www.resistenze.org - proletari resistenti - scuola - 05-12-03

Nuovi proletari, a scuola


Di Tiziano Tussi

Storie di ordinario disagio. Problemi di sfruttamento culturale ed economico. Sofferenze psicologiche. Tutto questo sta dietro gli attuali corsi per diventare insegnanti di ruolo che vengono organizzati nelle Scuole di specializzazione all’insegnamento secondario (d’ora in avanti SILSIS). Il quadro generale è questo: d’ora in avanti solo la frequenza a questi corsi biennali darà la possibilità, avendoli superati, di insegnare nella scuola pubblica. Le suddette SILSIS si svolgono presso università, quindi nelle città e preferibilmente nelle grandi città. Due casi che gravitano su Milano.

“Mi chiamo Anna – nome di fantasia - e vengo dalla Valsesia in provincia di Vercelli, più o meno cento chilometri da Milano. Per arrivare qua, e fare il tirocinio in questo liceo, nel centro della città, mi sveglio più o meno alle cinque, quando vengo alle otto, se dove venire alle nove la sveglia suona alle sei. Dopo il tirocinio a scuola c’è, quasi ogni giorno il corso della SILSIS, dalle due mezza alle sei e mezza, torno a casa verso le nove di sera.  C’è l’obbligo della frequenza e dobbiamo anche firmare le presenze. Possiamo assentarci solo una volta su quattro la settimana, il 25 del totale quindi. I corsi durano quattro ore per quattro appuntamenti settimanali. E’ necessario venire nella grande città. Potevo andare anche a Torino, ma sarebbe stato più o meno lo stesso. La scuola costa mille euro per i due anni. Tasse da pagare all’università. In più ci sono le varie spese vive: abbonamenti treni, tram, pranzi. E per molti, che abitano lontano non è possibile lavorare la mattina. Perciò devo essere mantenuta dai miei genitori. Il tirocinio consiste in 144 ore l’anno, compresa la frequenza agli incontri collegiali. Quest’anno si pensa chiudano i corsi prima, a febbraio per cercare di sanare una situazione ingarbugliata verso i precari cosiddetti “storici”.

“L’anno scorso – prosegue Marco, altro nome di fantasia – c’è stato meno tirocinio e più corso in università. Io insegno anche a Domodossola, in una scuola privata, e perciò sono sempre di fretta. Una delle poche possibilità di lavoro per noi sono le scuole private. Ma vi sono anche alcuni, a Milano, che insegnano per tutte le diciotto ore settimanali, ma è ancora più problematico. Chi comunque aveva già lavorato poteva usufruire di sconti orari sul tirocinio. Io invece non ne goduto perché ho iniziato a scuola lo scorso anno. E non mi è stato conteggiato tale periodo.”
Anna: “Le decisioni per gli sconti di frequenza ed ogni altra condizione di utilizzo delle scuole frequenze vengono decisi dal gruppo dei tutori. Gli insegnanti distaccati dalla scuola superiore che sono i nostri supervisori all’università”

Marco: ”Alcuni frequentanti di altre discipline, per esempio filosofia, non hanno l’obbligo di frequenza per i lavori degli organi collegiali e similari. La mia storia è questa. Anch’io vengo da lontano, dal lago Maggiore ed insegno a Domodossola, sette ore alla settimana. Gli altri giorni sono a Milano, stessi problemi di Anna: treni, tram ed auto in continuazione, vengo anche il sabato per poter completare il mio monte ore. Vivo il paradosso di saltare i consigli di classe nella mia scuola di lavoro per poter frequentare, e da estraneo, i consigli di classe in questo liceo.”

Anna: “Anch’io l’anno scorso lavoravo, sempre in una scuola privata. E frequentavo il tirocinio a Biella, quaranta silometri da casa mia.”

Marco: “ Questo è l’unico sistema per entrare nella graduatorie permanenti.”

Anna: “La chiusura anticipata di quest’anno pensiamo sia una specie di ulteriore ostacolo per non permetterci di avere l’abilitazione, dato la concorrenza oggettiva con i precari “storici” che hanno fatto i vari concorsi nel tempo.”

Marco: “ Il pomeriggio vi sono lezioni che riguardano la nostra disciplina, anche con l’uso dei computer.

Anna: “Anche se non tutti sono interessanti. Alcuni sono rituali e fumosi. A me è più interessato seguirei le elioni di pedagogia e di psicologia. Mi sono sembrati più utili degli altri. Il tutto viene lasciato un poco alla spontaneità dei frequentanti. Alla fine del periodo dobbiamo presentare qualcosa di scritto sul quale veniamo valutati. Le indicazioni sono state all’inizio poco chiare, ora la pratica ci fa capire di più. Dobbiamo costruire unità didattiche, moduli inerenti alla nostra  disciplina, preparare una lezione tipo. La tesina finale è la voce più importante per la valutazione. Vano aggiunti i voti che vengono raggiunti nel periodo dei due anni.”

Marco: “I gruppi sono abbastanza numerosi. Il numero varia e diventano affollati per le materie più comuni, per esempio lettere. Gli aspetti negativi sono l’indeterminatezza finale. Dopo la messa in graduatoria non sappiamo bene come le cose andranno. Siamo in preda a troppe variabili ora che riguardano il nostro punteggio finale ed il suo incremento. Forse in futuro le università ci penseranno autonomamente. Forse i tirocini si svolgeranno già durante il percorso di laurea, con l’attuale divisione di tre anni più due. Ma è tutto per ora in alto mare. Il problema della graduatoria permanente si intreccia con i punti in più che ci vengono riconosciuti, che ora sono trenta. Precedentemente vi era anche il riconoscimento del punteggio del lavoro a scuola, quando vi era e se qualcuno lavorava, ora non c’è più questa sovrapposizione. In ogni caso la scelta delle SILSIS è obbligata. C’è solo questo sistema. Di positivo si ha la conoscenza di diverse realtà, per chi già può lavorare. Per me, ad esempio, tra la mia piccola scuola, a Domodossola, privata con pochi studenti e questo liceo pubblico, tanti studenti, in centro a Milano. Dal punto di vista della didattica non c’è stata invece una grande utilità nel frequentare i corsi pomeridiani. Si impara di più sul campo.”

Anna: “Anche per me l’aspetto positivo è il tirocinio in classe. Prendere le misure del proprio lavoro serve molto. Per il resto poco o nulla. A questo devo aggiungere una brutta esperienza l’anno scorso. La mia “insegnante accogliente” ad un certo punto non mi ha più voluto. Le motivazioni sono state che “mi ero comportata male”. Senza fra l‘altro esplicitare cosa fosse quel comportamento negativo. La mia tutor non mi difeso e neppure spiegato cosa avesse voluto dire la mia insegnante accogliente. Fra l’altro vivevo una vita ancora più disagiata perché pur essendo vicino a casa per il tirocinio dovevo per forza venere a Milano per il corso. E non è neppure immaginabile che queste scuole siano dislocate presso provveditorati od enti provinciali. Sono annesse alle grandi università. Ma non si capisce bene a livello strutturale, perché, dato che delle università usufruiamo specialmente dei locali e delle biblioteche. In ogni caso non so ancora oggi perché sono stata scacciata, senza possibilità di replica da parte mia. Considerata meno di niente.”

Marco: ”Anche il tirocinio viene organizzato dai tutor. Le motivazioni sfuggono. Noi non abbiamo diritto di parola. Fra loro e le scuole accoglienti ed i presidi, che devono firmare un contratto con l’università, a differenza dell’insegnante accogliente che accetta verbalmente il tirocinante e che viene incentivato, con quattro soldi per questo lavoro suppletivo con noi, non vi sono rapporti organici e frequenti. Quando sorgono problemi di un certo spessore i tutor sovente non si fanno vedere. Nella nostra scuola di riferimento c’è una curiosa interpretazione, da parte del preside, delle norme, e questi ci vieta di frequentare i momenti di lavoro collegiale che vengono svolti, i collegi docenti ad esempio. Io dove essere presente, dato che ho da espletare un carico di lavoro al riguardo di  quaranta ore. Il preside non ci vuole vedere ma pretende che stiamo in una stanzuccia vicino al luogo dove si svolge il Collegio docenti. Non capisco cosa voglia dire. Il mio tutor non si è mai interessato di questa contraddizione. Avrebbe almeno dovuto parlare con il preside, seguirci. Al massimo fanno lezione e poi ci salutano. Discutiamo nei focus nei quali si parla di ogni cosa. Un termine modernista per coprire attività insulse.”

Anna: “Anch’io penso esattamente così. Si parla di questioni fumose. Ed è chiaro che ai nostri tutor non viene richiesta nessuna conoscenza di problemi sui quali, per esempio, gli psicologi dell’età evolutiva hanno”
Riassumiamo: scuole pesanti a livello di frequenza, costose; difficoltà di incastrare un possibile lavoro in una giornata piena di impegni sai la mattina che il pomeriggio; posizione debolissima nell’ordinamento scolastico, nessuna possibilità di incidere e di relazionarsi con le altre componenti dell’istituzione. I tirocinanti di oggi saranno gli insegnanti del domani.

Marco: ”Io ho imparato ad essere camaleontico all’interno della scuola, cerco di farmi andare bene tutto.”

Un’amara conclusione per un ruolo, nelle potenzialità innovativo, che non porterà però a novità di rilevo nel ritualismo scolastico. La morte della scuola avanza a grandi passi.