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"Giovani e comunisti", numero 3 -
novembre 2005
L’Università oggi:
fra conflitto ed autogoverno studentesco
di Manuela Ausilio
Negli ultimi 15 anni abbiamo assistito ad un radicale e sistematico attacco al
diritto allo studio ed alla concezione dell’università tendenzialmente di massa
conquistata mediante le lotte del movimento studentesco e dei lavoratori negli
anni Sessanta e Settanta. Dalla Riforma Ruberti del ‘90 sino all’attuale ormai
legge Moratti, le classi dirigenti di questo paese hanno sostenuto un progetto
di mutamento dell’Università modulato su interessi privatistici gestiti
corporativamente. Con il crollo del blocco sovietico e la sconfitta della
sinistra di classe in Italia sino al suicidio del Pci, il capitale ha
intrapreso un gravissimo contrattacco alle conquiste ottenute dal movimento
operaio, prima fra tutte al concetto di università di massa, ovvero alla
possibilità conquistata dai figli dei lavoratori di poter accedere
all'istruzione ed alla formazione; tale processo, pur con tutti i suoi limiti,
aveva permesso di accrescere la loro coscienza di classe.
Concetto di fondo della “riforma Berlinguer”del centrosinistra era quello di
«autonomia finanziaria», principio secondo cui i finanziamenti per l’istruzione
e la ricerca non vengono più sostenuti dalla fiscalità generale, ma ciascun
ateneo deve provvedere da sé a richiedere i fondi alle imprese operanti sul
proprio territorio – che, in realtà, non vi contribuiscono se non nell’ordine
dello 0,1% – e principalmente al corpo studentesco con le tasse dirette,
sostanzialmente raddoppiate. Tale “trovata” del governo di centrosinistra aveva
lo scopo di condurre innanzi il processo di privatizzazione avviato da quelli
precedenti, mascherandolo con la richiesta reale del mondo dell'istruzione e
degli studenti di poter partecipare in modo più diretto al processo formativo
senza dover dipendere del tutto da direttive calate dall'alto della burocrazia
ministeriale. Tale giusta esigenza è stata strumentalizzata a tal punto dalle
forze neocorporative del centrosinistra da riprodurre un contesto neofeudale
dove le università risultano del tutto in balia del baronato locale e sempre
più costrette, per ottenere i finanziamenti, a dipendere dalle industrie
locali.
Non ultime, in tal senso, giungono le preoccupanti dichiarazioni del Forum di
discussione su università e ricerca inaugurato dai DS dove si ribadisce che
«ogni ateneo sceglierà come organizzarsi: l'esistenza e i mutui rapporti di
facoltà, dipartimenti, corsi di studio, centri di ricerca e di servizi e dei
relativi organi di gestione saranno interamente affidati agli statuti e ai
regolamenti autonomi»: tra le più evidentemente gravi conseguenze vi è
l'introduzione di finti concorsi locali che alimenta, oltre ogni limite, il
mercato dei concorsi ed il controllo accademico della carriera dei docenti sin
da dopo la laurea. Fra le proposte della Fondazione TreeLLLe – Fondazione
avente come scopo quello di svolgere «attività di lobby trasparente» –, della
quale fanno parte esponenti del centro-destra e del centro-“sinistra”, vi è
persino la nomina da parte del Rettore di un Consiglio di Ateneo che «avrebbe
inoltre la responsabilità diretta della selezione del personale docente,
ricercatore e tecnico-ricercatore».
Provvedimenti simili, già attuati nella scuola media e superiore, hanno
favorito l'accentramento di poteri nelle mani del «preside manager»,
scardinando il contro-potere democratico degli organi collegiali, cioè una
fondamentale conquista delle lotte degli anni precedenti. Punto d'arrivo è –
come dichiarato dal responsabile universitario Ds Tocci – la valutazione
meritocratica degli insegnanti per cui «all'interno della carriera unitaria,
uno status economico e giuridico particolare dovrebbe essere riservato a quei
professori (gli “ordinari”) che avranno raggiunto risultati di importanza e
notorietà internazionale». Ciò pone l’insegnamento del tutto in balia delle
lobby al potere, disgregando l’unità degli insegnanti mediante una separazione
e contrapposizione reciproca dei singoli docenti. Si schiudono, infine, le
porte alla chiamata nominale dei presidi manager che, senza rispettare le
graduatorie nazionali – per non «indebolire il ruolo del Ministero» non si
prevede la costituzione di un Organo di autogoverno nazionale eletto
direttamente da tutte le componenti dell'Università, al contrario
indispensabile alla difesa dell'autonomia dell'Università dai poteri forti
accademico-politici – potranno convocare chi vorranno tra gli abilitati ed,
addirittura, allontanare gli insegnanti “scomodi” che non si pieghino ai loro
dettami. Travestita da meritocrazia, la precarizzazione fa il suo ingresso fra
gli insegnanti di ruolo con la loro sottomissione reale agli strumenti di
controllo dell’esistente della classe dominante.
La radicale riduzione del numero e della qualità dei servizi ha prodotto un
ulteriore taglio dei posti di lavoro nella struttura pubblica, a sua volta
gradualmente appaltata ad imprese private: nel caso in cui una struttura
universitaria si presenti in deficit, la medesima è costretta a trasformarsi in
«Fondazione privata» e l’attuale governo sostiene ciò attivamente riducendo
drasticamente i fondi destinati al pubblico e cooptandoli a scopi anche
militari, volti al disperato tentativo di arginare la crisi di
sovrapproduzione. In tal modo crea le condizioni stesse per il collasso
finanziario delle maggiori Università. In realtà, quando il primo governo Prodi
(con ministro dell'istruzione Lombardi della Confindustria) offerse in dono al
padronato l'intera scuola e l'università pubblica quest'ultimo rifiutò: questa,
disse, deve rimanere statale, deve esser pagata dalla fiscalità generale,
ovvero dai lavoratori dipendenti, gli unici impossibilitati ad evadere il
fisco. Nel contempo, però, deve esser resa immediatamente funzionale alla
realizzazione del profitto privato, ad esempio con l'ingresso delle aziende nei
Consigli di facoltà e l'apertura di una serie di corsi di laurea volti a rispondere
all’istante alle esigenze di estrazione del plusvalore delle aziende del
territorio. Se, dunque, il padrone locale produce pneumatici, si creerà la
laurea in ingegneria pneumatica, etc. Tale cecità mentale ha fatto sì che in
Italia si esaurisse gradualmente lo spazio per la ricerca e che il settore
produttivo italiano, piuttosto che sfidare i paesi a capitalismo avanzato sulle
merci ad alta tecnologia, cercasse vanamente di concorrere con i paesi del
“Terzo mondo” in settori a bassa composizione organica, aggravando la crisi di
sovrapproduzione con attacchi al salario diretto ed indiretto.
Vediamo, dunque, come il modo di produzione capitalistico richieda il formarsi
di quel vero e proprio «esercito di riserva in forma stagnante» di cui parlava
Marx, la massa crescente di lavoratori precari senza precedenti per quantità
(oltre 50.000 precari) e per durata media (10-15 anni), ovvero lavoratori
salariati ad alto tasso di sfruttamento, spesso costretti a vivere con uno
stipendio insufficiente. Gli studenti meno abbienti vengono così privati di un
accesso effettivo all’Università e di poter usufruire del diritto allo studio
in tutte le sue sfaccettature, dalle borse di studio ai posti nelle Case dello
Studente, dal trasporto ai servizi mensa.
Essendo la formazione culturale e la ricerca un bene collettivo, abbiamo
lottato e continueremo a lottare affinché si giunga ad un’università pubblica,
sostenuta dalla fiscalità generale e tendenzialmente gratuita, laica e di
massa: tutti i giovani dovranno potervi accedere. Gli enti, i quali devono
garantire l’effettivo esercizio del diritto allo studio, dovranno svincolarsi
da ogni logica privatistica, contraria agli interessi della collettività. Dovrà
interrompersi l’attuale tendenza alla trasformazione dei contratti nazionali a
tempo indeterminato in contratti a tempo determinato, ovvero la precarizzazione
della stragrande maggioranza di docenti e ricercatori ed il rafforzamento del
potere di ricatto di presidi e “baroni”. Tale logica, contrariamente a quanto si
millantava quale obiettivo precipuo da raggiungere, disincentiva i possessori
di lauree “brevi” a proseguire gli studi, affievolendo progressivamente il
valore legale dei titoli di studio stessi e riducendo ulteriormente le
prospettive di sviluppo della ricerca universitaria; costringendo, infine,
l’attività studentesca ad una dequalificazione sul merito – ovvero ad un sapere
non libero, poiché conoscere è libertà di pensiero – e ad un’intensificarsi
quantitativo nel metodo: la «scuola-università-fabbrica» viene delineandosi
grottescamente.
Gli studenti devono avere la possibilità di usufruire di spazi e tempi adeguati
per la loro formazione culturale e per le loro attività di vita e
socializzazione collettiva quotidiana.
«Il nostro tempo è qui e comincia adesso» era la frase dello striscione
d’apertura del corteo del 25 ottobre: «Il nostro tempo è qui e continua adesso»
è la frase conclusiva del documento nazionale studentesco nato dall’Assemblea
di domenica 6 novembre.