www.resistenze.org - proletari resistenti - scuola - 15-04-07
Le risorse in denaro non sono tutto
di Tiziano Tussi
Contratto della scuola. Siamo ancora nella situazione in cui si dibatte la scuola da decenni: l’agonia. Pare che la questione centrale sia stata quella di trovare i soldi per il contratto. Ci sono, li hanno promessi – del resto lo avevano già fatto alla fine dello scorso anno –, presto saranno disponibili. Tutto sembrerebbe andare verso il meglio. Come se l’uscita dal tunnel dell’inutilità scolastica si possa risolvere con qualche miliardo di euro. Certo gli stipendi degli insegnanti, ma anche dei bidelli, i non docenti, come si precisa in modo assolutamente curioso, sono bassi. Tra i più bassi dell’Europa. Certo uno stipendio più alto farebbe alzare il livello di decenza alla categoria. Ma non possiamo pensare di raggiungere, rincorrendole inutilmente, altre categorie.
E’ di questi giorni l’elenco dei manager più pagati in Italia. Cifre astronomiche, a volte corrisposte solo per avere rovinato un’azienda. Non sfuggono a nessuno i grandi problemi delle ferrovie, dell’Alitalia, solo per fare due esempi. Di converso vi è l’infima posizione dei salariati dipendenti in Italia, sul fondo della classifica europea. Ma la scuola, centro nevralgico del paese, di ogni paese, ha bisogno di molto di più e di molto meno, se vogliamo solo riferirci alle risorse in denaro. Molto di più se pensiamo ai grandi problemi didattici e culturali che oramai scuotono l‘edificio.
Ultimamente pare che nelle aule scolastiche non si faccia niente altro che minispot a diverso titolo: erotico, goliardico, avanspettacolo. Fare lezione, produrre cultura non interessa alle discussioni attorno alla scuola. Le preoccupazioni sono tutte indirizzate a reprimere comportamenti devianti derivati dall’uso di droghe leggere, alcool e tabacco. Ultimamente il nemico del ben vivere scolastico è diventato il cellulare, uno status symbol per tutta la nazione, ma, e non si capisce perchè, non deve entrare a scuola. E ogni italiano è portato a discutere se sia lecito, oppure non lo sia l’uso del cellulare durante le lezioni, quando basterebbe a decidere la questione, la semplice logica. ma la logica è merce rara di questi tempi. Ad esempio la commissione che deve redigere l’ennesimo abito, perfetto e preciso, sulla scuola pubblica, per i livelli pre universitari, sino alle medie inferiori, è guidata, ancora una volta, dall’ennesimo docente universitario. Ora possiamo aspettarci che un professore delle superiori individui come fare uscire l’università da questo orrendo tre più due in cui si è infilata? Evidentemente no! Ed il perchè è nella logica delle cose.
Insomma ancora una volta, dopo una partenza che pareva ben promettere, la riforma dell’esame della maturità, la navicella dell’informazione italiana è stata messa a bordeggiare in un mare mosso solo da una leziosa bonaccia. Organizzare una controriforma della scuola dovrebbe essere il tarlo centrale del ministro che non ha bisogno, per iniziare un circolo virtuoso, di guardare molto lontano. Basterebbe porre attenzione all’interno delle aule, tra gli insegnanti e gli studenti che cercano ancora, in mezzo a questo impazzamento mediatico fai da te dei cellulari-camere da presa, in mezzo alla ritualità che sommerge l’istituzione, in mezzo alla burocrazia, i ritardi normativi e finanziari, di portare avanti la ricerca di cultura moderna. E si capisce sempre meno perché molti di loro si diano ancora da fare. E si capisce sempre meno perché molti operatori scolastici, presidi e lavoratori non docenti, abbiano a cuore un momento di pace e di riflessione in mezzo ad un mondo che corre veloce verso il vuoto.
Chiedere a loro, ai singoli, alle associazioni, ai gruppi informali, cosa si dovrebbe fare a scuola per renderla vitale, rimettendo in azione energie e comportamenti schivi della ribalta mediatica, ma essenziali. Poi, naturalmente, un po’ di soldi non fanno male. Ed anche il ministro lo sa benissimo. Ma dobbiamo ragionare nell’ottica degli investimenti pesanti. In fondo la leva scolastica potrebbe essere la grande differenza del nuovo governo Prodi, rispetto al precedente. Basterebbe capirlo.