www.resistenze.org - proletari resistenti - scuola - 16-01-03

Se chiudessimo le Università…


Ho avuto occasione di leggere recentemente un “estratto” della riforma scolastica, a cura del Ministro Moratti. Per la scuola media si è deciso di diminuire le ore settimanali di frequenza dalle attuali 30 a 26. Non solo, il cosiddetto tempo prolungato (36 ore/settimana), tanto consigliato per le attività aggiuntive particolarmente richieste quali l’informatica (quella vera, non solo l’uso di programmi di scrittura), la doppia lingua e importanti attività di recupero, verrebbe abolito.
Gli insegnanti erano abituati ormai da anni a un lavoro sempre più impegnativo per le riunioni pomeridiane ormai quasi quotidiane e un orario più disagevole per poter offrire un servizio migliore. Essi si lamentavano quindi principalmente per il mancato pagamento del sensibile aumento di carico di lavoro.
Si parlava dell’offerta formativa, strettamente legata ai “bisogni” dell’utenza o della “clientela”, termine caro a chi voleva sottolineare la maggiore importanza del servizio, rispetto alla garanzia dei posti di lavoro.
Tutto questo è ormai lontano.
La riforma Moratti ha un solo obiettivo esplicito, urlato: ridurre le spese, ridurre l’occupazione. A spese anche dei famosi “clienti”.
La seconda lingua verrà comunque introdotta: nelle medie la lingua straniera viene faticosamente insegnata tre ore alla settimana. Che spreco! Se ne possono insegnare due di lingue, in sole due ore alla settimana!
Se tre ore erano poche, figuratevi una per ogni lingua, e che confusione.
In questo modo anche le scuole private potranno però comodamente ridurre i costi, in seguito alla sensibile diminuzione dell’orario settimanale (se questo è l’obiettivo più importante!).
Ma le mie parole sono poco autorevoli e propongo pertanto di leggere l’articolo, che riporto di seguito, di Enrico Bellone, direttore della rivista scientifica “Le Scienze”, certamente non “comunista” (termine ormai usato dalla destra al governo per cercare di offendere chi la pensa in modo diverso, dimenticando però che in Italia i comunisti esistono ancora e non sono criminali).
In sintesi Enrico Bellone afferma che la spesa per la ricerca e la scuola, già scarsa, si riduce ancora di molto, tanto da proporre la chiusura dell’Università, ormai non più competitiva.
Un po’ come dicono i docenti di lingue: “come si può pensare di far credere di poter insegnare una lingua un’ora la settimana, con profitto, ad una classe che crescerà ancora di numero per consentire ulteriori risparmi. Tanto vale non insegnare ed evitare un inutile spreco”.

“Se chiudessimo le Università…” di Enrico Bellone     da “Le Scienze” gennaio 2003

“Se ne accorgerebbero davvero in pochi. Basterebbe non dirlo alla televisione, che è seguita fedelmente dalla maggioranza della popolazione. E poi, in fondo, che cosa esce dai nostri atenei? Produciamo infatti, in un anno, circa 3500 dottori di ricerca, contro i 22800 della Germania e i 10100 della Francia. Per diventare davvero europei, dovremmo costruire in poco tempo qualche milione di laureati e tecnici. Eppure, se per miracolo ci riuscissimo, non avremmo le strutture pubbliche e private capaci di assorbirli. In vari documenti europei siamo ormai giudicati, sotto questo profilo, una zavorra.
E allora eliminiamola questa zavorra. Eviteremmo uno spreco di denaro pubblico. Ed eviteremmo, anche, di far brutte figure. Mi riferisco, tanto per fare qualche esempio, al fatto che, in un assordante silenzio dei canali di comunicazione, il Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche ha dovuto prendere carta e penna per scrivere al collega Eric Banda che, per mancanza di fondi, il CNR potrebbe essere obbligato “a rinunciare dal 2004 alla sua partecipazione alla European Science Foundation”. La lieta ipotesi appare in un comunicato stampa del CNR dove si legge, anche, che “ci è stata donata un’apparecchiatura del valore di 15 milioni di euro” per la ricerca sulle nanotecnologie, ma che “probabilmente dovremo rinunciare alla donazione perché non riusciamo a reperire i 400mila euro necessari a trasporto e installazione”.
Poco prima di Natale ci sarà un voto sulla Legge finanziaria, e il numero di gennaio di “Le Scienze” sarà già in tipografia. Leggo tuttavia che si discute su un taglio di 1137 milioni di euro per il settore pubblico di scuola, Università e ricerca, anche se ci saranno 90 milioni di euro per le scuole private. Non so come andrà a finire. Ma so che lo stato patologico dell’Università non nasce solo dalla finanziaria, e non si è incancrenito solo negli ultimi mesi. Pochi sembrano ricordare che nel 1998 il centro-sinistra e il centro-destra votarono uniti per eliminare ciò che ancora restava di meritocratico nei concorsi universitari: si preferì premiare il localismo e l’anzianità. Il rapporto annuale del CENSIS sostiene che l’Italia del 2002 “ha le pile scariche”? Certo. Si dovrebbe tuttavia negare, alle nostre classi dirigenti, il diritto di sorprendersi”.
Da sempre sappiamo che i “cervelli” italiani “fuggono” all’estero. Il più noto è Enrico Fermi, emigrato negli USA per le leggi razziali mussoliniane e rege, ma anche e soprattutto per i “tagli alla ricerca, tipici di una dittatura fascista”, come disse Amaldi in più occasioni.

Cordialmente - Boris Bellone