www.resistenze.org - proletari resistenti - salute e ambiente - 18-10-06

Ora e sempre no TAV
 
di Sara Doronzo
 
Il movimento popolare contro il TAV ha dimostrato che è possibile praticare una democrazia dal basso in grado di assumersi la responsabilità di decidere del proprio futuro, della tutela della salute e della salvaguardia del territorio.
L’opposizione alla costruzione della linea Torino-Lione travalica i confini piemontesi e assume una valenza nazionale, allacciandosi alle molteplici lotte contro le nocività ambientali che hanno scosso la penisola negli ultimi anni.
 
Durante i mesi di luglio e agosto, nel movimento valsusino è maturata la convinzione che i diversi temi di difesa del territorio non possono essere affrontati separatamente: ed ecco che la lotta NO-TAV si intreccia con lo slogan NO-TIR e con la richiesta di NO-INQUINAMENTO.
L’insieme delle rivendicazioni (contro il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e contro il Mose di Venezia) ci dovrebbe far ricordare che è in gioco la definizione stessa di “bene comune”, una rivendicazione che non può coincidere con quella di profitto, ma si articola intorno ai nodi della decisionalità, della partecipazione, della libertà di progettare un futuro in cui la “crescita” si misuri su parametri condivisi.
 
Questa non deve essere la lotta di un solo popolo, bensì dovrebbe essere sentita e fatta propria da tutti. Ciò che si contrappone, infatti, sono due visioni di sviluppo del tutto divergenti: chi, da una parte, insegue la velocità, il business, il profitto, lo scambio di merci sempre più sfrenato in nome dell’interesse di qualche lobby (sostenute soprattutto da potenti supporter sia al governo che all’opposizione); e chi ritiene che tutto questo vada a discapito della gente, che si tratti di “regresso” piuttosto che di “progresso”, e che così facendo le risorse non rinnovabili vengano assorbite quasi completamente, mettendo a repentaglio la salute e il futuro di tutti.
 
In Italia il mito di una grande opera ferroviaria ad alta velocità, elevata ad emblema di modernità, garanzia di perpetuazione del modello di sviluppo consumista sta tuttora abbagliando molti, a destra come al centro ed a sinistra. E’ l’effetto di una martellante propaganda orchestrata dai poteri forti, tutti interessati ad entrare nel più grande affare mai immaginato. Resiste solo chi rifiuta la catena di distribuzione di favori, chi all’offerta di "un posto a tavola" contrappone ed antepone valutazioni concrete del rapporto costi-benefici dell’infrastruttura e mette nel conto la salvaguardia delle risorse economiche ed ambientali, nell’interesse generale dell’attuale generazione e di quelle future.
 
Le ragioni dei movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere devono unirsi. Non bisogno aver paura di ricordare che, purtroppo, queste opere sono state volute sia dai governi di destra che di sinistra.
 
Nella Finanziaria 2006/2007 è previsto un uso dubbio del Tfr, ovvero si vorrebbe destinare ad un “fondo infrastrutture”, inventato appositamente per finanziare il progetto fallimentare delle grandi opere. Questo provvedimento conferma una preoccupante continuità del governo attuale con quello precedente.
 
Il popolo valsusino, e non solo, ha continuato a ribadire la sua netta contrarietà alla realizzazione della linea ferroviaria ad Alta Velocità tra Torino e Lione perché inutile, dannosa, distruttiva, economicamente insostenibile e ambientalmente devastante.
 
Per gli stessi motivi il movimento ha espresso la propria ferma opposizione al raddoppio del tunnel autostradale del Frejus, oggi maldestramente celato dietro il progetto di galleria di sicurezza. Nel contempo, però, ha avanzato la proposta di fissare ad un massimo di 1500 il numero di passeggeri giornalieri dei TIR in valle (provvedimento da far entrare in vigore entro il 31/12/2006).
 
La Val di Susa e la cintura ovest di Torino rifiutano il ruolo di corridoio multimodale di traffico, per la semplice constatazione che nei corridoi non si può vivere. Rivendicano il diritto ad un modo di vita sano, che valorizzi le specificità ambientali, storiche, naturalistiche, architettoniche e turistiche, nel rispetto della natura e dell’ambiente.
Gli abitanti di questi territori chiedono una ridistribuzione del traffico merci sull’intero arco alpino che non penalizzi alcune vallate, ma rispetti l’ambiente e la vivibilità di tutte nella prospettiva di una graduale riduzione del traffico pesante.
 
Oggi si ha la sensazione che una nuova fase sia cominciata. Infatti, ci sono nuovi progetti che vengono frettolosamente proposti dai soggetti più disparati, perfino LTF si offre disponibile a cambiare i piani e il Presidente dell’Osservatorio giustifica le ragioni dei Sindaci. Evidentemente molti tra i proponenti hanno capito che il TAV in Val di Susa ha trovato un’opposizione nonviolenta e documentata, difficile da abbattere o aggirare.
 
I politici, invece, non hanno mai avuto la volontà di avviare un tavolo di studio a livello d’area vasta sulla viabilità e sul trasporto merci e persone. Si è discusso sempre di opere, di gallerie, ma mai di dati giustificativi dell’opera.
Solo la Comunità Montana Bassa Valle di Susa ed i Sindaci hanno provato a proporre un simile percorso, ma colpevolmente Regione, Provincia, Comune di Torino e ministeri competenti, dei vari governi succedutisi finora, non hanno mai neppure provato a ragionare sui dati di traffico reali, sulla direzione di questi flussi, sulle criticità e sui modi per risolvere almeno il risolvibile (in tempi brevi e con costi sostenibili).       
 
La conseguenza di queste mancanze sono linee ferroviarie sotto utilizzate, autostrade intasate o peggio disastrate come la Torino - Milano, circonvallazioni e sistemi di tangenziali in tilt, centri intermodali appena completati e già logisticamente superati.
 
I contribuenti pagano a caro prezzo queste mancanze, i cittadini subiscono ricadute negative sulla loro salute, le imprese vengono sottoposte a costi aggiuntivi inaccettabili. E cosa si fa per intervenire? Da 12 anni si continuano a progettare opere di cui non si conosce l’utilità concreta, né ci si cura di capirne i costi economici e sociali.
 
E’ necessario che la lotta continui, che tutti diventino parte attiva nella mobilitazione contro qualunque aggressione al territorio.
 
Solo la partecipazione popolare può fermare la lobby degli affari e del cemento.
 
Sara Doronzo