www.resistenze.org - proletari resistenti - scuola - 10-10-02

Scuola e cultura: sempre  piu’ lontane

Di Tiziano Tussi

Partiamo da un assunto: a scuola si deve produrre cultura. La produzione avviene tra chi insegna e chi impara. Per imparare c’è sempre tempo. L’insegnamento invece deve sempre esser in atto. Come si fa a sapere quando si svolge decentemente? Quale stipendio deve essere dato? Occorre diversificare? Questa preoccupazione, quella cioè di differenziare tra insegnanti, pare essere la preoccupazione ed il cruccio degli ultimi ministri della Pubblica Istruzione e dei maggiori sindacati. Pensiamo al ministro D’Onofrio – che non azzeccava mai un congiuntivo – del primo governo Berlusconi. Con lui infatti si ebbe l’abolizione degli esami di riparazione alla scuole superiori. Una intervento che cadde come un sasso pesante in uno stagno di latenza cultuale, quale era allora la scuola. Non che prima fossero tempi felici, ma almeno nella scuola agivano rapporti di conflittualità sociale politica usuali. Certo, dal periodo degli ani ‘60-‘70 anche la scuola ha vissuto sempre più una tendenza alla trasformazione “familistica” assoluta. E’ diventata sempre più un “luogo” nel quale capire il giovane, seguirlo, incitarlo. Il fare cultura si è costantemente perso all’orizzonte, come obiettivo. La “bella lezione” interessava sempre meno. L’acme lo si è avuto appunto negli anni ’90. La preoccupazione di scovare l’insegnante preparato e perciò in procinto, almeno a dichiarazioni altisonanti, di essere meglio pagato, ha oscurato tutto il resto. La distinzione fra i due possibili macro casi – insegnanti preparati e non – è alla conoscenza di ogni studente, appena dopo pochi giorni di scuola. Tali tipologie si sclerotizzano nelle scuole ed in ogni istituto si conosce in quale corso c’è l’insegnante asino oppure in gamba. Questa verità non è mai stata a portata di nessun ministro e neppure di alcun sindacato. Alcuni di questi si rifugiano ancora oggi nella difesa in toto della categoria: per esempio soldi in eguale misura per tutti. Altri: i più “responsabili” si scervellano per scoprire modi per arrivare a conoscere il livello di preparazione dei professori. Per questo si sono inventate nel tempo assurdità di aggiornamento che hanno lasciato o ovviamente il tempo che hanno trovato. Non viene in mente a nessuno che si dovrebbe fare riferimento ad una semplicità di fondo anche per questo lavoro. Riassumo: a) stipendi certi, chiari e definiti; b) possibilità di studiare; c) messa a confronto pubblico del sapere.
Iniziamo dal primo punto: uno stipendio chiaro è sinonimo di chiarezza di rapporti di lavoro. Pochi sono i mestieri dove gli straordinari sono pagati meno che le ore normali. Anche in queste settimane vi è stata una diversa interpretazione attorno alle ore eccedenti le ore-cattedra che dovrebbero esser pagate, secondo il ministro taglia erbe Moratti, pochissimi soldi. Sei ore in più, per arrivare al massimo di 24 la settimana, in cattedra, sarebbero pagate circa 1diciottesimo dello stipendio mentre rappresentano, in tempo reale, un 33% di impegno in più, nella prospettiva di prosciugare spezzoni e supplenze, per fare risparmiare lo Stato insomma. Quindi più lavori meno sei  pagato. Perché? Incomprensibile ma è così. Lo stipendio degli insegnanti italiani, i peggio pagati in Europa, è suddiviso in parti difficilmente comprensibili. La semplicità di avere uno stipendio senza troppe voci, con un incremento percentuale, in caso di straordinari, come comunemente si fa, non passa neppure per la testa del ministro e dei sindacati. Secondo punto La possibilità di studiare e cioè un anno sabbatico oppure corsi durante l’anno. Ora per potere usufruire di tutto questo è indispensabile pagare di tasca propria oppure non esiste proprio la possibilità. Investire sulla continua acculturazione della categoria insegnanti significa l’esborso di soldi da parte del ministero. Ma i soldi pare non ci siano e perciò occorre tagliare, saturare i monti orari, fare supplire sino all’inverosimile, per settimane, chi sta assente dal lavoro, in una parola “razionalizzare”. Ma questo obiettivo non si concilia con il dovere della scuola. Produrre cultura non si sposa con il risparmio strutturale, infilando in meno classi più studenti, così come si potrebbe fare per un magazzino merci che lavori “just in time”. Non vi è chi non veda in questo una terribile degenerazione, cioè l’aumento dell’ignoranza sia di chi insegna e di chi impara. Il terzo punto sarebbe di facile risoluzione. La pochezza e la decenza di ognuno viene a galla nel confronto sociale. Così come gli studenti sanno discernere tra i loro insegnanti anche gli organi preposti all’organizzazione scolastica dovrebbero individuare. Basterebbe – ma il verbo qui usato è un eufemismo – mettere a confronto i saperi, esporli pubblicamente. Questo punto è legatissimo al precedente. Ad ogni anno sabbatico, ad ogni corso frequentato, gli insegnanti dovrebbero esser invitati ad esporre le loro ulteriori acquisizioni davanti ai colleghi – obbligatoriamente – ed agli studenti che lo volessero. Lezioni pubbliche, da ascoltare, registrare e da produrre testi da usare nell’istituto stessa e da mandare ad altre, dello stesso livello. Organizzare seminari pomeridiani con professori che dovrebbero avere il monte ore ridotto per potere svolgere questo compito. Tali seminari potrebbero rientrare nel normale curricolo valutativo degli studenti, portare ai voti, insomma. Ma ciò implicherebbe ripensare il problema della valutazione, della differenza tra scuola di mattino e di pomeriggio. Implicherebbe poi anche avere locali adatti, custodi presenti, bidelli che puliscono, segreterie al lavoro, con turni, presidi veramente dirigenti, che sappiano organizzare. Insomma squadernare completamente il “fare lezione” ed aggiungere ad essa altro lavoro, intensificare il servizio.
Logicamente per questo servono soldi e buona volontà. Ma pare proprio che né il centro destra – dal D’Onofrio in poi -, né il centro sinistra - peniamo solo all’accoppiata Berlinguer-De Mauro -sappiano dove mettere le mani e si limitino a trattare la scuola come un grande magazzino in cui impilare studenti, insegnanti, presidi e bidelli.