www.resistenze.org - proletari resistenti - scuola - 21-02-04

Sul Diritto allo Studio



Contributo della “Commissione per il diritto allo studio” (commdirstud@yahoo.it) per il rilancio di un movimento comunista nel Movimento e nei luoghi di studio


Chi siamo

Siamo un gruppo consistente di Giovani Comunisti (organizzazione giovanile del Partito della Rifondazione Comunista) che si è costituito, su base nazionale, attorno alla condivisione di alcuni spunti di analisi e di strategia politica nel movimento studentesco ed universitario. La centralità che assegniamo, nella prassi e nella teoria, al diritto allo studio ci distanzia dalle riflessioni, che riteniamo fumose ed inconcludenti, dei vertici della nostra struttura. La disobbedienza è stata nei fatti, fino ad ora, la scelta strategica conseguente: pensiamo che questa, producendo una risposta errata ai bisogni materiali degli studenti italiani, abbia invece complessivamente comportato l’allontanamento dell’azione dei Giovani Comunisti dalla realtà concreta della società tutta.

Analisi generale

Il livello di alta conflittualità sociale nel nostro Paese (espresso in più occasioni anche e soprattutto negli ultimi mesi dello scorso anno, dalle manifestazioni sindacali e di movimento del 4 ottobre allo sciopero generale del 24 ottobre fino al corteo sindacale contro la finanziaria del 6 dicembre) chiede oggi con forza alla Sinistra intera la programmazione di un percorso di lotta avanzato a partire dall’individuazione di un programma sociale, politico ed economico d’alternativa alle politiche liberiste. Un programma in risposta al quadro d’emergenza sociale determinato in particolare dalla compresenza di tre aspetti: aumento dell’inflazione, diminuzione del potere d’acquisto dei salari, intervento governativo sulle pensioni.

L’emergenza sociale è conseguenza scontata e diretta di un attacco sistematico da parte delle Destre allo Stato sociale, tanto in materia previdenziale quanto in materia d’istruzione.

Il 4 ottobre scorso a Roma è cominciato l’autunno caldo, di fronte a migliaia di voci che si levavano contro il liberismo “in salsa europea” e contro la destrutturazione di ogni principio di solidarietà sociale, e a favore di un’Europa dei popoli che ponga la civiltà del lavoro al centro della propria identità politica e costituzionale (non dimentichiamoci che è in corso una partita tutt’altro che secondaria appunto sulla nuova Carta della Cittadinanza Europea). Alla questione sociale quivi emersa va legata imprescindibilmente una questione democratica, cacciare il governo Berlusconi come condizione necessaria per il consolidarsi di un nuovo blocco sociale e storico in grado di rigettare, assieme a costui, anche il neo-liberismo che ha paralizzato, in particolar modo nelle ultime due legislature, il progresso economico del Paese, penalizzando in primo luogo gli interessi della classe lavoratrice.

I tre cortei nazionali del 29 novembre contro la Riforma Moratti e in difesa della scuola pubblica - a partire dal tempo pieno per le scuole elementari - sono significativi nell’ottica di una mobilitazione generale che leghi strettamente la salvaguardia del carattere pubblico dell’istruzione alle questioni sociale e democratica. Il vasto arco di forze sociali e politiche che ha promosso la giornata del 29/11 è indicativo d’altra parte di un clima montante di insofferenza e contrarietà a qualunque passo del governo e delle forze confindustriali lesivo degli interessi dei lavoratori e degli studenti: si tratta oggi di capire come procedere per consolidare questo processo unitario, fermo restando l’ovvio rispetto delle specificità di ognuno.

Unità, radicalità ed autonomia: devono essere queste, oggi, le parole d’ordine dei comunisti. A partire dal principio irrinunciabile dell’autonomia organizzativa e strategica (partito forte oggi, socialismo domani), in un clima di rinnovato spirito unitario di tutte le forze democratiche contro il pericolo padronale e neo-fascista delle Destre, dobbiamo essere in grado di esprimere una politica sociale coraggiosa e che parli innanzitutto di lavoro con i lavoratori.

In nuce, il progetto di costruire una sinistra d’alternativa credibile può e deve partire già oggi dalla costruzione di un tavolo permanente di confronto programmatico con quelle forze sindacali e politiche, oltre che associative, che hanno dato vita alla campagna referendaria per l’estensione dell’articolo 18. Un coagulo di soggetti dell’anti-liberismo militante e radicato senza il quale non è possibile, realisticamente, pensare ad un progetto di opposizione realmente alternativo al blocco del centro-destra.


Stato di salute dei movimenti e proposte conseguenti

Il movimento studentesco deve essere reso consapevole che ogni rivendicazione, anche la migliore e più avanzata, non può essere posta al di fuori di un contesto che registra, a livello di movimento e di mobilitazioni di massa, il fallimento, definitivo ed incontrovertibile, della disobbedienza come teoria e prassi politica.
I comunisti devono essere in grado di esercitare finalmente una battaglia politica di contenuto all’interno del movimento con l’obiettivo preciso di isolare quella parte del movimento studentesco che, in nome del primato della propria visibilità mediatica, il 4 ottobre scorso a Roma ha fatto di tutto per portare allo sfascio il movimento. Parallelamente si deve scegliere di stare con i lavoratori e le loro rappresentanze sindacali e non con quel manipolo di banditi che, come per ultimo a Venezia il 26 settembre, in occasione di una manifestazione di protesta contro l’intitolazione di una piazza alle vittime (“martiri”?) delle foibe da parte della giunta comunale, fa dell’aggressione fisica e verbale nei confronti dei compagni la propria principale ragion d’essere.

Il progetto oggi deve essere una presenza comunista nelle mobilitazioni studentesche ed universitarie, con forme di conflitto nuove e in aggiornamento, con il chiaro obiettivo di legare le rivendicazioni sull’istruzione pubblica alla questione sociale e a quella democratica.
In questa crisi e nelle contraddizioni tra le dirigenze del movimento dei disobbedienti, noi studenti comunisti possiamo oggi inserire una proposta coraggiosa e radicale: ricollocare le nostre strutture di movimento e di partito, a partire dalle reti di collettivi già presenti nei territori in cui è forte la presenza di giovani compagni e giovani compagne, al di fuori del soggetto dei disobbedienti e all’interno della nuova realtà del conflitto sociale che vede oggi protagonisti i lavoratori (non ultimi i lavoratori della scuola) e domani deve vedere protagonisti, al loro fianco, anche gli studenti, a partire da quelli comunisti.

La prospettiva del collegamento tra studenti e lavoratori implica potenzialità enormi, perché proporzionali alle enormi possibilità di crescita del movimento di opposizione sociale (si pensi a quanti e quali passi avanti potrebbe compiere il movimento operaio e sindacale se Berlusconi fosse cacciato da una mobilitazione cosciente e generale) ma anche rischi e limiti che non dobbiamo sottovalutare.

Il movimento studentesco (intendendo per questo, come è chiaro, non un soggetto coeso e reale dal punto di vista della rappresentanza nazionale) non è più abituato, almeno dal 1994, quando svolse un ruolo sociale non marginale, ad agire a fianco del movimento dei lavoratori. A questo si aggiunga il fatto che oggi le reti studentesche attive non esprimono una linea politica pienamente condivisibile in tutte le sue espressioni e, tanto meno, risultano rispondenti alle esigenze concrete delle masse studentesche. Piattaforme vaghe, rifiuto della logica dell’organizzazione (anarchia disobbediente), abbandono della tradizionale centralità –che noi oggi rivendichiamo– del diritto allo studio e della vertenzialità come concetto e valore cardine dell’azione politica nelle scuole e nella facoltà: tutto questo contribuisce a formare, nei movimenti, un quadro di difficile azione per noi comunisti.

In questa situazione problematica non va però sottovalutata l’importanza di alcune esperienze di lotta più avanzata che il mondo del lavoro nella scuola, soltanto a tratti in correlazione stretta con quello degli studenti, ha prodotto: critica alle conseguenze economiche della Riforma e rifiuto della aziendalizzazione della scuola e della negazione del carattere laico dell’istruzione pubblica. Una duplice insofferenza che è stata ulteriormente alimentata dalla sovrapposizione di graduatorie e dalla competizione alimentata dai meccanismi per ottenere l’abilitazione (guerra tra precari storici e nuovi abilitati dalle Scuole di Specializzazione). Questo fenomeno ha creato, in quest’inizio anno, un fermento latente che ha prodotte picchi di partecipazione che, se replicati, noi dovremmo essere in grado di comprendere, valorizzare, dirigere.


4. In Europa


Anche a livello europeo si aprono scenari importanti: dalla conferenza e dalla carta di Bologna e di Bruges i ministri dell’istruzione del continente hanno costituito un patto comune d’azione e d’alleanza che punta fondamentalmente, seppur con sensibili differenze tra governi, a ridisegnare un nuovo ruolo per la formazione sull’esempio di alcuni istituti universitari della Gran Bretagna. Viene posto sul mercato dell’istruzione europea un pacchetto formativo in “franchising”: le università possono acquistare la manodopera intellettuale –i ricercatori– da altri Paesi ed avvalersene in progetti di ricerca utili al potenziamento e alla crescita economica del proprio mercato. Vengono depredati gli Stati non in grado di trattenere questo potenziale di lavoro intellettuale, garantendo e perpetrando, nello stesso tempo, il ricatto della mobilità. Tutto ciò in un contesto in cui l’Italia spende l’1% del PIL nell’Università e nella ricerca scientifica, contro una media europea del 2,5%, già al di sotto della direttiva dell’UE che fissa la quota ad un comunque misero 3%. Tanto per fare un confronto, il governo popolare di Cuba investe mediamente il 10,4% del suo PIL soltanto per l’istruzione (senza contare i fondi per la ricerca scientifica – anno 2001).


5. La contro-riforma

Come è evidente, la radice della Riforma Moratti è la stessa da cui prendono vita la legge 30 sul mercato del lavoro (che innalza la precarizzazione ad elemento guida nella gestione dei rapporti lavorativi e produttivi tra aziende e lavoratore), la legge Bossi-Fini sull’immigrazione (che rende legge la prospettiva xenofoba di una società fondata sulla discriminazione, sull’esclusione e sulla criminalizzazione della marginalità sociale) e, non ultimi, i provvedimenti presi in materia pensionistica e fiscale.

I tentativi del governo di restaurare il concetto di Stato ottocentesco, apparato coercitivo strutturato in funzione della totale deregolamentazione delle relazioni sociali, e, contemporaneamente, di abbattere ciò che rimane del modello di Welfare e dei cardini intorno a cui si colloca ragionevolmente la sua difesa (sindacati, organizzazioni di massa, movimenti di opposizione sociale), è il filo rosso che collega la politica sociale complessiva del governo Berlusconi con la controriforma Moratti.

L'idea sottesa è che la formazione del capitale umano adeguato e funzionale alle nuove esigenze della accumulazione flessibile è un compito che deve essere svolto in larga parte dallo Stato. La gestione aziendalista di scuole, università, centri di formazione, tende così a privatizzare la riproduzione e la gestione del comando (l'insegnamento) continuando però ad affidare gran parte dei costi sociali allo Stato e, specificatamente, alle sue fasce più deboli.
La privatizzazione dell'istruzione -la privatizzazione del sapere- è, in ultima analisi, la reificazione della cultura, la sottomissione dell'intellettualità critica alle regole del mercato.

Non c’è oggi proposta seria di alternativa a questa reificazione della cultura che non parta dalla considerazione che rimane centrale, anzi, acquista centralità, la questione della difesa ad oltranza e della riconquista del diritto allo studio per tutte e per tutti.
Per capirci su cosa intendiamo quando parliamo di diritto allo studio dobbiamo fare due passi indietro e leggere, con spirito critico, i processi che hanno accompagnato e preceduto la definizione della Riforma Moratti.

Risale al 1990 la prima legge che varava, sottoforma di allegato alla finanziaria, la riforma di autonomia dell’Università italiana. Fu completamente assente un dibattito preliminare in Parlamento, accuratamente evitato, in quanto tutta l’elaborazione venne delegata alla stretta cerchia delle commissioni del Ministero della Pubblica Istruzione di Ruberti. I mezzi di comunicazione, la stampa in particolare, reclamizzarono il tutto. La riforma era ben lungi dal rappresentare quel bisogno di innovazione e democratizzazione che da tempo era presente all’interno degli atenei: il termine “autonomia” veniva abbinato esclusivamente al concetto di privatizzazione. Il contributo statale all’Università veniva bloccato a tempo indeterminato e si inaugurava un processo che trasformava  i singoli atenei in aziende autonome, incapaci di sviluppo, sostenute da fondi privati interessati alle proprie attività. Null’altro che un’ipoteca capitalistica sulla ricerca e sull’insegnamento.

I Ministri Zecchino, prima, e Berlinguer, dopo, hanno emanato ulteriori norme d’attuazione di questo tipo d’autonomia. Il D.M. del 3-11-99 nr. 509 prevedeva uno stratagemma che consisteva nel dare la disponibilità di finanziamenti del Ministero a partire dall’anno accademico 2001/2002 alle università che avessero attivato la riforma entro tre anni, ma contemporaneamente stanziava ulteriori finanziamenti per quelle università che l’avessero attivata prima del termine: questa proposta ha spinto quasi tutti gli atenei a dare vita nell’immediato al processo di ristrutturazione. Il 70/80% del corpo docente è stato quindi impegnato a dare corpo all’attuazione del nuovo ordinamento, sovvertendo il vecchio, fondato su una legislazione ed una prassi sviluppatasi in un secolo!

Dopo solo due anni d’applicazione e sperimentazione, però la riforma Zecchino fu modificata, per la delusione dei settori dominanti del capitalismo italiani: la “riforma della riforma” venne quindi affidata dal Ministro Moratti ad un’apposita commissione, presieduta da De Maio, attuale rettore della Luiss, con il compito di apportare alcuni significativi emendamenti.

Innanzitutto, è al vaglio l’ipotesi di passare dal 3+2 all’1+2+2, creando un percorso ad Y che garantirebbe agli studenti o un’adeguata padronanza di metodi e contenuti scientifici generali o l’acquisizione di specifiche conoscenze professionali, avendo alla base un anno comune. Durante il primo anno, loro malgrado, gli studenti si giocherebbero l’avvenire; infatti, in base al numero di crediti raggiunti, avrebbero la possibilità di fare ingresso in uno dei due rami, con ben poche speranze di accedere alla laurea Magistralis, nuovo nome della laurea di secondo livello con un maggiore carattere elitario e classista: tale grado dell’istruzione sarebbe nuovamente caratterizzato dal numero chiuso obbligatorio e verrebbe imposto per legge ad ogni ateneo, dove la riforma Zecchino ne prevedeva solo la possibilità.

Altra modifica importante è quella apportata alla definizione del credito formativo: nella Zecchino era equivalente a 25 ore di studio, ora è definito come l’equivalente di 25 ore d’impegno. E’ così soppressa la distinzione tra ore di studio individuali e frontali (ore di frequenza), con l’obbligo di almeno un 50% di lezioni di lavoro per ogni materia.

Lo smembramento di corsi in moduli tematici, l’istituzione di lauree triennali, lauree biennali specialistiche all’università e l’istituzione del Premio d’offerta formativa, di crediti e debiti formativi alla scuola media superiore, unito agli stages ed al lavoro gratuito offerto dalla giovane manodopera di licei ed atenei alle aziende-sponsor, per citare soltanto alcune delle “innovazioni”, rappresentano l’aziendalizzazione e la de-qualificazione dell’insegnamento.

Nel mosaico progettato da Confindustria la riforma Berlinguer rappresentava, dunque, l’ultimo tassello per la demolizione del sistema d’istruzione pubblica: non a caso, è bene ricordarlo, per l’approvazione del testo in Parlamento anche l’opposizione di centro-destra diede il proprio voto di sostegno. Il capitalismo italiano, quindi, insieme ai poteri forti nel complesso, ritiene l’istruzione un settore strategico nel quale investire. È vero d’altra parte che la recente crisi del governo Berlusconi incrina (o forse ne è pesantemente condizionata) i rapporti all’interno del blocco sociale della Destra, acuendo i contrasti tra componenti della Destra politica e la Destra confindustriale. Se è vero che le richieste e le forti pressioni fatte su Berlinguer, prima, e sulla Moratti, poi, hanno come fondamento l’idea di legame funzionale tra tirocinio universitario e mercato del lavoro (in ultima analisi, l’educazione e l’addestramento di forza-lavoro specializzata e flessibile), è altrettanto vero che si sono prodotti forti contrasti proprio sul piano dell’attuazione specifica della Riforma Moratti. La de-qualificazione della trasmissione dei saperi e dell’acquisizione delle conoscenze e la diminuzione progressiva della capacità critica a livello di massa è comunque genericamente adeguato all’intento di acquiescenza culturale della maggioranza della gioventù verso la precarietà: il riordino dei cicli scolastici, la riforma della scuola media inferiore e superiore e del sistema universitario vanno tutte interpretate in questo senso. Tanto meno deve sorprenderci la revisione degli organi collegiali che prevede la sistematica riduzione ed espulsione dei rappresentanti dei lavoratori e degli studenti in scuole e facoltà.

Dal punto di vista dell’autonomia finanziaria, i contributi statali sono rimasti congelati per l’università, in linea generale, a quelli stanziati nel 1992, a cui va aggiunto l’incremento fornito dall’Istat, accresciuto però in base a tre parametri (proporzione diretta con il numero degli studenti iscritti; proporzione inversa al numero di studenti fuori corso; proporzione diretta al rapporto con le aziende). Complessivamente, riscontriamo una riduzione dei finanziamenti statali per l’istruzione pubblica -da 70mila miliardi del 1990 a 59mila miliardi del 1997- a discapito di un incremento delle sovvenzioni per gli istituti privati, ai quali, con la norma introdotta dalla riforma Berlinguer sulla parificazione, viene riconosciuto, sovvertendo i dettami costituzionali, lo stesso status giuridico di quelli pubblici con la principale conseguenza di comportare gli stessi oneri per lo stato. I tagli ai finanziamenti per l’istruzione, che interessano in generale tutto il sistema pubblico da quindici-venti anni a questa parte, rendono esplicita l’intenzione di trasformare la scuola e l’università in un’azienda incapace di sviluppo, legata agli investimenti delle imprese e, quindi, alle richieste di formazione di manodopera con competenze tecnico-specialistiche a basso costo e flessibile per le continue esigenze di mercato.

L’espressione più diretta di questa logica è individuabile nell’introduzione dei crediti formativi, divenuti l’unità di misura dell’apprendimento da parte dello studente. Il numero chiuso per l’accesso alle facoltà, alle lauree biennali specialistiche ed alle scuole di specializzazione, la limitazione e l’allungamento del corso di studi, con la relativa erogazione fiscale, rappresenta il perpetrarsi e l’acuirsi del principio di selezione classista: le famiglie con reddito medio-alto potranno consentire ai propri figli il proseguimento e la specializzazione degli studi; le famiglie con reddito medio e basso dovranno vedersi negare l’accesso per un grado d’istruzione superiore per i propri figli. Il sistema riprodurrà la formazione di un ristretto gruppo dirigente del mercato del lavoro, selezionato nell’elite della società, e di una larga maggioranza di giovani precari, succubi delle esigenze e delle condizioni lavorative imposte dalla classe padronale.


6. Strategia

Una rivendicazione della centralità del diritto allo studio va di pari passo con l’individuazione di una corretta lettura di classe dei processi economici che sottendono, e altre volte definiscono, l’assoggettamento dell’istruzione pubblica alle regole del mercato.
In tal senso, crediamo che il grado e la forma del nostro intervento nelle scuole e nelle università vada regolato in ragione della resa evidente, nei territori, da parte delle strutture già esistenti, di questa connessione implicita: privatizzazione dell’istruzione (con ciò che questo consegue: mercificazione della cultura) –  precarizzazione delle relazioni sociali e lavorative.

Consapevoli dunque che l’attacco del governo Berlusconi alla scuola pubblica (portato non da ultimo anche attraverso il giro di vite proibizionista orchestrato dallo stato maggiore del governo in molti licei italiani) non sarebbe stato possibile senza l’azione di apripista svolta dai precedenti governi a maggioranza di centro-sinistra (in particolare con i ministeri Berlinguer, Zecchino e De Mauro), dobbiamo oggi puntare ad una difesa della scuola pubblica dall’offensiva neo-liberista, sia quando si mostra in modo esplicito come classista e fortemente reazionaria, sia nella sua versione temperata ed accomodante (con l’aggravante di una istituzionalizzazione del conflitto del classe che mette a tacere, come già successo, i sindacati e larga parte del movimento dei lavoratori e degli studenti) di un ipotetico nuovo governo di centro-sinistra senza una correzione chiara di rotta possibile solo sulla spinta di Rifondazione Comunista.

L’obiettivo politico che dobbiamo porci, in prospettiva e sul medio-lungo periodo, non può quindi che essere quello di abrogare, attraverso un forte consenso di massa derivante da mobilitazioni che noi dobbiamo essere in grado di guidare, la odiosa legge di parità e il congiunto finanziamento pubblico alle scuole private (anche su base regionale), la legge sull’autonomia scolastica (che crea la scuola azienda ed il preside manager) e la riforma dei cicli scolastici che reintroduce, dopo cinquant’anni, la divaricazione su base di classe tra istruzione e avviamento professionale.

Di contro al sistematico taglio dei fondi alla scuola pubblica dobbiamo essere in grado di proporre un investimento, sia a livello economico sia a livello politico, sulla formazione pubblica come punta avanzata di una nuova politica nazionale incentrata su di uno sviluppo culturale laico, democratico e pluralista. 
Parallelamente l’impegno dev’essere quello di portare immediatamente l’obbligo scolastico a 18 anni, per sottrarre il processo formativo degli studenti alle forze imprenditoriali e clericali, impedendo la realizzazione del connubio fra scuola-azienda e scuola-parrocchia. D’altra parte la difesa e la riconquista del diritto allo studio come partita decisiva per le masse studentesche, la conquista storica della “media unica” devono diventare la bandiera di una nuova stagione di lotte, il cui significato simbolico diventi il grimaldello che riesca a scardinare il meccanismo di cinica separazione classista per cui sin dalla ex seconda media gli studenti vengono, con la bozza Bertagna-De Maio, orientati verso un predeterminato corso di studi (o scuola o avviamento al lavoro).

I comunisti, va detto, soffrono oggi di una grave carenza teorica e propositiva in merito: non è stata ancora varata una linea precisa in materia d’istruzione, nemmeno a livello nazionale, che quanto meno supporti l’opera di presenza –quand’anche in sé difficoltosa e mai continua– nei movimenti: manca una proposta di legge complessiva in Parlamento, mancano, a cascata, piattaforme precise e vertenziali di carattere locale nei territori e nelle federazioni.

Senza di essi, e sapendo di non poter contare sulla fumosità dei proclami disobbedienti, siamo noi Giovani e Comunisti a dover impugnare lo strumento della proposta politica, dell’analisi meticolosa dei processi che definiscono strutturalmente la Riforma Moratti e avanzare ipotesi radicalmente alternative.
L’idea di lavoro tra realtà studentesche ed universitarie coordinate ruota intorno all’ipotesi e alla proposta di creare iniziative e mobilitazione a partire da problemi immediati e concreti. Alle rivendicazioni di carattere economico (soltanto per fare qualche esempio: agevolazioni per abbonamenti dei trasporti, ingressi gratuiti ai musei; lotta contro l’aumento delle tasse ed i buoni scuola, in qualunque modo essi vengano proposti) vanno collegate rivendicazioni di carattere politico (difesa della laicità dell’istruzione, difesa del principio, oltre che della pratica, della scolarizzazione di massa; opposizione a politiche di formazione specialistica).

Si tratta, in una parola, di politicizzare le vertenze economiche su scala territoriale.
Se è vero, come vorremmo che fosse, che la lotta degli studenti non cammina soltanto sulle gambe degli stessi studenti (a maggior ragione in un contesto di alta conflittualità sociale ed operaia come quello che stiamo vivendo), allora dobbiamo necessariamente definire lotte congiunte tra lavoratori e studenti anche attraverso la costituzione di reti di solidarietà alle mobilitazioni dei lavoratori, ovviamente a partire da quelli della scuola e dell’università (altro punto di notevole interesse è il punto che coinvolge i ricercatori, vessati da una politica contraria alla ricerca ed altamente penalizzante anche sotto il profilo professionale anche nei criteri di assegnazione e accesso).

Correlatamente non possiamo lasciare in mano alla sinistra moderata e alle sue propaggini studentesche la questione democratica nel nostro Paese. I comunisti devono essere ben coscienti della pericolosità eversiva del governo Berlusconi, anche a partire dalla legislazione sull’istruzione: come abbiamo già spiegato con la riforma Moratti si restringono sensibilmente gli spazi di co-gestione della scuola. Oggi si stanno restringendo ancora una volta gli spazi democratici: tenere alta l’attenzione su questo punto diventa un nostro obiettivo strategico fondamentale.

Tutto ciò si colloca oggettivamente in un quadro produttivo mutato, anche internamente alle scuole e alle università. Una prospettiva di classe, com’è quella che noi comunisti vogliamo proporre, non può prescindere da questo dato. Insistiamo qui ora soltanto su alcuni punti particolarmente significativi per il contraddittorio livello produttivo nel nostro Paese.

Il taglio d’investimenti pubblici e la ricerca di sovvenzioni di fondi privati interessati all’attività di un istituto gettano le basi per una differenziazione della formazione tecnica di forza-lavoro, a seconda dei corsi attivati negli atenei, ed una successiva distinzione sul costo della manodopera nel mondo del lavoro. I corsi finanziati e basati sulle esigenze delle imprese locali forniscono una formazione specialistica, che, succube delle continue variazioni d’interesse del mercato, necessita di un continuo aggiornamento. Preposto che la differenziazione del costo della manodopera è data dal differente livello e grado d’istruzione, con questa parabola non si fa altro che rendere ancora più ampio il divario tra retribuzione della forza-lavoro nel Mezzogiorno, con crescenti punte di disoccupazione, e l’Italia settentrionale, dove la flessibilità del mercato del lavoro già da tempo regola il rapporto di produzione nelle piccole e medie aziende.

Quindi, i lavoratori sono e saranno sempre più costretti ad accettare prestazioni improbe e  massacranti per il mantenimento del posto di lavoro e non potranno porre alcun veto alla distinzione padronale Nord-Sud sui salari. Spaventose sono già le cifre che, con l’introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro – dal Pacchetto Treu del 1996, il Patto per l’Italia del 2002, fino alla finanziaria e alla legge 30 dell’anno in corso – indicano un incremento vertiginoso della precarietà e della disoccupazione.


7. Tattica

A queste ed altre esigenze deve rispondere, consapevole della sua limitatezza politica e anche quantitativa, la Commissione per il diritto allo studio.
Indispensabile diviene la formazione e l’utilizzo di un ampio numero di quadri da attivare nel movimento studentesco.

Entrando nello specifico, proponiamo alcune linee guida da intendersi non vincolanti e quindi da discutere su più fronti ed in più occasioni fino a raggiungere tra di noi un’omogeneità di vedute ed un coordinamento di intenti significativo.

- Riconosciamo che i collettivi studenteschi, oggi come oggi, rischiano di diventare, nel complesso, strutture auto-referenziali e slegate dai bisogni concreti delle masse studentesche, a causa di un eccessivo intellettualismo che va contrastato parallelamente sul piano della proposta teorica alternativa e sul piano della proposizione originale di vertenze specifiche. In questo riconoscimento sta anche il nostro impegno al potenziamento della linea politica ed organizzativa dei collettivi studenteschi.

- Il dialogo con tutte le strutture ed organizzazioni democratiche del movimento, perlomeno aperte sulla questione del diritto allo studio, deve essere intavolato pena l’esclusione, con noi, delle nostre ragioni – le ragioni del cambiamento – dalla scena politica scolastica ed universitaria.

- Dobbiamo condurre una battaglia anche all’interno della Rete nazionale dei collettivi non per conquistare una teorica egemonia sterile e confinata sul piano del ceto politico ma per cercare di creare consensi, come all’interno di ogni altra struttura democratica attiva, intorno alle nostre piattaforme.

- Alla classe rivoluzionaria dell’informazione, alle pratiche dell’auto-narrazione, della con-ricerca e della auto-formazione bisogna contrapporre rigore metodologico, analisi di classe dei fenomeni e piattaforma politica ed economica vertenziale.

- L’impressione è che venga elusa, attraverso questa pseudo-analisi, una vera discussione sul merito della riforma Moratti, anzi che si teorizzi e pratichi opportunisticamente l’ingresso negli spazi lasciati liberi dalla Riforma stessa sperimentando forme alternative di auto-gestione di corsi resi riconoscibili all’intero di un piano di studi proprio dalla Riforma medesima.

- Va valutata invece l’ipotesi di creare commissioni nelle province e nei luoghi di studio, o anche semplicemente gruppi di lavoro, sulla questione del diritto allo studio. Questo potrebbe avvenir anche soltanto attraverso il potenziamento di strutture già esistenti ed operanti come collettivi, circoli universitari ed, in misura ovviamente diversa, comitati studenteschi.

- Sono da incoraggiare, da questo punto di vista, esperienze variegate e differenti di propaganda politica nelle scuole e nelle università – a qualsiasi livello – e altre che diano sbocco a lavori collettivi come la pubblicazione di giornali e riviste periodiche.

In questo contesto la commissione va intesa come momento di raccordo politico oltre che organizzativo, nazionale, delle diverse esperienze territoriali. La commissione è luogo di interscambio e arricchimento ad un livello però che necessita inevitabilmente di un momento di coordinamento.
Se su questi intenti riusciremo a intessere reti di relazioni politiche con soggetti democratici nei diversi territori, se a cominciare da queste fondamenta saremo in grado di costruire, in ogni luogo di conflitto, una specificità di classe, potremmo dire di aver contribuito, anche noi ed in minima parte, alla definizione di un’alternativa politica e sociale al blocco delle Destre utile all’avanzamento delle condizioni materiali di vita di migliaia di studenti e lavoratori.

D’altra parte,
- mentre chiediamo un aumento degli investimenti per la scuola in misura tale da adeguarli alla media degli altri paesi europei, invertendo la politica che negli ultimi anni ha portato ad abbassare progressivamente i finanziamenti per la scuola pubblica con controtendente aumento dei finanziamenti per quella privata, mentre chiediamo che queste risorse vadano indirizzate all'adeguamento delle strutture edilizie, al potenziamento e miglioramento del servizio, all'assunzione dei precari e l'adeguamento degli stipendi alla media europea;

- mentre chiediamo l’innalzamento dell'obbligo scolastico fino ai 18 anni con presalario dai 16 (per rendere reale e non astratto il diritto all’istruzione fino ai 18 anni anche per i figli delle famiglie a basso reddito, che sono in aumento);

- mentre chiediamo la gratuità dei libri di testo per tutto l'obbligo scolastico;

- una politica di sostegno per i figli delle famiglie a reddito basso che contrasti radicalmente il principio classista e la sostanza mistificatoria del "buono scuola";

- mentre lottiamo, in ogni singolo istituto, per una effettiva democratizzazione degli Organi Collegiali;

- mentre insistiamo, insieme ai lavoratori della scuola, nel rifiutare categoricamente il principio della gerarchizzazione del corpo insegnante ed ausiliario; il principio dell’esternalizzazione;

- mentre chiediamo reale autonomia per gli studenti universitari, nella definizione dei propri percorsi formativi al di fuori di forme coercitive di organizzazione della didattica che prevedono blocchi annuali, riduzioni degli appelli, frequenza obbligatoria;

- mentre auspichiamo un percorso di riforma dello status giuridico dei docenti, che preveda la loro contrattualizzazione e la democratizzazione nei loro rapporti con gli studenti;

- mentre, ancora, ci battiamo nelle facoltà contro il numero chiuso, contrapponendo il libero accesso alle facoltà e  alle Scuole di Specializzazione;

altro non facciamo che chiedere il rispetto, semplice ma assoluto e perentorio, del diritto allo studio. Questa deve essere, soprattutto nella sua ricollocazione territoriale, l’azione di noi Giovani E Comunisti.