www.resistenze.org - proletari resistenti - scuola - 11-09-03

da "La Voce del GAMADI" di settembre 2003

L’agonia della ricerca pubblica in Italia (1)



L’Italia è stata sempre caratterizzata da un basso investimento statale nella ricerca pubblica: nei primi anni ’90 la percentuale del Prodotto Interno Lordo (PIL) investito nella ricerca si aggirava intorno all’1% contro percentuali superiori al 2 o 3% in tutti i maggiori paesi industrializzati (Francia, Germania, Giappone, USA, etc.)(2).
Ora, però, la situazione, con l’avvento dell’ultimo governo di destra, e sotto l’azione picconatrice della sua Ministra per l’Istruzione l’Università e la Ricerca, la famigerata Moratti, rischia di precipitare.
La percentuale di investimento pubblico è ormai ridotta al 0,5% e si accompagna a processi striscianti di privatizzazione, frammentazione, dispersione delle risorse umane e smantellamento delle strutture.

La ricerca pubblica, anche volendo ragionare in una generica ottica di progresso e di utilità sociale, senza voler parlare di prospettive socialiste, svolge un ruolo fondamentale nelle società avanzate: le sue finalità sono lo sviluppo autonomo di conoscenze scientifiche, di base e applicate, a beneficio dell’intera collettività, e non necessariamente legate allo sviluppo economico e tanto meno alla logica del profitto.

Le scelte delle tematiche di ricerca implicano anche aspetti etici e devono essere condivise dalla società, al cui sviluppo e benessere esse contribuiscono (ad esempio nel campo sanitario, delle scienze sociali, della difesa dell’ambiente, nella ricerca di nuove energie pulite, etc.). Per questo la ricerca non può essere asservita al potere economico o a interessi particolari.
In Italia la ricerca pubblica è svolta dall’Università e da alcuni Enti Pubblici quali il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’ENEA (Ente Nazionale per le Nuove Tecnologie l’Energia e l’Ambiente), l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), l’ISS (Istituto Superiore di Sanità), l’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica), etc.

Oltre alla ricerca di base, concentrata soprattutto all’INFN, e in parte all’Università e al CNR, oltre alla ricerca militare (a cui rinunceremmo volentieri), ed alcuni istituti al servizio della pubblica amministrazione (ISTAT, ISS, etc.), buona parte del sistema pubblico di ricerca è stato comunque rivolto in passato alla riduzione dello svantaggio tecnologico e all’aumento della competitività economica. Oltre all’ENEA (ex CNEN) e al CNR, un notevole ruolo è stato svolto dai centri di ricerca dei grandi raggruppamenti statali o a partecipazione dello Stato, come i laboratori dell’ENI, i centri dell’ENEL, il centro di ricerca siderurgico, etc.

Se dal dopoguerra fino agli anni ’80 l’attività di ricerca è andata bene o male avanti, negli anni 90’ le condizioni in cui operano i ricercatori sono diventate sempre più difficili. Nella divisione internazionale del lavoro, dominata fin dal dopoguerra dalle grandi compagnie statunitensi, l’Italia è stata sospinta sempre più in un ruolo di secondo piano anche a livello di sviluppo scientifico e tecnologico. L’Italia ha abbandonato progressivamente gli investimenti nei settori ad alta intensità di conoscenza tecnico-scientifica (elettronica, farmaceutica, comunicazioni, energia, etc.).

Si possono ricordare, ad esempio, la vendita da parte dell’ENI del settore chimico, compresi tutti i laboratori di ricerca di San Donato Milanese, la vendita della Nuova Pignone ad una compagnia americana, la chiusura da parte dell’Olivetti degli stabilimenti di produzione software e l’hardware, la cessione da parte della FIAT del pacchetto azionario alla General Motors, la cessione della Sclavo alla Bayer, etc.
Gli indici di riferimento principali (scambi commerciali, brevetti ad alto contenuto tecnologico) sottolineano la situazione di ritardo del nostro paese. L’indice tecnologico (diffusione dell’innovazione e delle tecnologie) è dello 0.3, il più basso tra tutti i paesi sviluppati(3).
L’Italia consuma prodotti innovativi acquistati all’estero e paga il deficit commerciale con la vendita di produzioni tradizionali a basso-medio contenuto tecnologico.

I bassi investimenti in ricerca di base e tecnologica del nostro Paese e la privatizzazione delle grandi industrie di Stato hanno portato ad un sistema industriale italiano caratterizzato da piccole e medie imprese a basso livello tecnologico, e più in generale ad un arretramento del nostro paese in vasti settori delle conoscenze scientifiche.

Il settore più forte dell’economia italiana è quello specializzato nella produzione di beni di largo consumo (occhiali, sedie, piastrelle, abbigliamento, calzature, tessile, alimentare, mobili, etc.) e in alcuni mercati di nicchia (es. macchine utensili) che non richiedono particolari investimenti in innovazione tecnologica. E’ significativo che le regioni del nord-est, quelle attualmente trainanti per l’economia italiana, sono anche quelle a più bassa scolarizzazione (il motivo sta nel fatto che i giovani sono attratti dagli elevati guadagni lavorando in imprese che non richiedono competenze tecnico-scientifiche). I livelli di istruzione superiore in Italia (40 %) sono tra i più bassi dei paesi OCSE.
Un effetto del basso investimento nella ricerca è la fuga dei cervelli dall’Italia con il conseguente impoverimento culturale del nostro paese e benefici per i paesi più sviluppati(4).
Inoltre, la crescente “globalizzazione” della produzione si è accompagnata, a livello internazionale, ad un processo di privatizzazione delle conoscenze che si sono concentrate presso le imprese transnazionali (prevalentemente di origini statunitensi) in cui l’Italia è parte marginale. Questo fenomeno, sancito dai recenti accordi sulla proprietà intellettuale, ha significato la crescente concentrazione della ricerca in quei paesi dove hanno sede le principali compagnie transnazionali e la privatizzazione latente della ricerca pubblica che dipende in misura crescente dai finanziamenti privati, perdendo sia l’autonomia che la proprietà dei risultati.

Il Governo Berlusconi, e in particolare la Ministra Moratti, hanno assecondato tutte queste tendenze involutive e con la finanziaria 2002 e i provvedimenti "collegati" hanno portato un attacco devastante e forse definitivo alla ricerca pubblica. E' stato, infatti, deciso: il taglio drastico di fondi per la ricerca pubblica, che dovrebbe affidare il proprio finanziamento alle commesse provenienti dalle imprese o da altri soggetti pubblici e privati; il blocco generalizzato delle assunzioni nel settore della ricerca pubblica, provvedimento che rischia di strangolare gli Enti pubblici, impedendo il ricambio del personale e alimentando il ricorso a varie forme di precariato; l'affidamento sempre più massiccio di servizi a soggetti privati esterni, con la conseguenza di delegare a privati anche servizi nazionali delicati ed essenziali, senza garanzia di imparzialità e professionalità; infine, a coronamento di tutti i punti precedenti, la trasformazione degli enti pubblici di ricerca, o di loro spezzoni, in societa' per azioni.
Su quest'ultimo provvedimento la Ministra Moratti - rispondendo ad una interrogazione del Senatore di Rifondazione Comunista G. Russo Spena, in cui si rivendicava il ruolo della ricerca pubblica - esprimeva qualche riserva (formale) solo sulla privatizzazione del CNR, ma, in un articolo su "LA STAMPA" del 20 ottobre 2002, il deputato di Forza Italia M. Pacini (membro della Commissione Cultura) ha ribadito l'intenzione di privatizzare e spezzettare anche il CNR, mettendone singoli tronconi sul mercato (sotto forma di "fondazioni") ed epurando il personale "mediocre" che si opporrebbe alla "riforma".

Così il governo della destra ha affrontato la questione della ricerca scientifica italiana, i suoi limiti e le sue insufficienze, legati in buona parte, anche se non esclusivamente, alla scarsità di fondi e di personale, che si vorrebbe ulteriormente ridurre. Ricordiamo che la legge finanziaria del ’94, affondata insieme al primo governo Berlusconi, era anche più esplicita in quanto prevedeva che tutti gli enti pubblici di ricerca erano da porre in liquidazione.
C’è anche da dire che i governi di centro-sinistra, nel periodo in cui hanno governato, non hanno prodotto nulla di meglio, né hanno mai affrontato il problema in modo serio e corretto.

L’ideologia è stata sempre la stessa: la fideistica certezza che “privato è meglio”, che fa velo anche all’evidenza che vivere sul mercato per una istituzione scientifica equivale di per sé a negare la libertà della ricerca. Laddove libertà non significa che essa sia avulsa dal contesto e dagli obiettivi che la società si pone: significa per l’appunto essere libera dal condizionamento del mercato, in cui le esigenze della produzione hanno tempi e logiche diverse. L’ultimo Decreto Legislativo sull’ENEA presentato al Consiglio dei Ministri il 4 aprile 2003 (di cui contiamo di dare un informazione più dettagliata nell’articolo sull’ENEA che comparirà nel prossimo numero della “Voce”) conferma tutte le tendenze sopra esposte, dallo spezzettamento, alla privatizzazione e al taglio dei fondi della ricerca, che dovrebbe essere finanziata direttamente da commesse da parte di privati.

In realtà questo disegno miope si traduce in un puro e semplice smantellamento della ricerca italiana, e non solo di quella di base o di quella comunque non direttamente legata alla produzione. Infatti, in assenza di un coerente piano di sviluppo, e senza il sostegno di una valida ricerca di base autonoma, per questa via non si ottiene nemmeno il risultato immediato di servire all’innovazione tecnologica, in quanto l’arretratezza del sistema Italia non permette nemmeno più una committenza e uno sbocco sul mercato del settore ricerca privatizzato.

Vincenzo Brandi,
ricercatore dell’ENEA, membro del Comitato Scientifico di GAMADI

(1) questo è il primo di due articoli dedicati ai problemi della ricerca pubblica in Italia. Il secondo, dedicato al caso specifico dell’ENEA, sarà pubblicato sul prossimo numero della “Voce”. 1. Analysis – Rivista di Cultura e politica scientifica N.3, 2001 Reale E. “La ricerca scientifica non universitaria in Europa: tendenze e problemi aperti” pagg. 14.

(2) Terzo Rapporto Tecnico ENEA “L’Italia nella competizione tecnologica internazionale”, edizione preliminare, dicembre 2001 pag. 369 a cura di Daniela Palma

(3) The Economist- il mondo in cifre 2002 – Edizione Internazionale, Roma pag. 238

(4) Cervelli in fuga - Storie di menti italiane fuggite all'estero -Introduzione di Burton Richter (premio Nobel per la fisica 1976). Curato da ADI - Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani - Pubblicato da Avverbi editore

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