www.resistenze.org - proletari resistenti - salute e ambiente - 17-06-03

Biotecnologie: i motivi del dubbio.

Ingegneria genetica e mutazioni virali.


di Curzio Bettio, biochimico, di Soccorso Popolare di Padova.
Padova, giugno 2003


Per biotecnologia si intende, in modo semplificato, la possibilità di inserire nel codice genetico di piante o animali sequenze, frammenti di DNA di altri animali o di altre piante, scambievolmente, e passando le barriere del mondo animale o vegetale, per cui un animale potrà avere un gene di una pianta, e viceversa.

Il continuo sviluppo di questa scienza pone dei problemi etici sempre più importanti, perché con le nuove ricerche si possono realizzare organismi del tutto nuovi che valicano i confini delle specie, ma si evidenzia in modo lampante che l’etica è morta perché non è in grado di limitare la scienza e la tecnica. Si è costruita una particolare scala di valori: la politica e la tecnica sono ormai subordinate all’economia.

In campo vegetale le biotecnologie si propongono di modificare il corredo genetico degli esseri viventi al fine di ottenere più produzione, più resistenza ai pesticidi, più conservabilità dei prodotti alimentari.
Per ottenere il vantaggio di una maggior produzione si ricorre al metodo di decodificare il patrimonio genetico di piante di paesi, per esempio del Terzo Mondo, ricchissimi di biodiversità, (definibile come la diversità di tutti gli organismi viventi in un ecosistema), per studiarne il patrimonio genetico, e quindi modificarne la struttura, brevettare la trasformazione indotta e rivendere a tutto il mondo il prodotto brevettato.

E’ la riproposizione di quel colonialismo già vissuto nel passato.
Ancora adesso nei paesi del Primo Mondo paghiamo a prezzi irrisori alimenti quali il caffè, lo zucchero, il cacao, a tutto danno dei produttori locali, che progressivamente impoveriscono.
Questo è già accaduto in Costa Rica, cito uno dei tanti casi, dove la Merck & C. ha sottoscritto un accordo con un istituto di ricerca locale, tramite il quale, in cambio di poco più di un milione di dollari, otteneva dal governo del Costa Rica il riconoscimento di diritti sui campioni di piante, microrganismi e insetti che rivestissero un qualche valore. Per una cifra irrisoria una Compagnia da 4 miliardi di dollari di fatturato annuo, ha acquistato tutto il patrimonio naturale ricchissimo di un paese.

Jeremy Rifkin ne "Il secolo biotech" (ed.Baldini&Castoldi) dice che "Le prime dieci industrie agrochimiche controllano l’81% dei 29 miliardi di dollari del totale mercato agrochimico e il 37% dei 15 miliardi di dollari annuali del mercato globale delle sementi...La Novartis, nata dalla fusione tra la Sandoz e l’agrochimica Ciba-Geigy, è l’industria agrochimica più grande del mondo, la seconda di sementi, la terza farmaceutica e la quarta di medicina veterinaria".
Ne risulta un assolutamente sinergico collegamento di interessi!

Le industrie biotecnologiche affermano che l’ingegneria genetica è un campo in vertiginosa ascesa, da cui l’economia mondiale potrà attendersi enormi benefici in termini di profitti e di posti di lavoro.
Però, per adesso, i conti nelle biotecnologie ancora non tornano. Delle 1300 aziende biotecnologiche che operano negli USA solo 35 (il 3 %) sono in attivo; le altre sono in perdita.

Il pubblico non riceve assolutamente garanzie sull'assenza di rischio nel consumare cibo transgenico, e per questo è diffidente. 
Per salvarsi l’industria ha avuto bisogno di ottenere l’immediata commercializzazione dei prodotti e una legislazione sui brevetti che garantisse introiti alti e costanti. Come ha effettivamente ottenuto.

Infatti sono riusciti ad ottenere dalla FAO (organizzazione istituzionale dell'ONU che sovrintende all'agricoltura e all'alimentazione), dalla FDA americana, (Food and Drug Administration, l'ente responsabile della qualità di cibo e farmaci messi in commercio negli Usa), e dalla UE, come base della legislazione alimentare, il principio della "sostanziale equivalenza", che afferma come sia sostanzialmente equivalente il prodotto geneticamente modificato a quello ottenuto con la selezione dei caratteri tramite incrocio: figure di punta dell'industria biotecnologica USA sono arrivate al punto di definire le varietà prodotte con metodi di ibridazione tradizionali, come "transgeniche". 
In questo modo non è necessario etichettare i prodotti bioingegnerizzati. E’ evidente che i produttori possono sperare di farli accettare solo affermando che essi non offrono niente di  meno dei prodotti tradizionali.

L’etichettatura.

Occorre invece sottolineare che scientificamente il principio della sostanziale equivalenza è assolutamente insostenibile, perché l’incrocio ibrido avviene tra individui della stessa specie, mentre la manipolazione genetica avviene superando le barriere di specie. Così, ad esempio, la maggior parte dei geni usati dall’ingegneria genetica provengono da specie che non hanno mai fatto parte dell’alimentazione umana e non c’è dunque modo di sapere come l’organismo umano reagirà a queste nuove proteine, e a questi nuovi tipi di alimento.

La "New Leaf Superior" è una patata. E' prodotta dalla Monsanto, una delle maggiori aziende chimiche multinazionali riconvertita alla biotecnologia. E' una patata "geneticamente modificata", con la buccia molto sottile, e si trova in tutti i supermercati Usa. E poiché là non è obbligatorio etichettare come tali i prodotti alimentari "geneticamente modificati", su nessun sacchetto troverete scritto che si tratta di organismo transgenico.
Ma non c'è scritto neppure che si tratta di un pesticida. Eppure la patata in questione è legalmente registrata come pesticida.
Se un certo coleottero (quello chiamato Colorado beetle) mangia un solo pezzetto di una New Leaf Superior, muore. Il tubero della Monsanto infatti è modificato con un gene tratto dal batterio Bacillus Thuringensis, noto in breve come Bt, che produce una proteina tossica per il coleottero della patata.
La tossina prodotta dal Bt è dunque presente in ogni singola cellula. Ma su nessuna confezione di quelle patate, accanto ai valori nutrizionali, troverete scritto "questo è un pesticida": non sarebbe una buona strategia di marketing.
Qualche tempo fa il New York Times si è preso la briga di scoprire perché: ha interpellato l'Epa, l'ente responsabile di approvare i pesticidi messi in commercio. Questo ha dichiarato che poiché i topolini nutriti con la patata-pesticida stanno benissimo, se ne deduce che la patata contenente Bt non è dannosa per la salute umana. Anzi, rientra in una lista di cibi "generalmente riconosciuti come sani" dalla Food and Drug Administration.
Circa l'etichetta, i funzionari della FDA hanno risposto al quotidiano newyorkese che loro non si occupano di pesticidi, dunque non possono dire nulla sull'etichettatura della patata Monsanto.
Secondo le norme Epa, ogni confezione di insetticida Bt dovrebbe essere etichettata con le consuete precauzioni (non inghiottire o inalare, tenere fuori dalla portata dei bambini, e così via). Ma non la patata Monsanto, poiché quella è sì un pesticida, ma si tratta pur sempre di un cibo. Il cerchio si chiude, e gli inconsapevoli americani mangiano la patata modificata dalla Monsanto.

Nei prodotti confezionati non sempre le etichette sono sufficientemente chiare da poter escludere o meno la presenza di alimenti transgenici e derivati.

Due anni fa  Greenpeace ha contattato in Italia un certo numero di importanti ditte produttrici richiedendo la loro posizione sull'uso di Organismi Geneticamente Manipolati (OGM).(Fare riferimento alla lista)
Alcune avevano attivato una precisa politica di esclusione di OGM dai loro prodotti, molte altre dichiaravano di seguire la direttiva Europea (e, conseguentemente, potrebbero fare uso dei cosiddetti "derivati").
Nessuna delle ditte contattate da Greenpeace ha esplicitamente affermato di fare uso di OGM, ma scarse sono state le garanzie che i derivati, come lecitina, oli, amido modificato ecc. fossero non-transgenici, e cioè non provenienti da colture geneticamente non manipolate. (1)

Se una ditta sostiene di non fare uso di alimenti transgenici o derivati, dovrebbe dichiararlo sulle etichette, in modo che i consumatori lo sappiano e possano fidarsi.
Poche volte si vedono impresse sulle confezioni dichiarazioni del tipo: "Questa ditta ha scelto di impiegare, ad esempio, soia non modificata approvvigionandosi dai fornitori in grado di fornire materie prime selezionate e controllate esenti da OGM."
( Perché non azionarsi in una campagna di mobilitazione di massa per chiedere ai supermercati dichiarazioni esplicite e pubbliche di non vendere prodotti con alimenti transgenici e loro derivati?)
Ci si potrebbe chiedere perché, se i prodotti sono sostanzialmente simili, gli ibridi naturali e i transgenici, possono essere brevettati, ma non devono essere etichettati?

I contadini, interessati a vedere sempre più alti i loro margini di profitto, coglieranno facilmente l’opportunità di coltivare transgenico, modalità che offre loro sicuramente produzioni intensive, ma così saranno introdotti nell’ambiente migliaia di esseri manipolati, esseri di cui non si conoscono tutti gli effetti collaterali.
La maggior parte dei tecnici e delle industrie impegnate in questo campo tende a sminuire i rischi, ma in verità non ci sono sicurezze per il futuro.

Per dare un’idea quantitativa del reale pericolo, si può dire che dal 1996 al 2000, nel mondo, le coltivazioni biotecnologiche sono aumentate di circa 11 volte, da 2,8 milioni di ettari a circa 30, ma nel 2000 la coltivazione commerciale degli OGM copriva circa 45 milioni di ettari, che rappresenta già un valore evidente su scala mondiale: se un tale ritmo di incremento si mantenesse inalterato, e non aumentasse come invece si può ragionevolmente temere, in 12 anni raggiungerebbe una superficie pari alla quasi totalità di tutte le terre coltivate sul pianeta. Mais e soia occupano già più dei quattro quinti di queste superfici.

Un tipico sviluppo delle ricerche è stato quello di creare piante resistenti agli erbicidi, così la Monsanto ha prodotto un mais resistente al suo Roundup, potente veleno. (2)
Usandolo, il mais transgenico non ne soffre ma non crescono più le altre piante. L’affare è basato sulla vendita del prodotto e dei semi transgenici.
E’ difficilmente credibile che ciò significherà una diminuzione dei pesticidi, perché nel futuro prossimo le piante infestanti potranno acquisire il particolare carattere genetico manipolato dall’uomo: tramite l’impollinazione incrociata diventeranno resistenti e sarà quindi necessario ricorre ad altri e più potenti veleni. Questo è già stato dimostrato in un esperimento condotto da Thomas R. Mikkelsen con un seme oleoso transgenico di rapa, contenente un gene che conferiva resistenza agli erbicidi, che ha passato questa resistenza agli ibridi delle generazioni successive.

Un’altra conseguenza negativa sarà la perdita della diversità biologica, che si è già fortemente ridotta, a causa delle moderne pratiche di coltivazione che enfatizzano la monocoltura sui metodi di coltivazione differenziati.
L’erosione genetica è già a uno stadio avanzato nella maggior parte dei Paesi. Il raccolto di soia degli Stati Uniti, pari al 75% della soia mondiale, è una monocoltura che può essere ricondotta a sole sei piante... Dei 75 tipi di vegetali che crescono negli Stati Uniti, il 97% di tutte le varietà si è estinto in meno di 80 anni... 10 varietà di grano danno la maggioranza delle messi.
In India solo cinquant’anni fa si facevano crescere più di 30.000 varietà tradizionali di riso. Oggi, 10 varietà moderne rendono conto di più del 75% del riso coltivato in quel paese...Già oggi, 10 specie vegetali, sui milioni esistenti in natura, danno origine al 90% della produzione agricola.
La nuova tecnologia accelererà il processo perché si concentrerà inevitabilmente su un ridotto numero di specie, che saranno poi diffuse moltissimo in tutto il mondo e metterà nelle mani di poche multinazionali il potere alimentare delle popolazioni mondiali dal momento che esse deterranno la maggior parte della sementi.

I raccolti transgenici poi arrecano una ulteriore minaccia ai cosiddetti centri di diversità dei raccolti rimasti al mondo.
Il flusso genico che va dalle piante modificate alle specie del luogo sarà inevitabile, quando saranno molte le superfici dedicate a tali coltivazioni, e ciò potrebbe far perdere un patrimonio genetico preziosissimo.
In Canada, ad esempio, dove la produzione commerciale della colza Ogm è cominciata solo sei anni fa, il Centro di ricerca del Ministero dell'Agricoltura, a Saskatoon, può affermare che "polline e semi si sono estesi in modo tale che ormai è difficile coltivare varietà tradizionali di colza senza che siano contaminate". Selezionata per resistere agli erbicidi dalla Monsanto, è diventata "assolutamente" impossibile da controllare.
Paradossale è il caso di un agricoltore canadese, Percy Schmeiser, i cui campi, più di 320 ettari, sono stati invasi dai semi portati dal vento di "Ready canola", un tipo di mais, resistenti al Roundup.
Alle sue rimostranze, la Mosanto gli ha intentato una causa per "furto", di circa 30 dollari per ettaro per il privilegio della semina.
"La domanda è - si chiede Schmeiser - dove finiscono i diritti della Monsanto e cominciano i miei? Ho sempre coltivato i miei prodotti, non ho mai voluto piantagioni modificate geneticamente. Non ho mai avuto niente a che fare con la Monsanto, ed ora sembra che tutto quello che è nel mio terreno sia diventato di loro proprietà."
Denunciandolo per furto, la Monsanto ha ferito l'orgoglio dell'agricoltore, che non si è tirato indietro, andando incontro a tante spese legali, quasi 20.000 dollari, certo della sua integrità, ma perdendo la causa.
Comunque la Corte di appello del Canada non ha accolto la richiesta di un ulteriore indennizzo di 25.000 dollari da parte della Monsanto, come esempio per altri contadini, nel caso avessero avuto in mente di compiere lo stesso…misfatto!
A conclusione la Corte Suprema ha deciso in questi giorni di riaprire il caso e di offrire un'altra possibilità a "Davide" Schmeiser contro "Golia" Monsanto. 

Si avranno problemi grandissimi anche per le coltivazioni di quelle erbe e piante che servono per le medicine naturali ed omeopatiche, che saranno a rischio di contaminazione del loro germoplasma.

In Italia, bisogna considerare anche la particolare situazione produttiva. Se, infatti, i vantaggi derivati all’impiego delle biotecnologie sono connessi ad un incremento di produttività del 6-7%, va però sottolineato come la competitività del settore agroalimentare italiano sia legata, molto più che ad una crescita quantitativa, ad una qualitativa, cioè alla tutela e valorizzazione dei caratteri di tipicità, tradizione, e qualità della nostra agricoltura.

La concentrazione del sapere tecnologico della ricerca biotecnologica nelle mani di un ristretto gruppo di grandi imprese tende invece a limitare l’autonomia degli agricoltori, a ridurne la capacità di scelta e il potere contrattuale, controllando mercati potenzialmente giganteschi. Ecco una nuova e sottile forma ricattatoria di controllo non solo economico ma anche politico dei popoli: non basta alle multinazionali, soprattutto Statunitensi, conquistare e controllare le risorse energetiche globali del pianeta, devono ridurre la biodiversità, imporre il possesso dei brevetti sulle sementi geneticamente modificate per impadronirsi e controllare le risorse alimentari del mondo per estendere la propria egemonia.
Per puntualizzare il modo di procedere aggressivo ed arrogante delle multinazionali Statunitensi, gli USA hanno annunciato una procedura presso il WTO per obbligare l'Unione Europea a cessare la moratoria di cinque anni sugli OGM. L'iniziativa USA è appoggiata da Canada, Argentina, Egitto e altri paesi con forti produzioni di piante OGM. Un portavoce dell'UE ha replicato che l'Europa non intende rinunciarvi.
Appare evidente un nuovo conflitto commerciale! (3)

Sulla possibilità che l’introduzione nell’ambiente di organismi modificati provochi effetti indesiderati sulla salute umana vedremo più avanti.
Sicuramente è necessario approfondire i rischi legati all’assunzione di proteine con le quali la specie umana non è stata abituata ad alimentarsi nel corso dell’evoluzione.
Rimane altissimo il rischio che le nuove piante possano sviluppare elementi di tossicità: chi può escludere che le nuove piante non possano essere tossiche ?

Questo aspetto non è stato sufficientemente sviluppato, se solo adesso vengono pubblicate la prime ricerche scientifiche che dimostrano come l’alimentazione con patate bioingegnerizzate faccia crollare le difese immunitarie nel topo.
Conseguenze similmente disastrose si potrebbero attendere nella specie umana. Se poi qualcuno volesse rispondere che i risultati delle ricerche sui topi non sono immediatamente estensibili agli esseri umani, potrebbe nel contempo spiegare il motivo per cui, ogni anno, si utilizzano miliardi di topi per le ricerche sui farmaci destinati all’uomo.

Le nuove tecnologie riguardano anche gli animali.
Animali transgenici significa animali a cui è stato modificato il patrimonio genetico affinché un certo organo, quale esempio il cuore o il fegato, diventi in qualche modo simile a quello umano e sia possibile il suo trapianto senza rigetto; oppure le modifiche servono per farli produrre di più, più carne e più latte o si ammalino di meno.
Per produrre di più si usa far ricorso all’ormone somatotropo, della crescita,  che negli organismi presiede allo sviluppo.
E’ chiaro che inducendo le cellule a produrre l’ormone della crescita di una specie più grande (ad esempio quello di bovino in un suino) si avrà un ingigantimento dei soggetti.
In tutto questo percorso è evidente che manca un attore: gli animali.
Le ricerche implicano a priori anni di tentativi con un numero imprecisato di individui, al di fuori del controllo sociale e all’insaputa di tutti. Il tutto avviene nelle cattedrali della ricerca, dove sono ammessi solo gli intimi interessati. La sofferenza degli animali è taciuta e negata. Migliaia di animali transgenici, chimerici e clonati, dai maiali ai primati, sono in questo momento oggetto di sperimentazioni in tutti i laboratori del mondo senza possibilità di controllo.
Le conseguenze per gli animali durante gli esperimenti sono molteplici e frequentemente negative, poiché l’inserzione di geni non è una operazione matematica, come vorrebbero far intendere i "deterministi biologici", ma interferisce con tutta la catena del DNA, ragion per cui si creano sovente animali con gravi malformazioni e pertanto sono necessari molti esperimenti e molta sofferenza animale prima di trovare la formula giusta. Così sono frequenti animali con gravi deformazioni del corpo, con arti mancanti, con parti incomplete, quali la testa spaccata a metà, animali senza arti o parti di essi.
Le ricerche proseguono finora in maniera inarrestabile e uno degli obiettivi più desiderati è quello di creare super animali, come tacchini, salmoni oppure maiali che raggiungano una mole due o tre volte superiore a quella normale.

Una conseguenza inevitabile sarà una ulteriore perdita di biodiversità.
La spinta produttiva indurrà inevitabilmente gli allevatori verso le specie bioingegnerizzate che prometteranno maggiori guadagni.

Parlare di bioingegneria vuole dire anche affrontare il tema scottante del diritto all’informazione dei cittadini. Sempre più frequentemente, nel corso della trattazione di argomenti anche lontanissimi dal tema, le fonti mediatiche esaltano le prospettive rosee e ottimistiche legate al futuro biotecnologico.

Il discorso già può essere normalmente difficile, poiché l’ingegneria genetica viene proposta come la panacea universale che risolleverà il mondo dalla fame e da quasi tutti i mali, ma diventa quasi impossibile affrontare l’argomento quando questi temi sono presentati in maniera mascherata tra altri argomenti e sono forniti in maniera assertiva, senza lasciare spazio al benché minimo dubbio.
Un esempio eclatante di cattiva informazione viene proprio dal problema della fame nel mondo. Come noto circa un miliardo di persone soffrono la fame e svariati milioni muoiono ogni anno per mancanza di cibo. Questa realtà è normalmente utilizzata per dimostrare come solo con le biotecnologie si possono garantire le necessarie maggiori quantità.
Queste affermazioni sono facilmente smentibili solo osservando i campi della ricerca, che si rivolgono alla durabilità dei cibi e alla facilità di trasporto e lavorazione, cioè a qualità apprezzate soprattutto nei paesi industrializzati: ad esempio, ritardando la maturazione o la putrefazione di frutta e verdura, si riuscirà a trasportarla più facilmente e si potrà tenerla sugli scaffali più a lungo.

E’ evidente che queste caratteristiche non producono decisivi risultati contro le cosiddette carenze alimentari mondiali.
Inoltre, secondo la legge, il detentore di un brevetto ha diritto di esigere il pagamento dei diritti sui semi di varietà vegetali brevettate, anche nel caso che questi semi provengano dal raccolto dell’annata precedente, nonché di proibire lo scambio di messi tra contadini.
Per tutelarsi, inoltre, l’industria si assicura che le sementi diventino sterili l’anno successivo, come è stato regolarmente fatto.(sementi Terminator)
Queste nuove invenzioni offrono alle multinazionali lo strumento per estendere il monopolio planetario sul settore del cibo, mettendo seriamente in pericolo la sopravvivenza delle popolazioni più povere, anche perché per i paesi poveri sarà poi sempre più difficile poter pagare i diritti connessi ai brevetti e quindi il problema alimentare si acuirà invece di diminuire.

In verità, quello che non viene detto, mai, è che già oggi non c’è bisogno di più cibo perché la terra ne produce in quantità sufficiente per tutti i suoi abitanti, ma è la disuguaglianza nella sua distribuzione che uccide: un miliardo di persone consuma la metà delle risorse del pianeta, quando a disposizione di ogni abitante del pianeta, già adesso, ci sono 35 chilogrammi di carne, 90 di latte e 6 di uova all'anno.
Inoltre se si allevassero meno animali aumenterebbe immediatamente anche la disponibilità di cereali: è stato calcolato che i cereali destinati al miliardo e 300 milioni di ruminanti ( bovini) che vivono nel mondo servirebbero a sfamare più di 9 miliardi di persone. E la popolazione del pianeta supera "solo" i 5 miliardi.
Rimane inspiegabile il fatto che il cibo, che già adesso risulta in sovrappiù, non viene usato per sconfiggere la fame del mondo.
Perché allora la fame di tanti popoli dovrebbe essere sconfitta con l'uso imposto di cibo biotecnologico, che in ultima analisi risulta certamente più caro, e assolutamente non privo di rischi?

Di fronte però ai molti interrogativi, quali i rischi per l’ambiente (l’erosione genetica animale e vegetale, la perdita della biodiversità, l’aumento del consumo di pesticidi); per la salute (possibile diffusione di germi o virus geneticamente modificati e potenzialmente pericolosi, conseguenze non previste per i consumatori di cibi modificati); per le società più povere (le conseguenze sulle popolazioni del terzo mondo con il depauperamento del loro patrimonio genetico e la perdita della proprietà sulle sementi); sembra più che giustificata l’opposizione alle nuove tecnologie.

Esiste una tradizione nella legislazione sociale che mette in discussione le attività potenzialmente rischiose, cioè quelle che non sono sicure per i cittadini oltre un ragionevole dubbio. L'ingegneria genetica, a mio parere, rientra proprio in questa categoria per un aspetto che credo sia stato sottovalutato.
Secondo il rapporto  del 1996 stilato dall'OMS, negli ultimi trent'anni si sono manifestate nuove malattie come Aids, Ebola, epatite C, e l'attuale polmonite atipica SARS, mentre altre malattie infettive come tubercolosi, colera , malaria, e difterite, stanno tornando in pieno sviluppo in tutto il mondo.
Agenti patogeni, come Streptococcus, Escherichia coli, risultano resistenti ai tanti antibiotici, e ai diversi tipi di farmaci.
Le infezioni causate da questi agenti stanno diventando immuni a ogni trattamento. Un ceppo di Staphylococcus aureus, in Giappone,  è risultato resistente perfino all'ultima risorsa degli antibiotici, la vancomicina.

I genetisti iniziano a collegare l'emergere di batteri patogeni e resistenti agli antibiotici al "trasferimento genico orizzontale", il trasferimento di geni tra specie non apparentate attraverso virus e altri agenti infettivi, utilizzati come "vettori", o portatori del gene. (4)
Questi agenti infettivi sono trasmessi da cellula a cellula, da organismo a organismo.
I geni chiedono un passaggio, per così dire, agli agenti infettivi e vengono contrabbandati nelle cellule, che li avrebbero altrimenti respinti.
Una volta dentro i geni si possono ricombinare con altri geni presenti nella cellula, della cellula stessa o di altri agenti infettivi presenti, e generare nuove combinazioni che possono però causare malattie.
I geni per la resistenza agli antibiotici si sono diffusi orizzontalmente e, ricombinati tra loro, generano la resistenza multipla agli antibiotici nella popolazione batterica.

I geni per la resistenza agli antibiotici si diffondono facilmente, ad esempio, dai batteri che abitano l'intestino degli animali da allevamento, a quelli degli esseri umani.
Da anni, in molti ospedali, sono diventati endemici ceppi di patogeni resistenti a più antibiotici.

L'ingegneria genetica è una tecnologia concepita per trasferire orizzontalmente i geni tra specie che non si incrociano fra loro, distruggendo le barriere tra le specie ed eliminando i meccanismi di difesa cellulari che normalmente inattivano i geni estranei.
Mentre i vettori naturali dei geni sono limitati dalle barriere tra le specie, i virus dei maiali non attaccano in generale gli umani e quelli dei pomodori non aggrediscono i cavoli, i vettori artificiali sono progettati per attraversare queste barriere e questi vettori sono costituiti da virus o altri agenti infettivi che possono causare varie malattie e la resistenza agli antibiotici.
Non è vero che i ceppi di batteri e virus da laboratorio cosiddetti "menomati", in quanto richiedono particolari condizioni e nutrimenti per crescere, se vengono rilasciati nell'ambiente non sopravvivono. Non è così.
La cosa più preoccupante resta il fatto che la presenza di antibiotici aumenta la frequenza del trasferimento genetico orizzontale da 10 a 10.000 volte: si pensa che gli antibiotici agiscano da ormoni sessuali per i batteri, intensificandone l'accoppiamento e lo scambio di geni fra specie non imparentate. Insomma sono gli stessi antibiotici a creare le condizioni che facilitano il diffondersi della resistenza.
Il continuo e massiccio uso di antibiotici nell'allevamento intensivo e in medicina, combinato con la pratica dell'ingegneria genetica su scala industriale, potrebbero essere la causa principale dell'accelerazione notata negli ultimi anni della diffusione della multiresistenza agli antibiotici fra nuovi e vecchi patogeni, segnalata dal rapporto dell'OMS del 1996.

Per ultimo argomento prendiamo in considerazione la persistenza del DNA.
Si pensava che il materiale genetico che compone il DNA si denaturasse facilmente nell'ambiente, come le proteine comuni.
In realtà il DNA modificato è una struttura molto resistente e può persistere anche alla bollitura.
Per lungo tempo si è creduto che il nostro intestino fosse ricco di enzimi in grado di favorire la digestione di DNA. Si è trovato invece che il DNA manipolato è di difficile digestione intestinale. Ciò significa che può essere incorporato nei batteri o nelle cellule dell'intestino, e, attraverso l'intestino, entrare nel sangue e nelle cellule, con tutti i pericoli e gli imprevisti dell'incorporazione del DNA manipolato nel genoma cellulare.
Si è scoperto che i DNA di un virus sopravvive attraverso il passaggio attraverso l'intestino di un topo; inoltre che passa facilmente nel sangue, si inserisce nelle cellule del fegato e della milza, e direttamente nel genoma cellulare.
E quando una cavia gravida viene nutrita con DNA virale questo finisce nelle cellule dei feti e dei nuovi nati. (5)
Ci sono ulteriori osservazioni che documentano quanto sia comune la generazione di nuovi virus patogeni attraverso la ricombinazione genica fra vettori artificiali, che contengono geni virali, e altri virus nell'ambiente. I virus generati in questo modo amplieranno la loro gamma d'ospite, infettando e procurando malattie a più di una specie, e per questo risulta molto difficile sradicarli.
Qualche esempio:

la Malesia è stata colpita da un'epidemia causata da un nuovo virus del tipo Hendra, che probabilmente si è trasferito dal pipistrello della frutta all'uomo attraverso i maiali, causando oltre un centinaio di vittime. Più di un milioni di maiali sono stati abbattuti, nel tentativo di controllare l'epidemia. (6a)

Nuovi ceppi di virus del cimurro e della rabbia stanno diffondendosi dalle città e dai villaggi infestando animali selvatici africani, soprattutto leoni. (6b)

Nuovi virulenti ceppi del virus infettivo IBVD si sono trasmessi rapidamente in quasi tutti gli allevamenti di pollame dell'emisfero settentrionale, ed ora stanno infettando i pinguini dell'Antartico, causando una mortalità di massa. (6c)

Il monkeyvirus, un virus prima raro e potenzialmente fatale trasmesso dai roditori, si sta diffondendo nel Congo centrale, nella zona di Kinshasa. Fra il 1991 e il 1996 si sono verificati solo 37 casi, ma nel luglio 2000 ne sono stati identificati quasi 200. Ma per la prima volta gli uomini si contagiano fra loro. (6d)

Ne "il Manifesto" di mercoledì 23 aprile 2003 si può leggere un articolo di Alberto D'Argenzio, da Bruxelles: "Per la peste dei polli Belgio e Olanda nel panico; gravi timori per il passaggio della malattia agli esseri umani e le possibili mutazioni genetiche del virus."
La peste dei polli si è trasferita dall'Olanda al Belgio, e in Belgio, assieme alla peste, sono arrivate anche le angosce, per il timore di un contagio all'uomo, come indicato dalla morte di un veterinario della città olandese di Den Bosch. La grande preoccupazione è tutta per il passaggio della peste dei polli all'uomo, come si era già verificato nel 1997 ad Hong Kong.
La malattia dei polli in condizioni normali provoca solamente congiuntivite negli esseri umani, ma nei polmoni del veterinario è stata riscontrata la presenza del virus della peste dei polli.
Al di là delle rassicurazioni ufficiali, la preoccupazione è altissima per questo salto di specie, che per molti ricercatori virologi è alla base della ben più famosa SARS.
Sono stati abbattuti più di mezzo milione di pennuti, creando una cintura sanitaria, ed è stato fatto obbligo agli abbattitori, agli allevatori e alle loro famiglie l'assunzione di un farmaco prescritto dal Ministero della Sanità del Belgio e dell'Olanda, l'"Oseltamivir".

A completare il quadro basta una nota del TG3 dei lunedì 9 giugno 2003:
"Numerose persone sarebbero state colpite negli USA da un virus raro, molto simile al vaiolo, anche se meno violento, e che viene denominato "vaiolo delle scimmie". Ma a contagiare i malcapitati non sarebbe stata alcuna scimmia, bensì alcuni cani della prateria e, in un caso, un coniglio, che avrebbero contratto il virus da un topo gigante del Gambia importato negli USA da un commerciante di animali esotici, lo stesso che aveva venduto i cani della prateria alle persone ammalatesi. Il virus ha colpito negli stati del Wisconsin, dell'Indiana e dell'Illinois. Nella sola Milwaukee vi sarebbero quattro casi confermati e 18 sospetti."

Comunque, questi eventi solo negli ultimi tempi sono stati oggetto della dovuta considerazione. Ma le multinazionali del biotech spingono per allentare le misure di sicurezza. I cittadini sono stati usati, e verranno usati, alla stessa stregua di cavie da laboratorio, cavie che contro la loro volontà subiranno la sperimentazione di prodotti geneticamente modificati, dato che ogni giorno che passa la nuova tecnologia fabbrica in laboratorio nuovi virus e nuovi batteri patogeni.
La situazione attuale ricorda lo sviluppo della tecnologia dell'energia nucleare che ci aveva imposto gli impianti nucleari, pericolosi per la salute e non sostenibili con l'ambiente a causa delle scorie radioattive prodotte.
Il fisico britannico Joseph Rotblat, Premio Nobel nel 1995 ha dichiarato: "Ciò che mi preoccupa è che nuovi sviluppi della scienza rivelino nuovi mezzi di distruzione di massa, magari più facilmente disponibili delle armi nucleari, a causa dello spaventoso sviluppo che sta attraversando, l'ingegneria genetica è una di queste possibili aree. La diffusione su larga scala di organismi transgenici è molto più pericolosa delle armi nucleari o delle scorie radioattive, perché i geni possono replicarsi indefinitamente, diffondersi e ricombinarsi tra loro. Potrebbe essere arrivato il momento di impedire che i sogni diventino incubi, agendo ora, prima che avvenga un mescolamento genetico totale." (7)

Il problema attuale della SARS va inquadrato in questo ambito. La polmonite atipica è frutto dell'azione di un virus patogeno che costruisce il proprio DNA parassitando la cellula ospite, in questo caso le cellule dei tessuti polmonari, del tutto similmente al più celebre HIV, responsabile dell'Aids. Per distruggere il virus bisognerebbe distruggere l'organismo infettato, e questo spiega l'enorme difficoltà di eliminazione del virus. La Sars si è trasformata da influenza banale a killer misterioso per le persone esposte. In effetti ultime e attuali ricerche dimostrano che la nascita di questo virus altamente patogeno per l'uomo sia il frutto della ricombinazione tra i genomi di un virus influenzale dei polli e quello di fonte umana.
A voi le opportune riflessioni! 


Note a complemento

(1)
"Lista delle principali ditte italiane, e loro recapiti, contattate da Greenpeace."  

Greenpeace ha contattato queste ditte richiedendo la loro posizione sull'uso di Organismi Geneticamente Manipolati (OGM).
Vengono indicate con "Luce verde" quelle che hanno attivato una precisa politica di esclusione di OGM dai loro prodotti.
Con "Luce rossa", invece, sono contraddistinte sia quelle che hanno comunicato di seguire la direttiva europea (e che, conseguentemente, potrebbero fare uso dei cosiddetti "derivati"), che quelle che non hanno risposto.
N.B.: Nessuna delle ditte contattate da Greenpeace ha esplicitamente affermato di fare uso di OGM.

Nei prodotti confezionati, non sempre le etichette sono sufficientemente chiare da poter escludere o meno la presenza di alimenti transgenici e derivati. La cosa migliore da fare sarebbe di chiamare gli uffici responsabili dei consumatori ed esigere la certezza che i prodotti di quella determinata ditta non contengano alimenti transgenici.
Bisogna essere molto chiari nel chiedere anche che tutti i derivati, come lecitina, oli, amido modificato ecc. siano non-transegenici, e cioè provenienti da prodotti di colture geneticamente non manipolate.
Se una ditta sostiene di non fare uso di alimenti transgenici o derivati, è necessario esigere questa dichiarazione sulle etichette delle merci, in modo che i consumatori lo sappiano e possano fidarsi.
Non sarebbe forse opportuna un'azione di massa per esigere  dalle direzioni dei supermercati la pubblica esposizione di cartelli  della non presenza e vendita di prodotti con alimenti transgenici e loro derivati?

ALSO
Via Monterosa, 96 _ 20100 _ Milano Tel. 02/485631 Fax 02/4984727
Alpen Muesli, Cereal Cioc, Enervit, Weetabix
Luce rossa

AMADORI/GESCO
Via del Rio, 400 _ 47020 _ San Vittore di Cesena (FO) Tel. 0547/343943
Numero Verde. 800 216653
Amadori, Gibus, Jolly
Luce rossa

ARGEL
Nova Surgelati 02/376741
Arena, Brina, Marepronto, distr. Haagen-dazs
Luce rossa

BAHLSEN
Via di Corticella, 205 _ 40128 _ Bologna Tel. 051/4167411 Fax 051/534057
Luce verde

BARILLA
Tel. 0521/2621 Via Mantova, 166 _ 43100 _ Parma Numero verde: 167/862323
Pavesi, Voiello, Le Tre Marie, Essere, Crackers Motta, Mulino Bianco
Luce verde

BENETTON/NUOVA FORNERIA
Via Permonzoro, 41/43 _ 20010 _ Cornaredo (MI) Tel. 02/935121 Fax
02/93561130 N. verde: 800 898511 (9.00 _ 12.00)
Buondì Motta, Ciocorì, Girella, Tortina, Yoyo_, Fiordimerenda bontà_ latte, Le tortine, il Krapfen, Torte (Paradiso, Margherita, Pasticcera, Mandarino, Tiramisù_), Biscotti del Buondì_
Luce rossa

CHIARI & FORTI
Via Cendon, 20 _ 31067 _ Silea (TV) Tel. 0422/463395 Fax 0422/463443
Olio cuore, Topazio, Girasole, Fini, Negroni, Paf
Luce verde

CITTERIO
C.so Europa, 206 _ 20017 _ Rho (MI) Tel. 02/935161 Fax 02/93503133
NumeroVerde 1678/32070
Biscotti Lazzaroni
Luce rossa

COLUSSI
Via dell'Aeroporto, 7 _ 06086 _ Assisi (PG) Tel. 075/80351 Fax 075/8035204
Numero Verde: 167 865143 (16.00 _ 18.00)
Antica Macina, Colussi, Misura (tranne dolcificanti che sono della Monsanto)
Luce verde

GALBANI/DANONE
Via Fabio Filzi, 25 _ 20124 _ Milano Tel. 02/675031 Fax 02/66996661
Numeri verdi: Galbani 167 328468 _ Danone 1678 04037
Galbani, Bel Paese, Star, Saiwa, Mellin, Orzobimbo, Santa Lucia, Lu, Prince, Tigullio, Vitasnella
Luce rossa

DORIA
Via Pontebbana, 32 _ 31010 _ Orsago (TV) Tel. 0438/992152 Fax 0438/992054
Luce rossa

FERRERO
Via Maria Cristina, 47 _ 10025 _ Pino Torinese (To) Linea Consumatori: 011/8152287
Nutella, Kinder, Rocher, Mon Cheri, Brioss, Cristallina, Duplo, Estathè, Fiesta, Ferrero, Pocket Coffee
Luce verde

GALBUSERA
Via Stelvio, 2 _ SS363 363 _ 23013 Cosio Valtellino (SO) Tel. 0342/609111, Fax 0342/635069
Luce verde

ICA
SS Pontina km 27.650 _ 00040 _ Roma Tel e fax 06/7912092
Crik-Crok, Puff
Luce rossa

KELLOGG'S
Centro Direzionale Colleoni _ Palazzo Perseo 2 _ Via Paracelso, 12 _ 20041 _ Agrate Brianza (MI) Tel. 039/66571 Fax 039/ 639339 6657600
Luce verde

KRAFT/JACOB SUCHARD
Via Montecuccoli, 20 _ 20147 _ Milano Tel. 02/41351 Fax 02/41354806
Numeri verdi: Splendid 800 011877 Simmenthal 800 055200 Kraft 800 015655
Invernizzi 800 015941
Fattoria Osella, Invernizzi, Dover, Cote d'or, Gim, Maman Louise, Bittra, Suchard, Jocca, Philadelphia, Primolo, Simmenthal, Toblerone, Milka, Sottilette, Splendid, Legeresse, Lila Pause, Vallé, Yoplait, Hag, Mato Mato, Spuntì
Luce rossa

LOACKER
Via Gasterer,3 _ Auna di Sotto _ 39054 _ Renon (BZ) Tel. 0471/296111 Fax 0471/296115
Luce verde

MALGARA/QUAKER OATS
Via Cendon, 20 _ 31057 _ Silea (TV) Tel. 0422/4624& Fax 0422/460420
Cruesli, Gatorade, Olof, Quaker Corn flakes, Snapple
Luce rossa

MARS/DOLMA
Via Dante, 14 _ 27011 _ Belgioioso (PV) Servizio consumatori: 0382/979256,
Fax 0382/970670
Bounty, M&Ms, Mars, Milky Way, Snickers, Twix, Uncle Ben's
Luce rossa

NESTLE'
V.le Giulio Richard, 5 _ 20143 _ Milano Tel. 02/81811 Fax 02/81817948
Numero Verde: 800 434434 Linea consumatori: 02/89121111
Buitoni, Claudia, Consorzio Olio Imperia, Locatelli, Panna, Pezzullo, Recoaro, Idropejo, San Pellegrino, Perugina, Motta, Valle degli Orti, Maggi, Vismara, Surgela
Luce rossa

NOVARTIS CONSUMER HEALTH
SS 233 _ Km 20.5 _ 21040 - Origgio (Va) Tel. 02/964791 Fax 02/96479295
Numero verde: 167/018124
Cereal (tranne gli ingredienti derivanti da coltivazioni biologiche), Peso Forma, Novosal, Ovomaltina, Lecinova, Leciplus, Lievito Vit, Isostad
Luce rossa

OROGEL
Via Dismano, 2600 _ 47020 _ Pievesestina di Cesena (FO) Tel. 0547/3771
Fax 0547/317551
Surgelati: Fritto misto, Magia di bosco
Luce verde

PARMALAT
Via O. Grassi, 26 _ 43044 _ Collecchio (PR) Tel. 0521/808111 Fax 0521/804586 n. verde: 1678 48020 (10.00 _ 13.30)
Mister day, Kyr, Chef, Tavolette, Latte (Dietalat, Natura premium, Latte Plus, Prima Crescita, Zimil, Omega 3, Gransviluppo, Vitasette, Weight-Watchers, Light, Lattecacao), Linea active-drink, Pronto Forno, Santal, Pomì, Tea, Sangri, Linea Minestre, Linea pane pronto
Luce rossa

PLASMON
Via Cadolini, 26 _ 20137 _ Milano Tel. 02/54201 Fax 02/55181935 Numeri verdi: Plasmon 167 020040 _ Dieterba 167 020050 _ Nipiol 167 020060
Dieterba, Fattorie Scaldasole, Mareblu, Nipiol, Plasmon, Fette Punto Weight Watchers
Luce verde

SAMMONTANA
Via Tosco Romagnola, 56 _ 50053 _ Empoli (FI) Tel. 0571/7076 Fax 0571/707528
Gelati
Luce verde


SAMSON
Località Quarente 37030 _ Colognola ai Colli (VR) Tel. 045/7650322 Carlo Lorenzini Fax 045/6150094 Numero Verde: 800 230340
Luce verde

SOCALBE (da NOVARTIS)
Via Barontini, 16/20 _ 40138 _ Bologna Tel. 051/6301011 Fax 051/242142
Numero verde: 167/018124
Dietor, Frizzina, Fruttil, Idrolitina, Dietorelle, Vantaggio
Luce rossa

UNICHIPS
Via Turati, 29 _ 20121 _ Milano Tel. 02/62651 Fax 02/6551139
Chips Pai, San Carlo, Pai, Slim, Stick
Luce rossa

UNILEVER
Via Nino Bonnet, 10 _ 20154 _ Milano tel. 02/62331 Fax 02/6552310
SAGIT: Algida, Findus, Sorbetteria di Ranieri, Igloo 06/54491 numero Verde: 167/016372
VANDENBERG: Calvé Tel. 02/97208400
Luce rossa

VALSOIA
Via Barozzi, 4 _ 40126 _ Bologna Fax 051/248220 Tel. 051/6086800
Luce verde


(2) La «Monsanto»
di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova 
Padova,25 febbraio 2001

Alla fine del 1998 una tipografia inglese, Penwells, distrusse l’intera tiratura del giornale The Ecologist, uno tra i più radicali magazine dell’ecologismo anglosassone, autorevole e apprezzato anche nella comunità scientifica per la sua serietà. Appena stampate, 14 mila copie furono mandate al macero. Lo stampatore, che rompeva così un contratto venticinquennale con la rivista, spiegò che temeva le conseguenze legali di quel numero speciale, completamente dedicato a un dossier su «Monsanto», astro ormai affermato delle biotecnologie. Più tardi risultò che lo stampatore aveva avuto contatti con la stessa «Monsanto». Aveva forse subito pressioni? La redazione ecologista ha avuto parecchie difficoltà a trovare un altro stampatore disposto a pubblicare la sua inchiesta, che però è infine circolata e anche tradotta in francese, italiano, spagnolo.
Sembra sproporzionato che una grande multinazionale si preoccupi delle critiche di un giornale ecologista? Forse, ma l’episodio di The Ecologist (www.theecologist.org) dice quanto spregiudicata sia la battaglia per il mercato delle biotecnologie, dove la posta in gioco è imporre e allargare un mercato nuovo, quello delle sementi "modificate geneticamente", e naturalmente controllarlo.
Vale la pena di guardare la storia di «Monsanto», una delle prime aziende della chimica a buttarsi in quelle che con un eufemismo sono definite "scienze della vita".

Fondata nel 1901 a East St. Louis (Illinois, Usa) da un chimico autodidatta, John Francis Queeny, «Monsanto» produceva all’inizio saccarina. Nel ’29 acquista un’altra azienda, Swann Chemical Company, che aveva appena messo a punto una nuovo composto, i policlorobifenili (Pcb), apprezzati per l’inerzia chimica e la resistenza al calore (trovarono applicazione nell’industria elettrica come liquidi refrigeranti nei trasformatori e nei condensatori; ora sono vietati data la loro alta tossicità.). Negli anni ’60 alla famiglia dei Pcb «Monsanto» si aggiungono lubrificanti, liquidi idraulici, rivestimenti stagni. Già dagli anni ’30 erano apparse prove della tossicità del composto chimico, provata poi tra gli anni ’60 e ’70: i Pcb e altri composti organici aromatici clorurati sono altamente cancerogeni, responsabili di procurare disordini  al sistema immunitario e della riproduzione. Si concentrano nei grassi, a cui sono affini chimicamente, e si "accumulano" nei tessuti invadendo la catena alimentare: così, malgrado la loro produzione sia vietata dal 1976 negli Usa, i suoi effetti tossici sono ancora visibili nel mondo intero. Del resto, alla fabbrica di Pcb a East St. Louis sono legati episodi terribili di inquinamento: nell’82 la vicina città di Times Beach fu evacuata, per ordine delle autorità federali, tanto era inquinata dalle diossine contenute nei fanghi scaricati da quella fabbrica…

Con le diossine, «Monsanto» ha avuto a che fare dagli anni ’40, quando ha cominciato a fabbricare l’erbicida conosciuto come 2,4,5-T, un composto organico triclorurato. E le diossine sono un sottoprodotto, che si crea in particolari condizioni a partire da composti organici aromatici clorurati.

L’erbicida alla diossina risultò tanto efficace che durante la guerra in Vietnam l’esercito americano lo usò per defoliare le foreste tropicali in cui avevano rifugio i combattenti vietcong: il tristemente famoso "Agente Orange", chiamato così perché arrivava in bidoni distinti da una striscia arancione, è appunto un misto del 2,4,5-T «Monsanto» e del 2,4-D di altri fabbricanti (tra cui la concorrente Dow Chemicals). Il bombardamento delle foreste vietnamite con Agente Orange fu sospeso nel ’71, sotto le pressioni di scienziati e opinione pubblica americana, quando cominciavano ad essere noti gli effetti delle diossine sull’ambiente e la salute umana (la sua tossicità è ormai provata fuori di ogni dubbio: è cancerogena, provoca danni immunitari e alla riproduzione. I veterani americani della guerra in Vietnam furono risarciti per una serie di malattie riconosciute come legate alla diossina; i vietnamiti no, ma questo è un altro capitolo…).

Il vero grande affare di «Monsanto» è cominciato negli anni ’80 con il glifosato, sostanza di base di parecchi erbicidi e soprattutto quello in commercio con il nome di Roundup. E’ l’ottavo erbicida più usato negli Usa, funziona su ogni genere di pianta e ha generato per «Monsanto» una crescita di introiti regolare del 20 per cento annuo. Ovviamente l’azienda pretende che sia innocuo per gli umani, mentre sono noti e documentati i disordini provocati da intossicazione con glifosato (la dose letale è un po’ meno di 20 grammi); soprattutto è noto ormai che il glifosato resta attivo nei vegetali trattati. Eppure su questo pilastro la multinazionale di East St.Louis ha costruito un impero e ha cominciato il salto verso le biotecnologie.
Nel ’98 Roundup e gli altri erbicidi al glifosato rappresentavano un sesto delle vendite annuali di «Monsanto» e metà del suo risultato netto: anche perché nel ’97 l’azienda aveva separato le attività più tradizionali della chimica e fibre sintetiche raggruppandole sotto una società diversa, Solutia, per dedicarsi completamente alla sua nuova "visione", quella delle biotecnologie applicate alla produzione agricola, in cui aveva cominciato a investire a metà degli anni ’80.

 Non è un caso che il primo exploit di «Monsanto» in questo campo sia stato quello delle specie resistenti al glifosato: così si può trattare le coltivazioni con dosi generose di erbicida senza rischiare di uccidere anche la specie utilee con il vantaggio, per «Monsanto», di mettere sul mercato il "pacchetto" di sementi più erbicida (il brevetto sul Roundup scade nel 2000, ma così il mercato resta assicurato). Soia, mais e colza "roundup ready" sono coltivati negli Stati uniti dal ’96-’96. Il cotone "Rr" è arrivato più tardi, nel ’97, ma si è rivelato un disastro.

Sorvoliamo sulla faccenda del cotone Bt – pianta modificata in modo da produrre una tossina, quella del Bacillus Thurigensis Bt, molto apprezzata dall’agricoltura biologica: «Monsanto» nega che introdurre la tossina su enormi estensioni coltivate possa creare nuovi ceppi di insetti resistenti al Bt – ormai parecchi studi hanno invece dimostrato che la resistenza si sta creando, e così uno strumento naturale di lotta ai parassiti sarà vanificato.
 L’altro exploit tecnologico di «Monsanto» è quello che l’azienda ha acquisito nel ’98 quando ha acquistato una relativamente piccola azienda di ricerca biotech, Delta & Pine Land, che appena due mesi prima aveva ottenuto un brevetto (congiunto con il ministero dell’agricoltura degli Usa, Usda) per una tecnica chiamata "Sistema di protezione della tecnologia". Si tratta di una modifica genetica tale da rendere sterile la pianta alla seconda generazione: è meglio nota come Terminator.

Lo scopo del brevetto è evidente: poter vendere le proprie sementi transgeniche nei mercati dell’Asia, Africa, America latina "in tutta sicurezza economica", per usare le parole del comunicato con cui Delta & Pine annunciava la sua scoperta. I contadini, che per secoli hanno conservato il meglio del proprio raccolto per seminarlo alla stagione successiva, non avranno nulla da conservare: quei semi saranno sterili e loro dovranno ricomprarli da «Monsanto» a ogni semina. Per l’agricoltura mondiale è un’invenzione paragonabile alla bomba H. Non esagera chi definisce la tecnologia Terminator una minaccia alla sicurezza alimentare mondiale…

 E’ vero, lo scorso ottobre «Monsanto» ha solennemente annunciato di abbandonare la ricerca sui "semi suicidi", ed è stata prontamente seguita da altre aziende detentrici di brevetti analoghi. Eppure risulta che da allora nuovi brevetti per nuove versioni di Terminator sono state rilasciate dall’ufficio brevetti degli Stati uniti: almeno 7, secondo le informazioni raccolte da Rafi (www.rafi.org), organizzazione canadese per la protezione dell’agricoltura. Perché brevettare invenzioni se non per trarne prima o poi un profitto?

In marzo una sessione del "Tribunale permanente dei popoli" ha giudicato «Monsanto» colpevole di "aver sviluppato tecnologie che possono causare danni irreversibili e aver deliberatamente e illegalmente rilasciato queste tecnologie senza riguardo all’impatto sulla salute, l’ambiente e il tenore di vita" di intere popolazioni; di aver diffuso notizie tendenziose, incluso false pubblicità, circa le sue tecnologie; di aver "tentato di sovvertire gli enti regolatori e le istituzioni pubbliche incaricate di proteggere la sicurezza dei cittadini". Il Tribunale, riunito all’Università di Warwick, aveva esaminato in particolare il caso dell’Andhra Pradesh (India), dove il cotone Bt è stato rifilato ai contadini a loro insaputa, prima di ogni test e ricerca sull’impatto ambientale a lungo termine.

Ma il profitto giustifica tutto. Del resto, il famoso dossier del The Ecologist ricostruisce come tra la multinazionale e all’amministrazione Usa ci siano dei "vasi comunicanti" - si pensi che Mickey Kantor, architetto della prima campagna elettorale clintoniana nel ’92 e poi rappresentante Usa ai negoziati mondiali sul commercio, è passato in seguito al consiglio d’amministrazione di «Monsanto». O che Marcia Hale, già assistente personale di Clinton, è andata a lavorare come responsabile delle relazioni pubbliche di «Monsanto» in Gran Bretagna.

Beninteso, questa è la faccia che «Monsanto» non mostra al pubblico. Al contrario: l’evoluzione di «Monsanto» verso la biotecnologia è stata condita con le visioni profetiche del suo presidente del consiglio d’amministrazione, Bob Shapiro – e da tonnellate di pubblicità della più subdola per dire che «Monsanto» salverà il mondo dalla fame e l’ambiente dall’eccesso di pesticidi…

La doccia fredda, per il signor Shapiro, è arrivata però negli ultimi mesi. Sarà "l’aria del tempo": il titolo azionario di «Monsanto» è sceso dal suo record di 50 dollari in febbraio ’99 a un record di ribasso di 35 dollari nel gennaio 2000. E’ in buona compagnia, poiché tutta l’industria biotech è in ribasso. Ma dopo aver investito oltre 8 miliardi di dollari dal 1996 per acquistare aziende produttrici di sementi transgeniche e diventare la leader del settore, il colpo è duro.

E credo che sia stato duro anche il colpo inferto alla "Monsanto" dal movimento popolare di Ravenna nel 2001, quando è stato impedito il collocamento nella zona del petrolchimico ravennate di un impianto che prevedeva una produzione di glifosato pari a 40.000 tonnellate annue di erbicida, con il consenso delle autorità e delle forze politiche, sia della Regione che dello stesso Comune.
La forte e decisa opposizione popolare, che aveva preso consapevolezza del problema tramite l'informazione corretta da parte di movimenti di "vera" sinistra non coinvolti negli interessi economici relativi, si esprimeva in una partecipata manifestazione che metteva le forze politiche davanti alle loro tante contraddizioni e responsabilità, riuscendo alla fine del percorso a bloccare il progetto e a respingerlo stabilmente.
 
(3) Da un articolo apparso sul quotidiano "Liberazione" del 6 giugno 2003:
Nuovo "colpo di scena" nel dibattito sugli organismi geneticamente modificati:
attualmente fuori dalla porta in base alla moratoria da parte dell'UE che risale al 1998, gli OGM sarebbero letteralmente rientrati dalla finestra già nel 1999.
Questo è quanto sostiene l'associazione ambientalista rumena Ecosens, che denuncia la presenza nel 2002 di 50 mila ettari di campi coltivati con soia geneticamente modificata del tipo "Roundup ready", fornita dal gigante americano Monsanto.
Secondo Ecosens, la Romania sarebbe diventata "una discarica per sementi geneticamente modificate". E l'allarme potrebbe riguardare anche altri paesi destinati a entrare prossimamente nell'Unione.
Romania, Bulgaria, Ucraina e altri paesi dell'Europa centrale sarebbero infatti l'oggetto di una strategia precisa per veicolare gli OGM in Europa.
Una mossa strategica sponsorizzata dagli Stati Uniti che hanno manifestato ufficialmente la loro insoddisfazione sul fronte delle politiche europee sul biotech all'Organizzazione mondiale per il commercio.

Ma è ben da prima che in Italia sono state messe in atto sperimentazioni in campo di produzioni agricole di organismi geneticamente modificati.
E' del Veneto il record italiano di sperimentazioni in campo aperto di produzioni agricole di questo tipo, e la Regione non si è posta il problema di effettuare alcun controllo o verifica supplementare su questi insediamenti, come in molte altre Regioni.

Ecco un elenco, seppur parziale, delle sperimentazioni messe in atto, con le date del periodo di sperimentazione che testimoniano come la moratoria dell'UE del 1998 sia stata ampiamente disattesa! 


Notificante: Dekalb Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/97/10
Data notifica: 18/02/97 
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente all'erbicida Glifosato (GA21).
Periodo sperimentazione: aprile 1997 - novembre 1999

Az.
Agric. Sperim. Univ. di Padova - Via Romea, 10 - Legnaro (PD)
Az. Agric. Piubello Mariano - Via Castellaro, 29 - Zimella (VR)
Az. Bolla Paolo - Via Carpanedo - Lonigo (VI)
------------------------------------------------------------------------------------------------
Notificante: KWS Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/98/09 
Data notifica: 23/01/98
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente all'erbicida Glufosinato ammonio (evento T25 contenente il gene PAT). 
Periodo sperimentazione: gennaio 1998 - dicembre 2000
 
Az. Agric. Tognin Fabrizio - Via S. Martino, 17 - Monselice (PD)
Az. Agric. Malachin Placido - Via Forni, 39 - Granze (PD)
Az. Agric. Marcheluzzo Nereo - Via S. Vito, 6 - Zimella (VI)
-------------------------------------------------------------------------------------------------
Notificante: KWS Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/98/47 
Data notifica: 28/12/98
Prodotto:
barbabietola da zucchero
Progetto: Barbabietola da zucchero resistente alla Kanamicina e all'erbicida Glufosinato ammonio (T 120-7). 
Periodo sperimentazione: febbraio - luglio 1999 

Az. Agric. Sanguin Mario - Via Casette, 46 - Baone (PD)
Az. Agric. Scarparo Lenzo - Via Motta - Monselice PD
--------------------------------------------------------------------------------------------------


Notificante:
KWS Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/99/03
Data notifica: 18/01/99
Prodotto:
barbabietola da zucchero
Progetto: Barbabietola da zucchero resistente all'erbicida Glifosato
Periodo sperimentazione: febbraio - luglio 1999 

Az. Agric. Fongaro Giuseppe - Via Preare 2 - Baone (PD)
Az. Agric. Stefanin Pietro - Via Ca' Borini 61 - Baone (PD)
---------------------------------------------------------------------------------------------


Notificante:
Monsanto Italiana S.p.A. 
Nr. Notifica: B/IT/99/04
Data notifica: 04/02/99
Prodotto:
soia
Progetto: Soia resistente all'erbicida Glifosato.
Periodo sperimentazione: gennaio 1999 - dicembre 2001

Az. Agric. Sperim. Univ. di Padova - Via Romea, 10 - Legnaro (PD)
Az. Villaranza s.a.s. - Via Villaranza, 16 - Villafranca Padovana (PD)
Az. Agric. Bon Maria V. ed Eredi di Bon Claravia Castaldia - Musile di Piave (VE)
Az. Salvador Severino - Via Villanova - Motta di Livenza (TV)
Az. Branco Francesco - Via Giavone, 2 - Cologna Veneta (VR)
Az. Reda Maria - loc. Castello di Nebbione - Carisio (VC)
Az. Miotto Paolo e Valentino - Via G. Pascoli, 6 - Vescovana (PD)
Az. Zingales F.lli - Via Parado Stretti di Eraclea (VE)
ESAV - Via Dossetto, 1 - Lugugnana di Caorle (VE)
Perocco Ing. Francalberto - Via Mazzolà Vaccil - Breda di Piave (TV)
Az. Agric. Guarda Alberto - Via Colombaron, 1 - Lonigo (Vl)
Az. Agric. Dani Adriano - Via Sabbionara, 2 - Lonigo (Vl)
-------------------------------------------------------------------------------------------------

Notificante: Novartis Seeds S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/99/09A
Data notifica: 26/02/99
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente alla piralide.
Periodo sperimentazione: marzo 1999 - ottobre 2001

Dalla Libera Aldo - Via Maddalena, 17 - Oderzo (TV)
Oliviero Ennio - Via Pontenovo, 55 - Pojana Maggiore (VI)
Az. Selva Zampieri di Menarbin Giancarlo - Via Canaletta Superiore, 82 - Stanghella (PD)
Az. Agric. Bertelè Guido - Via Piatton, 7 - Cerea (VR)

--------------------------------------------------------------------------------------------

Notificante: Novartis Seeds S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/99/19
Data notifica: 24/03/99
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente agli erbicidi
Periodo sperimentazione: aprile - agosto 1999


Az. Agric. Filippi Giovanni ed Emiliano - Via Badia, 108 - Camisano Vicentino (VI)



Notificante: Pioneer Hi-Bred Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/96/51
Data notifica: 16/12/96
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente alla piralide
Periodo sperimentazione: aprile 1997 – novembre 2001


Az. dell'Ist. di Genetica e Sperim. Agraria "N. Strampelli" - Via Marconi 1 -
Lonigo (VI)
Az. dell'Ente di Sviluppo Agricolo del Veneto "Sasse-Rami" - Via Verdi 35 -
Ceregnano (RO)



Notificante: Pioneer Hi-Bred Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/96/52
Data notifica: 16/12/96
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente all'Ampicillina e all'erbicida Glufosinato ammonio.
Periodo sperimentazione: aprile 1997 – novembre 2001


Az. dell'Ist. di Genetica e Sperim. Agraria "N. Strampelli" - Via Marconi, 1 -
Lonigo (VI)
Az. dell'Ente di Sviluppo Agricolo del Veneto "Sasse-Rami" - Via Verdi, 35 - Ceregnano (RO)


Notificante:
Pioneer Hi-Bred Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/97/12
Data notifica: 19/02/97
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente alla piralide.
Periodo sperimentazione: aprile 1997 – maggio 2001


Az. Agric. Tenuta di Bagnoli - P.zza Marconi, 63 - Bagnoli di Sopra (PD)
Az. Agric. Cattelan Francesco - Via Lobbia, 52 - Vicenza (VI)
Az. Agric. Benati Franco - Via A. Venturi, 2 - Bagnolo di Nogarole (VR)
Az. Agric. Perocco Alberto - Via Mazzola, 12 - Breda di Piave (TV)
Az. Agric. Volpato Giuseppe - Via Ca' Solaro, 25 - Favaro Veneto (VE)
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Notificante: Pioneer Hi-Bred Italia S.p.A.
Nr. Notifica: B/IT/97/13
Data notifica: 19/02/97
Prodotto:
mais
Progetto: Mais resistente all'Ampicillina e all'erbicida Glufosinato ammonio.
Periodo sperimentazione: aprile 1997 – maggio 2001


Az. Agric. Perocco Alberto - Via Mazzola, 12 - Breda di Piave (TV)
Az. Agric. Cattelan Francesco - Via Lobbia, 52 - Vicenza (VI)
Az. Agric. Benati Franco - Via A. Venturi, 2 Bagnolo di Nogarole (VR)
Az. Agric. Volpato Giuseppe - Via Ca' Solaro, 25 - Favaro Veneto (VE)
Az. Agric. Tenuta di Bagnoli - P.zza Marconi, 63 - Bagnoli di Sopra (PD)




Note bibliografiche sul documento

(4) Barinaga, M., A shared strategy for virulence, "Science", n.272

(5)
Schubbert, R., Lettmann, C., et Doerfler, W., Ingested foreign (phage M13) DNA survives transiently in the gastrointestinal tract and enters the bloodstream of mice, "Molecular and General Genetics", n.242

(6a) Anderson, I., The pig must die!, "New Scientist", aprile 2000
(6b) Pain, S., The plague dogs, "New Scientist", marzo 2002
(6c)
Gardner H., Kerry K., Riddle M., Poultry virus infection in Antartic pinguins, "Nature", n.387
(6d) MacKenzie D., Killer virus piles on the misery in Zaire,
"New Scientist", giugno 2002

(7)
Citato in The spectre of a human clone, "Indipendent", febbraio 1997

(8) Shiva, V., Monoculture of the Mind, Third World Network, Penang; trad.
It. di Giovanna Procacci, Monoculture della mente, Bollati Boringhieri, Torino.

(9) Shiva, V., Biopiracy: The Plunder of Nature and Knowledge, Green Books, Londra; trad. It. di Giovanna Ricoveri, Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni. CUEN, Napoli.

(10) Shiva, V., Stolen Harvest. The Hijacking of the Global Food Supply, South End Press, Cambridge; trad.
It. di Giovanna Ricoveri, Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali, DeriveApprodi, Roma.

(11) Mae-Wan Ho, Genetic Engineering. Dream or Nightmare?, Gill & McMillan Ltd, Dublino; trad. It. di Elisabetta Galasso e Sabina Morandi, Ingegneria genetica. Le biotecnologie tra scienza e business, DeriveApprodi, Roma.