento organizzati da privati od ordini e collegi
professionali.
ALLEGATO 2
SCHEDA DATI
SANITA’ A CURA DEL COBAS POLICLINICO
(FONTI: OECD HEALTH 2000 E OECD PARIS 2001)
|
Regione |
Spesa sanitaria pubblica pro capite |
Spesa in convenzione |
|
Lazio |
1.802.223 |
768.000 |
|
Lombardia |
2.058.478 |
661.000 |
|
Piemonte |
1.635.000 |
579.978 |
|
Veneto |
1.759.632 |
595.000 |
|
Emilia |
2.032.000 |
634.000 |
|
Toscana |
1.835.000 |
572.000 |
|
Campania |
1.556.000 |
672.000 |
|
Calabria |
1.594.666 |
588.903 |
|
Sicilia |
1.559.000 |
588.000 |
|
Regione |
Istituti pubblici |
Privati accreditati |
|
Lazio |
21.611 |
12.588 (mag. Posti letto x lungodegenze) |
|
Lombardia |
41.147 |
8.745 (mag. Posti letto x Acuti) |
|
Piemonte |
21.300 |
3.515 (mag. x Acuti) |
|
Veneto |
22.425 |
1.280 (mag. x Acuti) |
|
Emilia |
16.228 |
5.027 (mag.x Lungodegenze) |
|
Toscana |
15.192 |
2.227 (mag.x Acuti) |
|
Campania |
19.821 |
7.141 (mag. x Acuti) |
|
Calabria |
10.142 |
3.272 (mag. x Acuti) |
|
Sicilia |
18.071 |
3.564 (mag. x Acuti) |
I Piani Sanitari Regionali 2002-2004 prevedono
in tutte le regioni tagli di posti letto e servizi:
5.400 posti letto in Lombardia, 3.000 in Toscana, 1.200 in Piemonte
oltre a 10-12 DEA ed altrettanti reparti di chirurgia, 2.000 nelle Marche,
1.500 da chiudere e 2.000 da riconvertire nel Lazio, 3 ASL in Molise, ecc. di
fatto cambiando naturalmente in peggio tutti
questi dati dal 2001..
|
Posti letto x 1000 abitanti |
||
|
Regione |
Pubblici (media 4,3) |
privati (media 1,0) |
|
Lazio |
4,1 |
2,4 |
|
Lombardia |
4,6 |
0,8 |
|
Piemonte |
4,1 |
0,8 |
|
Veneto |
5,0 |
0,3 |
|
Emilia |
4,1 |
1,3 |
|
Toscana |
4,3 |
0,6 |
|
Campania |
3,4 |
1,2 |
|
Calabria |
3,3 |
1,6 |
|
Sicilia |
3,5 |
0,7 |
La
riduzione dei posti letto prevista nel
Piano Sanitario Nazionale ed in tutti quelli regionali vedrà ridurre unicamente
i posti letto delle strutture pubbliche dovendo arrivare ad un rapporto
complessivo di 5 P.L. per 1000 abitanti, di
cui 1 per la riabilitazione e
lungodegenza.
|
Regione |
Tot. Medici (medicina generale) |
Pediatri |
Assistiti per medico |
per pediatra |
|
Lazio |
4823 |
733 |
995 |
633 |
|
Lombardia |
7370 |
908 |
1105 |
714 |
|
Piemonte |
3632 |
425 |
1087 |
736 |
|
Veneto |
3579 |
774 |
1121 |
774 |
|
Emilia |
3279 |
457 |
1098 |
680 |
|
Toscana |
3079 |
390 |
1030 |
738 |
|
Campania |
4459 |
672 |
1156 |
764 |
|
Calabria |
1725 |
642 |
1056 |
642 |
|
Sicilia |
4000 |
853 |
1105 |
726 |
|
Regione |
Totale personale sanitario |
Totale per mille abitanti |
|
Lazio |
49.473 |
9,43 |
|
Lombardia |
100.354 |
11,14 |
|
Piemonte |
50.909 |
11,87 |
|
Veneto |
55.135 |
12,31 |
|
Emilia |
51.862 |
13,12 |
|
Toscana |
46.492 |
13,18 |
|
Campania |
53.482 |
9,23 |
|
Calabria |
23.384 |
11,31 |
|
Sicilia |
46.808 |
9,17 |
|
Regione |
Tot. Medici |
Totale infermieri |
Infermieri /Medici |
Infer. x 1000 abitanti |
|
Lazio |
7.858 |
18.622 |
2,37 |
3,55 |
|
Lombardia |
14.029 |
38.415 |
2,74 |
4,26 |
|
Piemonte |
7.766 |
19.215 |
2,47 |
4,48 |
|
Veneto |
7.339 |
25.005 |
3,41 |
5,58 |
|
Emilia |
7.434 |
21.253 |
2,86 |
5,38 |
|
Toscana |
6.434 |
19.301 |
3,00 |
5,47 |
|
Campania |
3.724 |
7.786 |
2,09 |
3,77 |
|
Calabria |
9.122 |
20.537 |
2,25 |
3,77 |
|
Sicilia |
8.032 |
16.687 |
2,01 |
3,27 |
Spesa
Sanitaria pubblica corrente regionale nel ’99 (valori
espressi in miliardi):
|
Regione |
|
|
Lazio |
11.352 |
|
Lombardia |
19.069 |
|
Piemonte |
5.758 |
|
Veneto |
9.580 |
|
Emilia |
8.998 |
|
Toscana |
7.440 |
|
Campania |
11.246 |
|
Calabria |
2.360 |
|
Sicilia |
9.218 |
Media
Nazionale al dì: £ 500.000 per un ricovero;
£ 100.000 per un’assistenza domiciliare.
SPESA SANITARIA IN ITALIA comparata con altri stati
|
|
Spesa Sanitaria Totale (SST) |
Spesa Sanitaria Pubblica (SSP) |
|
Senza SSN: Stati Uniti |
13,6 |
6,1 |
|
Francia |
9,5 |
7,2 |
|
Germania |
8,3 |
7,9 |
|
|
|
|
|
Con SSN: Italia |
8,4 |
5,6 |
|
Danimarca |
8,3 |
6,8 |
|
Finlandia |
6,9 |
5,3 |
|
Islanda |
8,3 |
7,0 |
L’Italia sta al 15° posto su 24 paesi per la spesa
sanitaria pubblica, al 9° per la spesa
sanitaria totale rispetto al PIL ed all’11° posto fra i paesi con il SSN
rispetto all’efficienza.
Spesa
sanitaria e modelli organizzativi.
Paesi con Sistema Sanitario Nazionale e senza Sistema Sanitario Nazionale
(sistema assicurativo, con casse mutue senza fini di lucro, o assicurazioni
volontarie con presenza di organizzazioni for profit), i primi spendono di meno
di quelli che ne sono privi per questi motivi:
- i SSN semplificano l’amministrazione dell’assistenza sanitaria, con meno
burocrazia rispetto ai sistemi privati e con costi di gestione molto più bassi.
- i controlli sulle prestazioni non necessarie risultano maggiormente efficaci
anche perché in molti paesi con il SSN le modalità di pagamento sono quasi
sempre a stipendio o a quota capitaria e non a prestazione.
Eccetto il Portogallo che ha un efficienza zero, nonostante che abbia il SSN, e
l’Austria che è senza SSN con un efficienza dell’1,51, tutti gli altri paesi
con SSN hanno un’efficienza che va dal 2,15 della Svezia ad 1 del Canada,
quelli senza SSN vanno dallo 0,98 della Svizzera allo zero degli Stati Uniti.
Cobas Sanità