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da L’Asino Vola info@lasinovola.it www.lasinovola.it -  marzo 2005

L’attacco all’Università pubblica


E’ in discussione nelle aule parlamentari il Disegno di Legge delega sul riordino dello stato giuridico dei docenti universitari. Un vero e proprio attacco all’Università pubblica intesa come sede dell’alta formazione e della ricerca.
di Armando Petrini

Il Ministro Moratti torna alla carica contro l’Università pubblica: si sta svolgendo in questi giorni alla Camera la discussione sul Decreto Delega che ridefinisce lo stato giuridico dei docenti universitari. L’approdo alle aule parlamentari, in un primo momento programmato per dicembre, era stato prudentemente rinviato sotto la spinta delle forti manifestazioni di protesta organizzate in quasi tutte le università italiane negli ultimi mesi del 2004.

Ora il Ministro, forte di concessioni minime come lo sblocco delle assunzioni e i pochi soldi elargiti per tentare di garantire la sopravvivenza delle strutture universitarie, sembra determinato a chiedere la contropartita: accelerare l’approvazione del Decreto.

La portata e la gravità del progetto del Ministro non devono essere sottovalutati. Si tratta per un verso della massiccia e sistematica introduzione del precariato nel lavoro universitario, per un altro di una sanzione molto netta della subalternità della formazione e della ricerca pubblica alla logica dell’impresa e del mercato.

Per ciò che riguarda il primo aspetto, non soltanto il decreto stabilisce la precarizzazione del ruolo a tutt’oggi svolto dal ricercatore (sostituito, nell’ipotesi del ministro, da una nuova figura di contrattista a tempo determinato senza alcuna garanzia di proseguimento della carriera), ma determina anche una forma, seppure più morbida, di precarizzazione di coloro che sostituiranno gli attuali professori associati e ordinari. Questi ultimi infatti, una volta vinto il proprio concorso, dovrebbero superare un periodo regolato da un contratto a tempo, allo scadere del quale non necessariamente seguirebbe l’immissione in ruolo.

La subalternità alla logica del mercato risulta già ben chiara da questa impostazione, ma è poi accentuata da altri provvedimenti, come la possibilità per le imprese di finanziare direttamente cattedre di professori ordinari, oppure l’introduzione di una “parte variabile” nello stipendio dei docenti che aprirebbe a una diversificazione del trattamento economico da ateneo ad ateneo e introdurrebbe di fatto un nesso fra stipendio e “risultati conseguiti” nel campo della didattica e della ricerca, con quali margini di discrezionalità, e con quali pericoli di interferenza nella didattica e nella ricerca, si può ben intuire.

Più in generale siamo di fronte al tentativo di introdurre massicciamente nel mondo universitario il criterio della “produttività” (o meglio, più che di “introdurre”, di “rafforzare”, visto che nella stessa direzione marciava già vigorosamente la controriforma del “tre più due” voluta dal Ministro Berlinguer). Ed è ben chiaro come questo obiettivo non possa che facilitare il sistematico smantellamento dell’università intesa come sede della ricerca e dell’alta formazione (come è già ben evidente dai primi preoccupanti risultati dell’applicazione del “tre più due”); l’una e l’altra, ricerca e alta formazione, esistendo infatti precisamente per quel tanto che sono in grado di mantenersi a distanza dalla influenza diretta dei criteri di tipo produttivistico; non di quella indiretta, naturalmente, poiché nulla può davvero svincolarsi del tutto dall’aria dei tempi, che è in tutta evidenza oggi intrisa di una pesantissima ideologia “liberista”. Ma non si tratta certo semplicemente di miopia da parte del Ministro (anche se un po’ di miopia è pur qui presente: ma non è comunque questo il punto, o non quello per noi ora più urgente e stringente).

E’ molto evidente infatti il clima complessivo di disagio e di incertezza che l’applicazione del Decreto verrebbe a determinare nelle Università italiane. Difficilmente nelle condizioni descritte si potrebbe garantire una ricerca e una didattica di qualità. Più in generale, questa riorganizzazione in senso “manageriale” degli atenei, sotto la patina dell’ideologia della privatizzazione, sembrerebbe avere proprio l’obiettivo di dequalificare l’Università pubblica, a tutto vantaggio naturalmente dei pochi centri cosiddetti “d’eccellenza” privati e a tutto svantaggio dell’irrobustimento del tessuto culturale (e perciò anche sociale) complessivo.

Ma c’è forse dell’altro. Si profila infatti all’orizzonte qualcosa che, se possibile, acuisce ulteriormente la gravità del provvedimento. Ci riferiamo al valore, per così dire, “esemplare” che questo atto di forza del Ministro potrebbe assumere nei confronti di alcuni altri comparti nevralgici del settore pubblico. Colpire l’Università significa infatti colpire un luogo doppiamente simbolico. Per un verso l’Accademia viene vissuta nel senso comune -un senso comune alimentato ad arte dai mezzi di comunicazione di massa- come un luogo di inerzie e di privilegi. Per un altro è pur sempre riconosciuta come la sede deputata all’alta formazione e alla ricerca: il luogo cioè dove si sedimenta e si valorizza al suo massimo grado il sapere. Dunque, piegarlo alla logica del mercato (facilitati da quel senso comune di cui dicevamo), vale a mostrare all’opinione pubblica come persino l’università (la prestigiosa università), perché possa funzionare al meglio, debba piegarsi alla logica del mercato.

In questo senso, per chi si pone l’obiettivo di contrastare le intenzioni del Ministro, non sembrano darsi scorciatoie: non si tratta di limitarsi a emendare o correggere questo o quell’aspetto del Decreto, o di farne una questione di tipo banalmente corporativo (per esempio la lotta dei ricercatori contro la messa a esaurimento della loro figura).

O si riescono a mettere in discussione i presupposti di fondo che muovono il progetto della Moratti –quel piegarsi e piegare alla logica del mercato, con tutto ciò che essa comporta- e si riesce perciò anche a individuare e a respingere il filo rosso che unisce l’operato della Moratti a quello dei ministri precedenti, oppure il movimento attuale è destinato a perdere la propria battaglia, o a limitarsi ad aprire la strada a una futura riforma riformista che pur attenuando qua e là l’arroganza e la miopia del Decreto attuale, non sarà però in grado di scalfirne davvero il significato più profondo.


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scritti molesti sullo spettacolo e la cultura nel tempo dell’emergenza marzo 2005