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da "Note n.30" - Coll. Che Guevara
LA SCUOLA DEL
CAPITALE NEL TERZO MILLENNIO
Il neoliberismo porta ad estremo
compimento il processo di mercificazione dell'intera società. La scuola
ne è ovviamente interessata, come altri importanti settori, ma sarebbe
riduttivo considerare l'attuale tendenza solo come il frutto della
volontà di privatizzare al fine d'estrarre profitto: la scuola diventa
oggi, più che mai, fucina e serbatoio di manodopera per l'impresa,
decisa ad esercitare su di essa tutto il suo potere ed assoggettarla
totalmente alle logiche ed alle esigenze del capitale nell'esautorazione
da ogni altro compito e funzione sociale. Ma, a guardar bene, ciò che
affrontiamo oggi con la Riforma Moratti, accompagnata ad hoc da accordi
sindacali, legge finanziaria, uso propagandistico o censorio dei mass
media, altro non è che la continuazione di un percorso già intrapreso
dai precedenti governi, pur con forme ed accenti diversi... Ma certo: il
"riformare" si è fatto oggi più aggressivo, più sfacciato, più arrogante
e non sembra temere lo scontro nella sua "guerra globale" in funzione
degli interessi dell'impresa.
Le regole della nuova sintassi nella cultura d'azienda.
Se il sapere ed il titolo di studio sono merci,
la scuola è l'azienda che le
fornisce, l'insegnamento è l'offerta formativa, le famiglie i clienti,
i presidi diventano i dirigenti scolastici, gli studenti - avendo stipulato un contratto formativo - a seconda dei risultati contraggono
debiti o crediti
formativi, mentre
gli insegnanti ed il personale ATA (amministrativo, tecnico,
ausiliario), risultano dipendenti non già del MPI - Ministero della
Pubblica Istruzione - ma del MIUR - Ministero dell'Istruzione,
Università e Ricerca, dove l'attributo "pubblico" è rigorosamente
sparito.
Finanziamenti alla scuola privata.
Nel corrente anno
scolastico, il secondo in cui vige la "parità", l'80% delle scuole
private ha ormai ottenuto il riconoscimento dal Ministero. Esse sono
variamente legate alla Chiesa, al mondo imprenditoriale ed ai sindacati
confederali. Era evidentemente un passaggio necessario, per poter poi
procedere nello smantellamento del pubblico, che si realizza, tra le
altre forme, attraverso lo strangolamento economico: i 200 miliardi di lire stanziati dalla
Finanziaria, di per se' già esigui, saranno ripartiti tra pubblico e
privato e si
tradurranno in 20 milioni scarsi per ciascun istituto.
I buoni scuola sono
un'altra fonte di introiti per la scuola privata: il 97% dei fondi stanziati dalle
singole Regioni, secondo meccanismi diversi ma mirati, va a loro. Il
meccanismo più eclatante, ad esempio, è quello della franchigia vigente
in Lombardia: soltanto se la spesa mensile supera le 400.000 lire si ha
diritto al buono scuola, il che taglia automaticamente fuori le scuole
pubbliche. Le famiglie fungono solo da tramite verso i veri beneficiari.
Tutto questo in nome della tanto proclamata "libertà di scelta",
ipocrita scusa per celare dietro un'immagine democratica ciò che in
realtà è appropriazione di risorse pubbliche a scopo di lucro privato.
In realtà la libertà di scelta delle famiglie sarà ancor più lesa. Esse,
infatti, saranno orientate secondo logiche di appartenenza sociale e
culturale, mentre aumenterà la concorrenza tra istituti per accaparrarsi
utenza "pregiata" e le fasce sociali più deboli accederanno alle scuole
di serie"C", che fungeranno un po' da parco giochi, un po' da
riformatori, un po' da formazione professionale.
La regionalizzazione a tutto vantaggio delle imprese
locali.
Con la Riforma
Moratti si profila una profonda destrutturazione del sistema scolastico
nazionale anche attraverso la distinzione, nel ciclo superiore, fra
Istruzione e Formazione. L'Istruzione (quella "nobile") sarà fornita dai
Licei: classico, scientifico, linguistico, tecnologico, economico,
artistico, musicale, umanistico. La Formazione, articolata nelle aree:
agricolo-ambientale, tessile-sistema moda, grafica-multimediale,
chimica-biologica, meccanica, elettrica-elettronica-informatica, edile e
del territorio, turistica-alberghiera, aziendale-amministrativa,
sociale-sanitaria, più eventuali aree d'interesse locale, sarà offerta
dagli Istituti Professionali, non più statali ma regionalizzati e,
naturalmente, da una serie di "agenzie formative" private in regime di
aperta concorrenza. Non a caso questo passaggio riguarda gli Istituti
Professionali, quelli in assoluto più costosi per lo Stato, per via dei
laboratori e delle attrezzature che richiedono, ma anche quelli dove la
formazione è più appetibile sul mercato (per intenderci: un corso
tecnico-pratico di fotografia, informatica o accompagnatore turistico si
vende molto meglio che uno di filosofia o letteratura italiana). Ogni
Regione, in base a scelte politiche e risorse disponibili, potrà gestire
in proprio la Formazione (come sembrerebbe l'orientamento di Emilia
Romagna ed Umbria, ad esempio) o "appaltarla", in tutto od in parte, ad
agenzie esterne (vedi Piemonte, Lombardia, Veneto). Un vero affare, che
rafforzerà il ceto politico locale e le associazioni imprenditoriali.
La scuola
come fucina e serbatoio di manodopera per l'impresa.
Già da tempo le corporazioni delle
professioni e le imprese si adoperano per avocare a se' la gestione
della scuola. La Confindustria ha investito in ciò risorse economiche,
organizzato convegni, corsi di formazione per presidi manager ed
insegnanti, finanziato ricerche, pubblicato notiziari influenzando con
le proprie idee ampi settori del personale scolastico. Nel corso degli
anni ha intensificato i rapporti col Ministero ed è entrata a far parte
di organismi che si occupano di specifici settori dell'istruzione.
L'obiettivo è piegare la scuola agli interessi dell'imprenditoria, anche
nell'iter formativo. Fine ultimo non è più la formazione della persona e
del cittadino, ma del lavoratore flessibile e del consumatore (materie e
contenuti, struttura dei cicli di studi, valutazione, identificazione
dei profili formativi in base all'impiegabilità). Cosμ, ad esempio,
alcune materie considerate fin'ora parte integrante del processo
educativo e culturale dell'individuo, come le Lingue Straniere e
l'Educazione Fisica, risulteranno declassate a materie opzionali, da
seguire in appositi corsi pomeridiani, gestibili naturalmente anche da
enti/personale esterni.
Gli studenti potranno /dovranno inoltre
inserire nel proprio iter l'alternanza scuola-lavoro, quest'ultimo da
svolgersi in azienda e, naturalmente, non pagato. Le imprese avranno
cosμ a disposizione manodopera gratuita mediante la quale abbattere
ulteriormente i costi della forza lavoro, sfruttabile in cambio della
fornitura di competenze minime immediatamente usufruibili ed utili, in
particolare, nella specifica situazione. Giacché poi, come auspica la
legge delega, sarà possibile continuare la formazione durante tutta la
vita lavorativa, dopo l'immissione sul mercato del lavoro eventuali
ulteriori qualificazioni dipenderanno dalle imprese, che decideranno a
chi, quando, come ed a quale prezzo fornirle.
In tal modo è
oltremodo ridotta per la scuola la possibilità di trasmettere un
patrimonio di competenze più generali e di perseguire la formazione
culturale dell'individuo in quanto tale: bando ai retrogradi
romanticismi, è la produzione di forza lavoro ciò che interessa ed anche
questo deve diventare, almeno in parte, fonte di profitto.
La scuola funziona in
democrazia come l'impresa: è il capo che decide.
Confindustria e Chiesa Cattolica
entrano pesantemente nel settore dell'istruzione con un ruolo di
orientamento e di potere notevolissimi. Personaggi significativi vengono
chiamati a far parte della "Commissione per la deontologia professionale
del personale docente" e della "Commissione per l'applicazione della
legge sulla parità tra scuola statale e non statale". Nella prima
troviamo il Cardinal Ersilio Tonini (nominato da Letizia Moratti
nientemeno che presidente onorario), Giuseppe Savagnone (direttore del
Centro Diocesano per la pastorale della cultura e dell'Ufficio regionale
per la cultura, la scuola e l'università della Conferenza Episcopale
Siciliana), Rosario Drago (Associazione Nazionale Presidi), Emilio Brogi
(A.N.), Carla Cerofilini (F.I.), Luciana Lepri (Fondazione Nova Spes,
legata alla destra sindacale). Della seconda fanno parte Franco
Garancini ("Avvenire", organo dell'episcopato italiano), Don Guglielmo
Malizia (pedagogista dell'Università Salesiana), Enzo Meloni (presidente
dell'Agesc, associazione delle famiglie che sostengono la scuola
cattolica), Franco Nembrini (Responsabile Scuola della Compagnia delle
Opere, braccio economico di Comunione e Liberazione), Attilio Oliva (ex
Responsabile Scuola della Confindustria). La strategia di tali scelte si
commenta da se'.
Gli "Stati Generali della Scuola", convocati
dal ministro Moratti, sono serviti soltanto a dare parvenza di
legittimità e beneplacito ad una riforma di fatto già elaborata. Benché
lo stesso Consiglio dei Ministri non ne abbia poi approvato tutti i
punti, ne è annunciata l'entrata in vigore a partire da settembre
2002.
Diminuisce ulteriormente il potere degli Organi
Collegiali e aumenta invece l'accentramento nelle mani dei dirigenti
scolastici (per comprenderne il ruolo si consideri che, a fronte dei 200
miliardi destinati alla scuola, ben 40 sono destinati all'aumento dei
loro stipendi).
La stessa funzione docente viene
ridimensionata, sia sul piano professionale, come libertà di organizzare
autonomamente parte del proprio lavoro, sia come potere di valutazione,
di cui l'insegnante viene esautorato: sarà il Servizio Nazionale per la
Qualità del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione a
predisporre verifiche sulle conoscenze ed abilità degli allievi,
attraverso "oggettivi" strumenti di rilevamento, quali i test elaborati
a computer...
Ma è da segnalare un'iniziativa pionieristica
dell'assessore all'Istruzione di Bologna (F.I.), il quale ha istituito
un numero verde tramite il quale denunciare chi a scuola parla male di
Moratti o Berlusconi: siamo ben oltre la grottesca censura dei libri di
testo "non obiettivi" perché parlano bene della Resistenza e male dei
fascisti, siamo all'aperto attentato alle libertà individuali!
La scuola, come l'impresa, penalizza
chi lavora.
Dietro la
tanto decantata "Autonomia Scolastica" si realizza il progetto di
trasformazione delle scuole in aziende anche dal punto di vista della
gestione del personale: delega di gran parte dei poteri del Ministero ai
presidi, distribuzione capillare del clientelismo, violazione
sistematica dei diritti dei lavoratori, decentramento della
contrattazione sul salario accessorio ai singoli istituti. Il tutto
maneggiato attraverso meccanismi burocratici soffocanti, logiche di
potere pseudomafiose, gerarchiche, ad ampia discrezionalità da parte dei
dirigenti scolastici e della loro ristretta cerchia di collaboratori
(insulto alla democrazia ed alla trasparenza), spesso in modo
inefficiente e con obiettivi di fatto divergenti da quelli propriamente
educativi e didattici.
I contratti dei lavoratori della scuola
da 10 anni a questa parte non hanno fatto altro che peggiorarne le
condizioni economiche a fronte di un aumento costante dei carichi di
lavoro e di una pretesa flessibilità. Quello del '94/'97 ha abolito gli
automatismi salariali, ridotto le retribuzioni per tutti ed incentivato,
con i conseguenti risparmi, il lavoro aggiuntivo.
L'ultimo, secondo
gli accordi firmati il 4 febbraio 2002 dai sindacati confederali, è il
"contratto cannibale", cosμ definito dalla CUB (sindacato di base).
Gli ATA non avranno un centesimo in più in busta paga, mentre aumenta la
possibilità di esternalizzare il loro lavoro. Gli insegnanti avrebbero
un aumento (tolta l'inflazione programmata) corrispondente a mezza pizza
al mese (se l'aumento fosse equamente distribuito a tutti sullo
stipendio di base). Il succulento gruzzolo viene, infatti, diluito
nell'arco di due anni e, recita l'art. 2 dell'accordo, si deve destinare
"una quota delle risorse finanziarie all'incentivazione dell'efficienza
del servizio e della produttività", cioè al salario accessorio, trovata
che negli ultimi anni è servita a divedere i lavoratori ed a porli gli
uni contro gli altri. L'ultima disposizione morattiana che sfrutta tale
meccanismo è quella dell'eliminazione dei cosiddetti "spezzoni", cioè le
ore che restano in ogni scuola dopo l'assegnazione delle cattedre, dando
la possibilità agli insegnanti di ruolo di prolungare volontariamente il
proprio orario di lavoro coprendo tali "eccedenze" e sottraendo
cosμ ore ad altri colleghi (i precari in primo luogo), che già si
trovano in condizioni di assoluta debolezza. Qui sta il cannibalismo:
retribuzione in più per alcuni in cambio di posti di lavoro in meno per
altri.
Ma, ciliegina sulla torta, mentre la situazione dei precari
piuttosto che trovare soluzione peggiora, esposti come sono all'arbitrio
dei nuovi dirigenti, esiste già una legge (mancano solo più i
regolamenti applicativi) per l'immissione in ruolo di 14.000 insegnanti
di religione, selezionati dalla Curia, attraverso un concorsino
pro-forma, ovvero tout court.
Molti gli interrogativi
ancora aperti. Che fine faranno le migliaia di docenti di materie
declassate? Come cambierà la situazione dei docenti e del personale ATA
degli attuali Istituti Professionali Statali anche a seguito del
processo di regionalizzazione?
Quali
prospettive?
I guasti sociali provocati dall'onda
"riformatrice" avranno un impatto via via più pesante sul milione di
lavoratori della scuola (850.000 docenti e 150.000 ATA) e sugli oltre 10
milioni di studenti (tra elementari, medie e superiori) e relative
famiglie. Si pensi anche soltanto alla chiusura che procede, nel
silenzio generale, delle tante scuole che in passato consentivano ai
bimbi delle vallate di accedere all'istruzione senza sottoporsi allo
stesso pendolarismo degli adulti.
Occorrerà, è evidente al punto da
risultare retorico, trovare gli spazi e le forme organizzative per
levare un Ya basta! che si ponga come obiettivo la costruzione dal basso
di una società altra la quale si assuma l'onere ed il compito di
crescere e formare le generazioni che verranno in nome di un futuro che
o sarà fondato sul benessere collettivo o non esisterà.