Di Tiziano Tussi
Partiamo da un assunto: a scuola si deve produrre cultura. La produzione
avviene tra chi insegna e chi impara. Per imparare c’è sempre tempo.
L’insegnamento invece deve sempre esser in atto. Come si fa a sapere quando si
svolge decentemente? Quale stipendio deve essere dato? Occorre diversificare?
Questa preoccupazione, quella cioè di differenziare tra insegnanti, pare essere
la preoccupazione ed il cruccio degli ultimi ministri della Pubblica Istruzione
e dei maggiori sindacati. Pensiamo al ministro D’Onofrio – che non azzeccava
mai un congiuntivo – del primo governo Berlusconi. Con lui infatti si ebbe
l’abolizione degli esami di riparazione alla scuole superiori. Una intervento
che cadde come un sasso pesante in uno stagno di latenza cultuale, quale era
allora la scuola. Non che prima fossero tempi felici, ma almeno nella scuola
agivano rapporti di conflittualità sociale politica usuali. Certo, dal periodo
degli ani ‘60-‘70 anche la scuola ha vissuto sempre più una tendenza alla
trasformazione “familistica” assoluta. E’ diventata sempre più un “luogo” nel
quale capire il giovane, seguirlo, incitarlo. Il fare cultura si è
costantemente perso all’orizzonte, come obiettivo. La “bella lezione”
interessava sempre meno. L’acme lo si è avuto appunto negli anni ’90. La
preoccupazione di scovare l’insegnante preparato e perciò in procinto, almeno a
dichiarazioni altisonanti, di essere meglio pagato, ha oscurato tutto il resto.
La distinzione fra i due possibili macro casi – insegnanti preparati e non – è
alla conoscenza di ogni studente, appena dopo pochi giorni di scuola. Tali
tipologie si sclerotizzano nelle scuole ed in ogni istituto si conosce in quale
corso c’è l’insegnante asino oppure in gamba. Questa verità non è mai stata a
portata di nessun ministro e neppure di alcun sindacato. Alcuni di questi si
rifugiano ancora oggi nella difesa in toto della categoria: per esempio soldi
in eguale misura per tutti. Altri: i più “responsabili” si scervellano per scoprire
modi per arrivare a conoscere il livello di preparazione dei professori. Per
questo si sono inventate nel tempo assurdità di aggiornamento che hanno
lasciato o ovviamente il tempo che hanno trovato. Non viene in mente a nessuno
che si dovrebbe fare riferimento ad una semplicità di fondo anche per questo
lavoro. Riassumo: a) stipendi certi, chiari e definiti; b) possibilità di
studiare; c) messa a confronto pubblico del sapere.
Iniziamo dal primo punto: uno stipendio chiaro è sinonimo di chiarezza di rapporti
di lavoro. Pochi sono i mestieri dove gli straordinari sono pagati meno che le
ore normali. Anche in queste settimane vi è stata una diversa interpretazione
attorno alle ore eccedenti le ore-cattedra che dovrebbero esser pagate, secondo
il ministro taglia erbe Moratti, pochissimi soldi. Sei ore in più, per arrivare
al massimo di 24 la settimana, in cattedra, sarebbero pagate circa
1diciottesimo dello stipendio mentre rappresentano, in tempo reale, un 33% di
impegno in più, nella prospettiva di prosciugare spezzoni e supplenze, per fare
risparmiare lo Stato insomma. Quindi più lavori meno sei pagato. Perché? Incomprensibile ma è così.
Lo stipendio degli insegnanti italiani, i peggio pagati in Europa, è suddiviso
in parti difficilmente comprensibili. La semplicità di avere uno stipendio
senza troppe voci, con un incremento percentuale, in caso di straordinari, come
comunemente si fa, non passa neppure per la testa del ministro e dei sindacati.
Secondo punto La possibilità di studiare e cioè un anno sabbatico oppure corsi
durante l’anno. Ora per potere usufruire di tutto questo è indispensabile
pagare di tasca propria oppure non esiste proprio la possibilità. Investire
sulla continua acculturazione della categoria insegnanti significa l’esborso di
soldi da parte del ministero. Ma i soldi pare non ci siano e perciò occorre
tagliare, saturare i monti orari, fare supplire sino all’inverosimile, per
settimane, chi sta assente dal lavoro, in una parola “razionalizzare”. Ma
questo obiettivo non si concilia con il dovere della scuola. Produrre cultura
non si sposa con il risparmio strutturale, infilando in meno classi più
studenti, così come si potrebbe fare per un magazzino merci che lavori “just in
time”. Non vi è chi non veda in questo una terribile degenerazione, cioè
l’aumento dell’ignoranza sia di chi insegna e di chi impara. Il terzo punto
sarebbe di facile risoluzione. La pochezza e la decenza di ognuno viene a galla
nel confronto sociale. Così come gli studenti sanno discernere tra i loro
insegnanti anche gli organi preposti all’organizzazione scolastica dovrebbero
individuare. Basterebbe – ma il verbo qui usato è un eufemismo – mettere a
confronto i saperi, esporli pubblicamente. Questo punto è legatissimo al
precedente. Ad ogni anno sabbatico, ad ogni corso frequentato, gli insegnanti
dovrebbero esser invitati ad esporre le loro ulteriori acquisizioni davanti ai
colleghi – obbligatoriamente – ed agli studenti che lo volessero. Lezioni
pubbliche, da ascoltare, registrare e da produrre testi da usare nell’istituto
stessa e da mandare ad altre, dello stesso livello. Organizzare seminari
pomeridiani con professori che dovrebbero avere il monte ore ridotto per potere
svolgere questo compito. Tali seminari potrebbero rientrare nel normale
curricolo valutativo degli studenti, portare ai voti, insomma. Ma ciò
implicherebbe ripensare il problema della valutazione, della differenza tra
scuola di mattino e di pomeriggio. Implicherebbe poi anche avere locali adatti,
custodi presenti, bidelli che puliscono, segreterie al lavoro, con turni,
presidi veramente dirigenti, che sappiano organizzare. Insomma squadernare
completamente il “fare lezione” ed aggiungere ad essa altro lavoro,
intensificare il servizio.
Logicamente per questo servono soldi e buona volontà. Ma pare proprio che né il
centro destra – dal D’Onofrio in poi -, né il centro sinistra - peniamo solo
all’accoppiata Berlinguer-De Mauro -sappiano dove mettere le mani e si limitino
a trattare la scuola come un grande magazzino in cui impilare studenti,
insegnanti, presidi e bidelli.