Ho avuto occasione di leggere recentemente un “estratto” della riforma
scolastica, a cura del Ministro Moratti. Per la scuola media si è deciso di
diminuire le ore settimanali di frequenza dalle attuali 30 a 26. Non solo, il cosiddetto
tempo prolungato (36 ore/settimana), tanto consigliato per le attività
aggiuntive particolarmente richieste quali l’informatica (quella vera, non solo
l’uso di programmi di scrittura), la doppia lingua e importanti attività di
recupero, verrebbe abolito.
Gli insegnanti erano abituati ormai da anni a un lavoro sempre più impegnativo
per le riunioni pomeridiane ormai quasi quotidiane e un orario più disagevole
per poter offrire un servizio migliore. Essi si lamentavano quindi
principalmente per il mancato pagamento del sensibile aumento di carico di
lavoro.
Si parlava dell’offerta formativa, strettamente legata ai “bisogni” dell’utenza
o della “clientela”, termine caro a chi voleva sottolineare la maggiore
importanza del servizio, rispetto alla garanzia dei posti di lavoro.
Tutto questo è ormai lontano.
La riforma Moratti ha un solo obiettivo esplicito, urlato: ridurre le spese,
ridurre l’occupazione. A spese anche dei famosi “clienti”.
La seconda lingua verrà comunque introdotta: nelle medie la lingua straniera
viene faticosamente insegnata tre ore alla settimana. Che spreco! Se ne possono
insegnare due di lingue, in sole due ore alla settimana!
Se tre ore erano poche, figuratevi una per ogni lingua, e che confusione.
In questo modo anche le scuole private potranno però comodamente ridurre i
costi, in seguito alla sensibile diminuzione dell’orario settimanale (se questo
è l’obiettivo più importante!).
Ma le mie parole sono poco autorevoli e propongo pertanto di leggere
l’articolo, che riporto di seguito, di Enrico Bellone, direttore della rivista
scientifica “Le Scienze”, certamente non “comunista” (termine ormai usato dalla
destra al governo per cercare di offendere chi la pensa in modo diverso,
dimenticando però che in Italia i comunisti esistono ancora e non sono
criminali).
In sintesi Enrico Bellone afferma che la spesa per la ricerca e la scuola, già
scarsa, si riduce ancora di molto, tanto da proporre la chiusura
dell’Università, ormai non più competitiva.
Un po’ come dicono i docenti di lingue: “come si può pensare di far credere di
poter insegnare una lingua un’ora la settimana, con profitto, ad una classe che
crescerà ancora di numero per consentire ulteriori risparmi. Tanto vale non
insegnare ed evitare un inutile spreco”.
“Se chiudessimo le Università…” di Enrico Bellone
da “Le Scienze” gennaio 2003
“Se ne accorgerebbero davvero in pochi. Basterebbe non dirlo alla televisione,
che è seguita fedelmente dalla maggioranza della popolazione. E poi, in fondo,
che cosa esce dai nostri atenei? Produciamo infatti, in un anno, circa 3500
dottori di ricerca, contro i 22800 della Germania e i 10100 della Francia. Per
diventare davvero europei, dovremmo costruire in poco tempo qualche milione di
laureati e tecnici. Eppure, se per miracolo ci riuscissimo, non avremmo le
strutture pubbliche e private capaci di assorbirli. In vari documenti europei
siamo ormai giudicati, sotto questo profilo, una zavorra.
E allora eliminiamola questa zavorra. Eviteremmo uno spreco di denaro pubblico.
Ed eviteremmo, anche, di far brutte figure. Mi riferisco, tanto per fare
qualche esempio, al fatto che, in un assordante silenzio dei canali di
comunicazione, il Presidente del Consiglio nazionale delle ricerche ha dovuto
prendere carta e penna per scrivere al collega Eric Banda che, per mancanza di
fondi, il CNR potrebbe essere obbligato “a rinunciare dal 2004 alla sua
partecipazione alla European Science Foundation”. La lieta ipotesi appare in un
comunicato stampa del CNR dove si legge, anche, che “ci è stata donata un’apparecchiatura
del valore di 15 milioni di euro” per la ricerca sulle nanotecnologie, ma che
“probabilmente dovremo rinunciare alla donazione perché non riusciamo a
reperire i 400mila euro necessari a trasporto e installazione”.
Poco prima di Natale ci sarà un voto sulla Legge finanziaria, e il numero di
gennaio di “Le Scienze” sarà già in tipografia. Leggo tuttavia che si discute
su un taglio di 1137 milioni di euro per il settore pubblico di scuola,
Università e ricerca, anche se ci saranno 90 milioni di euro per le scuole
private. Non so come andrà a finire. Ma so che lo stato patologico
dell’Università non nasce solo dalla finanziaria, e non si è incancrenito solo
negli ultimi mesi. Pochi sembrano ricordare che nel 1998 il centro-sinistra e
il centro-destra votarono uniti per eliminare ciò che ancora restava di
meritocratico nei concorsi universitari: si preferì premiare il localismo e
l’anzianità. Il rapporto annuale del CENSIS sostiene che l’Italia del 2002 “ha
le pile scariche”? Certo. Si dovrebbe tuttavia negare, alle nostre classi
dirigenti, il diritto di sorprendersi”.
Da sempre sappiamo che i “cervelli” italiani “fuggono” all’estero. Il più noto
è Enrico Fermi, emigrato negli USA per le leggi razziali mussoliniane e rege,
ma anche e soprattutto per i “tagli alla ricerca, tipici di una dittatura
fascista”, come disse Amaldi in più occasioni.
Cordialmente - Boris Bellone