Sul Diritto allo Studio
Contributo della “Commissione per il diritto allo studio” (commdirstud@yahoo.it) per il rilancio di
un movimento comunista nel Movimento e nei luoghi di studio
Chi siamo
Siamo un gruppo consistente di Giovani Comunisti (organizzazione giovanile del
Partito della Rifondazione Comunista) che si è costituito, su base nazionale,
attorno alla condivisione di alcuni spunti di analisi e di strategia politica
nel movimento studentesco ed universitario. La centralità che assegniamo, nella
prassi e nella teoria, al diritto allo studio ci distanzia dalle riflessioni,
che riteniamo fumose ed inconcludenti, dei vertici della nostra struttura. La
disobbedienza è stata nei fatti, fino ad ora, la scelta strategica conseguente:
pensiamo che questa, producendo una risposta errata ai bisogni materiali degli
studenti italiani, abbia invece complessivamente comportato l’allontanamento
dell’azione dei Giovani Comunisti dalla realtà concreta della società tutta.
Analisi generale
Il livello di alta conflittualità sociale nel nostro Paese (espresso in più
occasioni anche e soprattutto negli ultimi mesi dello scorso anno, dalle
manifestazioni sindacali e di movimento del 4 ottobre allo sciopero generale
del 24 ottobre fino al corteo sindacale contro la finanziaria del 6 dicembre)
chiede oggi con forza alla Sinistra intera la programmazione di un percorso di
lotta avanzato a partire dall’individuazione di un programma sociale, politico
ed economico d’alternativa alle politiche liberiste. Un programma in risposta
al quadro d’emergenza sociale determinato in particolare dalla compresenza di
tre aspetti: aumento dell’inflazione, diminuzione del potere d’acquisto dei
salari, intervento governativo sulle pensioni.
L’emergenza sociale è conseguenza scontata e diretta di un attacco sistematico
da parte delle Destre allo Stato sociale, tanto in materia previdenziale quanto
in materia d’istruzione.
Il 4 ottobre scorso a Roma è cominciato l’autunno caldo, di fronte a migliaia
di voci che si levavano contro il liberismo “in salsa europea” e contro la
destrutturazione di ogni principio di solidarietà sociale, e a favore di
un’Europa dei popoli che ponga la civiltà del lavoro al centro della propria
identità politica e costituzionale (non dimentichiamoci che è in corso una
partita tutt’altro che secondaria appunto sulla nuova Carta della Cittadinanza
Europea). Alla questione sociale quivi emersa va legata imprescindibilmente una
questione democratica, cacciare il governo Berlusconi come condizione
necessaria per il consolidarsi di un nuovo blocco sociale e storico in grado di
rigettare, assieme a costui, anche il neo-liberismo che ha paralizzato, in
particolar modo nelle ultime due legislature, il progresso economico del Paese,
penalizzando in primo luogo gli interessi della classe lavoratrice.
I tre cortei nazionali del 29 novembre contro la Riforma Moratti e in difesa
della scuola pubblica - a partire dal tempo pieno per le scuole elementari -
sono significativi nell’ottica di una mobilitazione generale che leghi
strettamente la salvaguardia del carattere pubblico dell’istruzione alle
questioni sociale e democratica. Il vasto arco di forze sociali e politiche che
ha promosso la giornata del 29/11 è indicativo d’altra parte di un clima
montante di insofferenza e contrarietà a qualunque passo del governo e delle
forze confindustriali lesivo degli interessi dei lavoratori e degli studenti:
si tratta oggi di capire come procedere per consolidare questo processo
unitario, fermo restando l’ovvio rispetto delle specificità di ognuno.
Unità, radicalità ed autonomia: devono essere queste, oggi, le parole d’ordine
dei comunisti. A partire dal principio irrinunciabile dell’autonomia
organizzativa e strategica (partito forte oggi, socialismo domani), in un clima
di rinnovato spirito unitario di tutte le forze democratiche contro il pericolo
padronale e neo-fascista delle Destre, dobbiamo essere in grado di esprimere
una politica sociale coraggiosa e che parli innanzitutto di lavoro con i lavoratori.
In nuce, il progetto di costruire una sinistra d’alternativa credibile può e
deve partire già oggi dalla costruzione di un tavolo permanente di confronto
programmatico con quelle forze sindacali e politiche, oltre che associative,
che hanno dato vita alla campagna referendaria per l’estensione dell’articolo
18. Un coagulo di soggetti dell’anti-liberismo militante e radicato senza il
quale non è possibile, realisticamente, pensare ad un progetto di opposizione
realmente alternativo al blocco del centro-destra.
Stato di salute dei movimenti e proposte
conseguenti
Il movimento studentesco deve essere reso consapevole che ogni rivendicazione,
anche la migliore e più avanzata, non può essere posta al di fuori di un
contesto che registra, a livello di movimento e di mobilitazioni di massa, il
fallimento, definitivo ed incontrovertibile, della disobbedienza come teoria e
prassi politica.
I comunisti devono essere in grado di esercitare finalmente una battaglia
politica di contenuto all’interno del movimento con l’obiettivo preciso di
isolare quella parte del movimento studentesco che, in nome del primato della
propria visibilità mediatica, il 4 ottobre scorso a Roma ha fatto di tutto per
portare allo sfascio il movimento. Parallelamente si deve scegliere di stare
con i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali e non con quel manipolo di
banditi che, come per ultimo a Venezia il 26 settembre, in occasione di una
manifestazione di protesta contro l’intitolazione di una piazza alle vittime
(“martiri”?) delle foibe da parte della giunta comunale, fa dell’aggressione
fisica e verbale nei confronti dei compagni la propria principale ragion
d’essere.
Il progetto oggi deve essere una presenza comunista nelle mobilitazioni
studentesche ed universitarie, con forme di conflitto nuove e in aggiornamento,
con il chiaro obiettivo di legare le rivendicazioni sull’istruzione pubblica
alla questione sociale e a quella democratica.
In questa crisi e nelle contraddizioni tra le dirigenze del movimento dei
disobbedienti, noi studenti comunisti possiamo oggi inserire una proposta
coraggiosa e radicale: ricollocare le nostre strutture di movimento e di
partito, a partire dalle reti di collettivi già presenti nei territori in cui è
forte la presenza di giovani compagni e giovani compagne, al di fuori del
soggetto dei disobbedienti e all’interno della nuova realtà del conflitto
sociale che vede oggi protagonisti i lavoratori (non ultimi i lavoratori della
scuola) e domani deve vedere protagonisti, al loro fianco, anche gli studenti,
a partire da quelli comunisti.
La prospettiva del collegamento tra studenti e lavoratori implica potenzialità
enormi, perché proporzionali alle enormi possibilità di crescita del movimento
di opposizione sociale (si pensi a quanti e quali passi avanti potrebbe
compiere il movimento operaio e sindacale se Berlusconi fosse cacciato da una
mobilitazione cosciente e generale) ma anche rischi e limiti che non dobbiamo
sottovalutare.
Il movimento studentesco (intendendo per questo, come è chiaro, non un soggetto
coeso e reale dal punto di vista della rappresentanza nazionale) non è più
abituato, almeno dal 1994, quando svolse un ruolo sociale non marginale, ad
agire a fianco del movimento dei lavoratori. A questo si aggiunga il fatto che
oggi le reti studentesche attive non esprimono una linea politica pienamente
condivisibile in tutte le sue espressioni e, tanto meno, risultano rispondenti
alle esigenze concrete delle masse studentesche. Piattaforme vaghe, rifiuto
della logica dell’organizzazione (anarchia disobbediente), abbandono della
tradizionale centralità –che noi oggi rivendichiamo– del diritto allo studio e
della vertenzialità come concetto e valore cardine dell’azione politica nelle
scuole e nella facoltà: tutto questo contribuisce a formare, nei movimenti, un
quadro di difficile azione per noi comunisti.
In questa situazione problematica non va però sottovalutata l’importanza di
alcune esperienze di lotta più avanzata che il mondo del lavoro nella scuola,
soltanto a tratti in correlazione stretta con quello degli studenti, ha
prodotto: critica alle conseguenze economiche della Riforma e rifiuto della
aziendalizzazione della scuola e della negazione del carattere laico
dell’istruzione pubblica. Una duplice insofferenza che è stata ulteriormente
alimentata dalla sovrapposizione di graduatorie e dalla competizione alimentata
dai meccanismi per ottenere l’abilitazione (guerra tra precari storici e nuovi
abilitati dalle Scuole di Specializzazione). Questo fenomeno ha creato, in
quest’inizio anno, un fermento latente che ha prodotte picchi di partecipazione
che, se replicati, noi dovremmo essere in grado di comprendere, valorizzare,
dirigere.
4. In Europa
Anche a livello europeo si aprono scenari importanti: dalla conferenza e dalla
carta di Bologna e di Bruges i ministri dell’istruzione del continente hanno
costituito un patto comune d’azione e d’alleanza che punta fondamentalmente,
seppur con sensibili differenze tra governi, a ridisegnare un nuovo ruolo per
la formazione sull’esempio di alcuni istituti universitari della Gran Bretagna.
Viene posto sul mercato dell’istruzione europea un pacchetto formativo in
“franchising”: le università possono acquistare la manodopera intellettuale –i
ricercatori– da altri Paesi ed avvalersene in progetti di ricerca utili al
potenziamento e alla crescita economica del proprio mercato. Vengono depredati
gli Stati non in grado di trattenere questo potenziale di lavoro intellettuale,
garantendo e perpetrando, nello stesso tempo, il ricatto della mobilità. Tutto
ciò in un contesto in cui l’Italia spende l’1% del PIL nell’Università e nella
ricerca scientifica, contro una media europea del 2,5%, già al di sotto della
direttiva dell’UE che fissa la quota ad un comunque misero 3%. Tanto per fare
un confronto, il governo popolare di Cuba investe mediamente il 10,4% del suo
PIL soltanto per l’istruzione (senza contare i fondi per la ricerca scientifica
– anno 2001).
5. La contro-riforma
Come è evidente, la radice della Riforma Moratti è la stessa da cui prendono
vita la legge 30 sul mercato del lavoro (che innalza la precarizzazione ad
elemento guida nella gestione dei rapporti lavorativi e produttivi tra aziende
e lavoratore), la legge Bossi-Fini sull’immigrazione (che rende legge la
prospettiva xenofoba di una società fondata sulla discriminazione,
sull’esclusione e sulla criminalizzazione della marginalità sociale) e, non
ultimi, i provvedimenti presi in materia pensionistica e fiscale.
I tentativi del governo di restaurare il concetto di Stato ottocentesco,
apparato coercitivo strutturato in funzione della totale deregolamentazione
delle relazioni sociali, e, contemporaneamente, di abbattere ciò che rimane del
modello di Welfare e dei cardini intorno a cui si colloca ragionevolmente la
sua difesa (sindacati, organizzazioni di massa, movimenti di opposizione
sociale), è il filo rosso che collega la politica sociale complessiva del
governo Berlusconi con la controriforma Moratti.
L'idea sottesa è che la formazione del capitale umano adeguato e funzionale
alle nuove esigenze della accumulazione flessibile è un compito che deve essere
svolto in larga parte dallo Stato. La gestione aziendalista di scuole,
università, centri di formazione, tende così a privatizzare la riproduzione e
la gestione del comando (l'insegnamento) continuando però ad affidare gran
parte dei costi sociali allo Stato e, specificatamente, alle sue fasce più
deboli.
La privatizzazione dell'istruzione -la privatizzazione del sapere- è, in ultima
analisi, la reificazione della cultura, la sottomissione dell'intellettualità
critica alle regole del mercato.
Non c’è oggi proposta seria di alternativa a questa reificazione della cultura
che non parta dalla considerazione che rimane centrale, anzi, acquista
centralità, la questione della difesa ad oltranza e della riconquista del
diritto allo studio per tutte e per tutti.
Per capirci su cosa intendiamo quando parliamo di diritto allo studio dobbiamo
fare due passi indietro e leggere, con spirito critico, i processi che hanno
accompagnato e preceduto la definizione della Riforma Moratti.
Risale al 1990 la prima legge che varava, sottoforma di allegato alla
finanziaria, la riforma di autonomia dell’Università italiana. Fu completamente
assente un dibattito preliminare in Parlamento, accuratamente evitato, in quanto
tutta l’elaborazione venne delegata alla stretta cerchia delle commissioni del
Ministero della Pubblica Istruzione di Ruberti. I mezzi di comunicazione, la
stampa in particolare, reclamizzarono il tutto. La riforma era ben lungi dal
rappresentare quel bisogno di innovazione e democratizzazione che da tempo era
presente all’interno degli atenei: il termine “autonomia” veniva abbinato
esclusivamente al concetto di privatizzazione. Il contributo statale
all’Università veniva bloccato a tempo indeterminato e si inaugurava un
processo che trasformava i singoli
atenei in aziende autonome, incapaci di sviluppo, sostenute da fondi privati
interessati alle proprie attività. Null’altro che un’ipoteca capitalistica
sulla ricerca e sull’insegnamento.
I Ministri Zecchino, prima, e Berlinguer, dopo, hanno emanato ulteriori norme
d’attuazione di questo tipo d’autonomia. Il D.M. del 3-11-99 nr. 509 prevedeva
uno stratagemma che consisteva nel dare la disponibilità di finanziamenti del
Ministero a partire dall’anno accademico 2001/2002 alle università che avessero
attivato la riforma entro tre anni, ma contemporaneamente stanziava ulteriori
finanziamenti per quelle università che l’avessero attivata prima del termine:
questa proposta ha spinto quasi tutti gli atenei a dare vita nell’immediato al
processo di ristrutturazione. Il 70/80% del corpo docente è stato quindi
impegnato a dare corpo all’attuazione del nuovo ordinamento, sovvertendo il
vecchio, fondato su una legislazione ed una prassi sviluppatasi in un secolo!
Dopo solo due anni d’applicazione e sperimentazione, però la riforma Zecchino
fu modificata, per la delusione dei settori dominanti del capitalismo italiani:
la “riforma della riforma” venne quindi affidata dal Ministro Moratti ad
un’apposita commissione, presieduta da De Maio, attuale rettore della Luiss,
con il compito di apportare alcuni significativi emendamenti.
Innanzitutto, è al vaglio l’ipotesi di passare dal 3+2 all’1+2+2, creando un
percorso ad Y che garantirebbe agli studenti o un’adeguata padronanza di metodi
e contenuti scientifici generali o l’acquisizione di specifiche conoscenze
professionali, avendo alla base un anno comune. Durante il primo anno, loro
malgrado, gli studenti si giocherebbero l’avvenire; infatti, in base al numero
di crediti raggiunti, avrebbero la possibilità di fare ingresso in uno dei due
rami, con ben poche speranze di accedere alla laurea Magistralis, nuovo nome
della laurea di secondo livello con un maggiore carattere elitario e classista:
tale grado dell’istruzione sarebbe nuovamente caratterizzato dal numero chiuso
obbligatorio e verrebbe imposto per legge ad ogni ateneo, dove la riforma
Zecchino ne prevedeva solo la possibilità.
Altra modifica importante è quella apportata alla definizione del credito
formativo: nella Zecchino era equivalente a 25 ore di studio, ora è definito
come l’equivalente di 25 ore d’impegno. E’ così soppressa la distinzione tra
ore di studio individuali e frontali (ore di frequenza), con l’obbligo di
almeno un 50% di lezioni di lavoro per ogni materia.
Lo smembramento di corsi in moduli tematici, l’istituzione di lauree triennali,
lauree biennali specialistiche all’università e l’istituzione del Premio
d’offerta formativa, di crediti e debiti formativi alla scuola media superiore,
unito agli stages ed al lavoro gratuito offerto dalla giovane manodopera di
licei ed atenei alle aziende-sponsor, per citare soltanto alcune delle
“innovazioni”, rappresentano l’aziendalizzazione e la de-qualificazione
dell’insegnamento.
Nel mosaico progettato da Confindustria la riforma Berlinguer rappresentava,
dunque, l’ultimo tassello per la demolizione del sistema d’istruzione pubblica:
non a caso, è bene ricordarlo, per l’approvazione del testo in Parlamento anche
l’opposizione di centro-destra diede il proprio voto di sostegno. Il
capitalismo italiano, quindi, insieme ai poteri forti nel complesso, ritiene
l’istruzione un settore strategico nel quale investire. È vero d’altra parte
che la recente crisi del governo Berlusconi incrina (o forse ne è pesantemente
condizionata) i rapporti all’interno del blocco sociale della Destra, acuendo i
contrasti tra componenti della Destra politica e la Destra confindustriale. Se
è vero che le richieste e le forti pressioni fatte su Berlinguer, prima, e
sulla Moratti, poi, hanno come fondamento l’idea di legame funzionale tra
tirocinio universitario e mercato del lavoro (in ultima analisi, l’educazione e
l’addestramento di forza-lavoro specializzata e flessibile), è altrettanto vero
che si sono prodotti forti contrasti proprio sul piano dell’attuazione
specifica della Riforma Moratti. La de-qualificazione della trasmissione dei
saperi e dell’acquisizione delle conoscenze e la diminuzione progressiva della
capacità critica a livello di massa è comunque genericamente adeguato all’intento
di acquiescenza culturale della maggioranza della gioventù verso la precarietà:
il riordino dei cicli scolastici, la riforma della scuola media inferiore e
superiore e del sistema universitario vanno tutte interpretate in questo senso.
Tanto meno deve sorprenderci la revisione degli organi collegiali che prevede
la sistematica riduzione ed espulsione dei rappresentanti dei lavoratori e
degli studenti in scuole e facoltà.
Dal punto di vista dell’autonomia finanziaria, i contributi statali sono rimasti
congelati per l’università, in linea generale, a quelli stanziati nel 1992, a
cui va aggiunto l’incremento fornito dall’Istat, accresciuto però in base a tre
parametri (proporzione diretta con il numero degli studenti iscritti;
proporzione inversa al numero di studenti fuori corso; proporzione diretta al
rapporto con le aziende). Complessivamente, riscontriamo una riduzione dei
finanziamenti statali per l’istruzione pubblica -da 70mila miliardi del 1990 a
59mila miliardi del 1997- a discapito di un incremento delle sovvenzioni per
gli istituti privati, ai quali, con la norma introdotta dalla riforma
Berlinguer sulla parificazione, viene riconosciuto, sovvertendo i dettami
costituzionali, lo stesso status giuridico di quelli pubblici con la principale
conseguenza di comportare gli stessi oneri per lo stato. I tagli ai
finanziamenti per l’istruzione, che interessano in generale tutto il sistema
pubblico da quindici-venti anni a questa parte, rendono esplicita l’intenzione
di trasformare la scuola e l’università in un’azienda incapace di sviluppo,
legata agli investimenti delle imprese e, quindi, alle richieste di formazione
di manodopera con competenze tecnico-specialistiche a basso costo e flessibile
per le continue esigenze di mercato.
L’espressione più diretta di questa logica è individuabile nell’introduzione
dei crediti formativi, divenuti l’unità di misura dell’apprendimento da parte
dello studente. Il numero chiuso per l’accesso alle facoltà, alle lauree
biennali specialistiche ed alle scuole di specializzazione, la limitazione e
l’allungamento del corso di studi, con la relativa erogazione fiscale,
rappresenta il perpetrarsi e l’acuirsi del principio di selezione classista: le
famiglie con reddito medio-alto potranno consentire ai propri figli il proseguimento
e la specializzazione degli studi; le famiglie con reddito medio e basso
dovranno vedersi negare l’accesso per un grado d’istruzione superiore per i
propri figli. Il sistema riprodurrà la formazione di un ristretto gruppo
dirigente del mercato del lavoro, selezionato nell’elite della società, e di
una larga maggioranza di giovani precari, succubi delle esigenze e delle
condizioni lavorative imposte dalla classe padronale.
6. Strategia
Una rivendicazione della centralità del diritto allo studio va di pari passo
con l’individuazione di una corretta lettura di classe dei processi economici
che sottendono, e altre volte definiscono, l’assoggettamento dell’istruzione
pubblica alle regole del mercato.
In tal senso, crediamo che il grado e la forma del nostro intervento nelle
scuole e nelle università vada regolato in ragione della resa evidente, nei
territori, da parte delle strutture già esistenti, di questa connessione
implicita: privatizzazione dell’istruzione (con ciò che questo consegue: mercificazione
della cultura) – precarizzazione delle
relazioni sociali e lavorative.
Consapevoli dunque che l’attacco del governo Berlusconi alla scuola pubblica
(portato non da ultimo anche attraverso il giro di vite proibizionista
orchestrato dallo stato maggiore del governo in molti licei italiani) non
sarebbe stato possibile senza l’azione di apripista svolta dai precedenti
governi a maggioranza di centro-sinistra (in particolare con i ministeri
Berlinguer, Zecchino e De Mauro), dobbiamo oggi puntare ad una difesa della
scuola pubblica dall’offensiva neo-liberista, sia quando si mostra in modo
esplicito come classista e fortemente reazionaria, sia nella sua versione
temperata ed accomodante (con l’aggravante di una istituzionalizzazione del
conflitto del classe che mette a tacere, come già successo, i sindacati e larga
parte del movimento dei lavoratori e degli studenti) di un ipotetico nuovo
governo di centro-sinistra senza una correzione chiara di rotta possibile solo
sulla spinta di Rifondazione Comunista.
L’obiettivo politico che dobbiamo porci, in prospettiva e sul medio-lungo
periodo, non può quindi che essere quello di abrogare, attraverso un forte
consenso di massa derivante da mobilitazioni che noi dobbiamo essere in grado
di guidare, la odiosa legge di parità e il congiunto finanziamento pubblico
alle scuole private (anche su base regionale), la legge sull’autonomia
scolastica (che crea la scuola azienda ed il preside manager) e la riforma dei
cicli scolastici che reintroduce, dopo cinquant’anni, la divaricazione su base
di classe tra istruzione e avviamento professionale.
Di contro al sistematico taglio dei fondi alla scuola pubblica dobbiamo essere
in grado di proporre un investimento, sia a livello economico sia a livello
politico, sulla formazione pubblica come punta avanzata di una nuova politica
nazionale incentrata su di uno sviluppo culturale laico, democratico e
pluralista.
Parallelamente l’impegno dev’essere quello di portare immediatamente l’obbligo
scolastico a 18 anni, per sottrarre il processo formativo degli studenti alle
forze imprenditoriali e clericali, impedendo la realizzazione del connubio fra
scuola-azienda e scuola-parrocchia. D’altra parte la difesa e la riconquista
del diritto allo studio come partita decisiva per le masse studentesche, la
conquista storica della “media unica” devono diventare la bandiera di una nuova
stagione di lotte, il cui significato simbolico diventi il grimaldello che
riesca a scardinare il meccanismo di cinica separazione classista per cui sin
dalla ex seconda media gli studenti vengono, con la bozza Bertagna-De Maio,
orientati verso un predeterminato corso di studi (o scuola o avviamento al
lavoro).
I comunisti, va detto, soffrono oggi di una grave carenza teorica e propositiva
in merito: non è stata ancora varata una linea precisa in materia d’istruzione,
nemmeno a livello nazionale, che quanto meno supporti l’opera di presenza
–quand’anche in sé difficoltosa e mai continua– nei movimenti: manca una
proposta di legge complessiva in Parlamento, mancano, a cascata, piattaforme
precise e vertenziali di carattere locale nei territori e nelle federazioni.
Senza di essi, e sapendo di non poter contare sulla fumosità dei proclami
disobbedienti, siamo noi Giovani e Comunisti a dover impugnare lo strumento
della proposta politica, dell’analisi meticolosa dei processi che definiscono
strutturalmente la Riforma Moratti e avanzare ipotesi radicalmente alternative.
L’idea di lavoro tra realtà studentesche ed universitarie coordinate ruota
intorno all’ipotesi e alla proposta di creare iniziative e mobilitazione a
partire da problemi immediati e concreti. Alle rivendicazioni di carattere
economico (soltanto per fare qualche esempio: agevolazioni per abbonamenti dei
trasporti, ingressi gratuiti ai musei; lotta contro l’aumento delle tasse ed i
buoni scuola, in qualunque modo essi vengano proposti) vanno collegate
rivendicazioni di carattere politico (difesa della laicità dell’istruzione,
difesa del principio, oltre che della pratica, della scolarizzazione di massa; opposizione
a politiche di formazione specialistica).
Si tratta, in una parola, di politicizzare le vertenze economiche su scala
territoriale.
Se è vero, come vorremmo che fosse, che la lotta degli studenti non cammina
soltanto sulle gambe degli stessi studenti (a maggior ragione in un contesto di
alta conflittualità sociale ed operaia come quello che stiamo vivendo), allora
dobbiamo necessariamente definire lotte congiunte tra lavoratori e studenti
anche attraverso la costituzione di reti di solidarietà alle mobilitazioni dei
lavoratori, ovviamente a partire da quelli della scuola e dell’università
(altro punto di notevole interesse è il punto che coinvolge i ricercatori,
vessati da una politica contraria alla ricerca ed altamente penalizzante anche
sotto il profilo professionale anche nei criteri di assegnazione e accesso).
Correlatamente non possiamo lasciare in mano alla sinistra moderata e alle sue
propaggini studentesche la questione democratica nel nostro Paese. I comunisti
devono essere ben coscienti della pericolosità eversiva del governo Berlusconi,
anche a partire dalla legislazione sull’istruzione: come abbiamo già spiegato
con la riforma Moratti si restringono sensibilmente gli spazi di co-gestione
della scuola. Oggi si stanno restringendo ancora una volta gli spazi
democratici: tenere alta l’attenzione su questo punto diventa un nostro
obiettivo strategico fondamentale.
Tutto ciò si colloca oggettivamente in un quadro produttivo mutato, anche
internamente alle scuole e alle università. Una prospettiva di classe, com’è
quella che noi comunisti vogliamo proporre, non può prescindere da questo dato.
Insistiamo qui ora soltanto su alcuni punti particolarmente significativi per
il contraddittorio livello produttivo nel nostro Paese.
Il taglio d’investimenti pubblici e la ricerca di sovvenzioni di fondi privati
interessati all’attività di un istituto gettano le basi per una
differenziazione della formazione tecnica di forza-lavoro, a seconda dei corsi
attivati negli atenei, ed una successiva distinzione sul costo della manodopera
nel mondo del lavoro. I corsi finanziati e basati sulle esigenze delle imprese
locali forniscono una formazione specialistica, che, succube delle continue
variazioni d’interesse del mercato, necessita di un continuo aggiornamento.
Preposto che la differenziazione del costo della manodopera è data dal
differente livello e grado d’istruzione, con questa parabola non si fa altro
che rendere ancora più ampio il divario tra retribuzione della forza-lavoro nel
Mezzogiorno, con crescenti punte di disoccupazione, e l’Italia settentrionale,
dove la flessibilità del mercato del lavoro già da tempo regola il rapporto di
produzione nelle piccole e medie aziende.
Quindi, i lavoratori sono e saranno sempre più costretti ad accettare prestazioni
improbe e massacranti per il
mantenimento del posto di lavoro e non potranno porre alcun veto alla
distinzione padronale Nord-Sud sui salari. Spaventose sono già le cifre che,
con l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro – dal Pacchetto
Treu del 1996, il Patto per l’Italia del 2002, fino alla finanziaria e alla
legge 30 dell’anno in corso – indicano un incremento vertiginoso della
precarietà e della disoccupazione.
7. Tattica
A queste ed altre esigenze deve rispondere, consapevole della sua
limitatezza politica e anche quantitativa, la Commissione per il diritto allo
studio.
Indispensabile diviene la formazione e l’utilizzo di un ampio numero di quadri
da attivare nel movimento studentesco.
Entrando nello specifico, proponiamo alcune linee guida da intendersi non
vincolanti e quindi da discutere su più fronti ed in più occasioni fino a
raggiungere tra di noi un’omogeneità di vedute ed un coordinamento di intenti
significativo.
- Riconosciamo che i collettivi studenteschi, oggi come oggi, rischiano di
diventare, nel complesso, strutture auto-referenziali e slegate dai bisogni
concreti delle masse studentesche, a causa di un eccessivo intellettualismo che
va contrastato parallelamente sul piano della proposta teorica alternativa e sul
piano della proposizione originale di vertenze specifiche. In questo
riconoscimento sta anche il nostro impegno al potenziamento della linea
politica ed organizzativa dei collettivi studenteschi.
- Il dialogo con tutte le strutture ed organizzazioni democratiche del
movimento, perlomeno aperte sulla questione del diritto allo studio, deve
essere intavolato pena l’esclusione, con noi, delle nostre ragioni – le ragioni
del cambiamento – dalla scena politica scolastica ed universitaria.
- Dobbiamo condurre una battaglia anche all’interno della Rete nazionale dei
collettivi non per conquistare una teorica egemonia sterile e confinata sul
piano del ceto politico ma per cercare di creare consensi, come all’interno di
ogni altra struttura democratica attiva, intorno alle nostre piattaforme.
- Alla classe rivoluzionaria dell’informazione, alle pratiche
dell’auto-narrazione, della con-ricerca e della auto-formazione bisogna
contrapporre rigore metodologico, analisi di classe dei fenomeni e piattaforma
politica ed economica vertenziale.
- L’impressione è che venga elusa, attraverso questa pseudo-analisi, una vera
discussione sul merito della riforma Moratti, anzi che si teorizzi e pratichi
opportunisticamente l’ingresso negli spazi lasciati liberi dalla Riforma stessa
sperimentando forme alternative di auto-gestione di corsi resi riconoscibili
all’intero di un piano di studi proprio dalla Riforma medesima.
- Va valutata invece l’ipotesi di creare commissioni nelle province e nei
luoghi di studio, o anche semplicemente gruppi di lavoro, sulla questione del
diritto allo studio. Questo potrebbe avvenir anche soltanto attraverso il
potenziamento di strutture già esistenti ed operanti come collettivi, circoli
universitari ed, in misura ovviamente diversa, comitati studenteschi.
- Sono da incoraggiare, da questo punto di vista, esperienze variegate e
differenti di propaganda politica nelle scuole e nelle università – a qualsiasi
livello – e altre che diano sbocco a lavori collettivi come la pubblicazione di
giornali e riviste periodiche.
In questo contesto la commissione va intesa come momento di raccordo politico
oltre che organizzativo, nazionale, delle diverse esperienze territoriali. La
commissione è luogo di interscambio e arricchimento ad un livello però che necessita
inevitabilmente di un momento di coordinamento.
Se su questi intenti riusciremo a intessere reti di relazioni politiche con
soggetti democratici nei diversi territori, se a cominciare da queste
fondamenta saremo in grado di costruire, in ogni luogo di conflitto, una
specificità di classe, potremmo dire di aver contribuito, anche noi ed in
minima parte, alla definizione di un’alternativa politica e sociale al blocco
delle Destre utile all’avanzamento delle condizioni materiali di vita di
migliaia di studenti e lavoratori.
D’altra parte,
- mentre chiediamo un aumento degli investimenti per la scuola in misura tale
da adeguarli alla media degli altri paesi europei, invertendo la politica che
negli ultimi anni ha portato ad abbassare progressivamente i finanziamenti per
la scuola pubblica con controtendente aumento dei finanziamenti per quella
privata, mentre chiediamo che queste risorse vadano indirizzate all'adeguamento
delle strutture edilizie, al potenziamento e miglioramento del servizio,
all'assunzione dei precari e l'adeguamento degli stipendi alla media europea;
- mentre chiediamo l’innalzamento dell'obbligo scolastico fino ai 18 anni con
presalario dai 16 (per rendere reale e non astratto il diritto all’istruzione
fino ai 18 anni anche per i figli delle famiglie a basso reddito, che sono in
aumento);
- mentre chiediamo la gratuità dei libri di testo per tutto l'obbligo
scolastico;
- una politica di sostegno per i figli delle famiglie a reddito basso che
contrasti radicalmente il principio classista e la sostanza mistificatoria del
"buono scuola";
- mentre lottiamo, in ogni singolo istituto, per una effettiva
democratizzazione degli Organi Collegiali;
- mentre insistiamo, insieme ai lavoratori della scuola, nel rifiutare
categoricamente il principio della gerarchizzazione del corpo insegnante ed
ausiliario; il principio dell’esternalizzazione;
- mentre chiediamo reale autonomia per gli studenti universitari, nella
definizione dei propri percorsi formativi al di fuori di forme coercitive di
organizzazione della didattica che prevedono blocchi annuali, riduzioni degli
appelli, frequenza obbligatoria;
- mentre auspichiamo un percorso di riforma dello status giuridico dei docenti,
che preveda la loro contrattualizzazione e la democratizzazione nei loro
rapporti con gli studenti;
- mentre, ancora, ci battiamo nelle facoltà contro il numero chiuso,
contrapponendo il libero accesso alle facoltà e alle Scuole di Specializzazione;
altro non facciamo che chiedere il rispetto, semplice ma assoluto e perentorio,
del diritto allo studio. Questa deve essere, soprattutto nella sua
ricollocazione territoriale, l’azione di noi Giovani E Comunisti.