La cartina di tornasole del caso Agnesi - classe omogenea di studenti islamici
di Tiziano Tussi
Piano piano il progetto di
formare una classe omogenea di soli studenti islamici al magistrale
sperimentale Gaetana Agnesi di Milano, nel Liceo psicopedagocico annesso, ha
scoperchiato un problema profondo della società italiana, alle prese con una
immigrazione sempre più importante, che lascia numerosi nervi scoperti a
livello istituzionale.
Il problema degli immigrati n Italia è
trattato con approssimazione e sufficienza dal governo. Le risposte sono
in termini o repressivi o lassisti. In pratica, a Milano, come in altre città
italiane, vi sono scuole organizzate dalle comunità islamiche che in totale
indipendenza propongono una acculturazione ristretta e limitata - lingua araba
e cultura religiosa – sino ad una certa età. E’ l’età nella quale gli altri
studenti passano alle scuole superiori. Per i giovani che hanno frequentato
sino ad allora in modo protetto la loro
scuola si pone a quell’età il problema di continuare gli studi in altro modo,
nella scuola di stato, oppure terminare lì.
Nel primo caso entreranno nelle aule italiane in condizioni di totale
spaesamento culturale, non sapendo per esempio comprendere la lingua che colà
si parla. La seconda possibilità è ancora più deletera. Ed è a questo punto che
la comunità islamica si è rivolta all’istituzione per cercare una soluzione.
L’autorità, nella figura del direttore scolastico regionale, del Cisem,
organizzazione che lavora a stretto contatto con quelli che una volta erano
chiamati provveditorati, ed il preside della scuola Agnesi di Milano, hanno
pensato bene di provare ad inserire, incistandola, una classe omogenea nella
scuola pubblica, a loro dire, come ponte verso l’integrazione futura.
Gli insegnanti dell’Agnesi hanno accettato, non unanimemente, la proposta e
così è nato il tentativo. Logicamente, di fronte alle rimostranze di buona
parte della società civile, di partiti, associazioni varie, intellettuali, la
cosa è rientrata e sia il ministro Moratti, sia il direttore scolastico
regionale Dutto, hanno fatto riferimento alla Costituzione, lasciando così
scoperto il preside della scuola, Gaglio.
Tentativo rientrato quindi? parrebbe di sì ma i problemi scoperchiati rimangono
tutti in piedi. Elenchiamoli.
Come è possibile che esistano sul territorio italiano scuole che possono prosperare, senza
contatti alcuno con l’istituzione statale che dovrebbe per lo meno controllarne
il funzionamento? quella che avrebbe fatto riferimento all’Agnesi funziona da circa
14 anni, in totale indipendenza dalle norme dello stato dove la comunità che
organizza la scuola vive e lavora. Come è possibile che chi sapeva, la regione
Lombardia ad esempio, alla quale la
stessa scuola si è
rivolta, non abbia pensato a regolarizzare tale presenza? Non esiste perciò
alcun controllo sui programmi di studio, sulle materie insegnate? Non è certo
possibile che cittadini dello stato italiano o comunque persone che vivono
legalmente in Italia, possano prescindere dalle istituzioni e dai servizi dello
stesso, creando proprie e indipendenti surrogati istituzionali in qualche modo
funzionanti, pretendendo poi risoluzione a problemi che loro stessi hanno
contribuito a creare.
L’inserimento forzato di un’isola di cultura particolare, seppure in previsione
di un suo scioglimento successivo nella scuola pubblica, avrebbe aperto un
grave vulnus: la privatizzazione della cultura nello stato. Ecco perché solo
organizzazioni integraliste, cattoliche, hanno appoggiato tale richiesta. Alla
bisogna è venuto anche in soccorso un falso senso dell’altruismo verso i
bisognosi, che rimane come uno dei frutti marci della solidarietà post
sessantottina.
Il problema va affrontato alla radice, Cioè quando ragazzini, a qualsiasi
nazionalità appartengano, non frequentano la scuola pubblica già all’inizio
della prima classe del ciclo elementare. Non si può intervenire a danno fatto,
dopo che il problema è sorto chiedendosi ora
che ne sarà di questi ragazzi? La domanda da farsi è invece questa: fino ad ora dove sono stati e perché?
Insomma vivere in uno stato che non sia il nostro implica anche prendere atto
che esistono sul suo territorio istituzioni e culture diverse dalle nostre di
provenienza. O le si accettano oppure si cerca di istituire scuole private, in
ottemperanza con le leggi di quello stato. Una di queste due vie è da
perseguire. Pasticciare, in mezzo alle due, come soluzione della pappa del
cuore o della furbizia istituzionale è lesivo soprattutto per i giovani che non
si sono serviti di un servizio scolastico decente prima e corrono il rischio di
non potersene servire neppure dopo l’oltrepassamento della soglie dell’età
della fanciullezza.
Pubblicato
anche da Liberazione il 18 luglio