10/12/2012
Gli insegnanti si sono ribellati all'ulteriore, drastico, taglio ai fondi per l'istruzione, questa volta ad opera del governo Monti. Nella sua idea originaria il governo avrebbe voluto aumentare (a pari salario) l'orario-cattedra di medie e superiori da 18 a 24 ore, creando un esubero ogni quattro insegnanti. In termini complessivi una bella botta (oltre 100.000 lavoratori) che avrebbe ulteriormente impedito ogni sbocco lavorativo a precari e giovani insegnanti.
Per la sua entità tale taglio non è stato una goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza e della rassegnazione di quanto, da molti anni, questi lavoratori hanno subito: la ridefinizione delle cattedre (p. es. elettronica-elettrotecnica può essere spalmata fino a 9 insegnamenti!), la riforma Gelmini con il taglio delle ore di lezione (specie degli insegnamenti con laboratori curricolari, come nei tecnici) rimpiazzate solo da insegnamenti complementari pomeridiani a pagamento, il taglio dei posti a sostegno, il taglio, anche qui con ridefinizione dei moduli, alle elementari, già di qualche anno, l'aumento degli alunni per classe che per le classi iniziali può arrivare a 33, il taglio del personale ATA.
E' stato un attacco frontale che ha provocato una reazione di difesa e di orgoglio in quanti, e sono ormai la gran parte degli insegnanti, impiegano altrettanto tempo di lavoro dentro le mura domestiche tra preparazione delle lezioni, approntamento di test di apprendimento, correzione compiti, riordino di registri elettronici (e di idee); un lavoro accresciutosi nel tempo con l'aumento delle classi (ad esempio per alcuni insegnamenti servono 9 classi, e perfino 18 classi per fare cattedra) e l'aumento delle prestazioni richieste dai presidi-manager per accogliere i "desiderata" di un'utenza aizzata a scaricare sulla categoria i sempre più frequenti fallimenti scolastici degli allievi provocati nella più parte dei casi dalle carenze dello stesso sistema scolastico riformato, alla faccia della pretesa razionalizzazione spacciata per efficienza!
Questa reazione, grazie anche ad un atteggiamento nuovo ed intelligente, è riuscita con facilità ad avere dalla sua parte gli studenti. Malgrado il perdurare di una pesante ideologia sulle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, dell'Europa e dell'Euro, veicolata in modo massiccio dalla stessa istituzione scolastica, il mondo giovanile, finalmente, anche in Italia, comincia a percepire il colossale distacco di questa ideologia con l'opprimente realtà quotidiana, quindi il colossale peso scaricato sui giovani - oltre che sugli adulti - dalla crisi generale del capitale in termini di lavoro precario e nero, di salari d'ingresso sempre più di tipo "cinese", di mancanza di prospettive per lavori qualificati e soddisfacenti, di servizi sempre più scadenti, sempre più a pagamento, sempre più cari. In una parola un futuro negato. A ciò si aggiunga la condizione individuale sempre più diffusa del giovane della famiglia impoverita, disagiata, disgregata, priva di sostegni sociali, costretto a lavorare per integrare il reddito famigliare, che, pur con fatica, comincia a farsi strada come dato dell'immaginario giovanile, tanto più quanto in questo immaginario irrompe il dato nuovo della mobilitazione, delle occupazioni, delle manifestazioni, delle lotte.
I giovani che si sono mobilitati o che si stanno mobilitando non hanno faticato a sperimentare la repressione poliziesca abbattutasi fin su ragazzini di 13 anni barbaramente picchiati come a Roma, dove si torna ad aggredire i cortei anche sparando lacrimogeni dagli edifici pubblici. Nel contesto indicato non dubitiamo che questo movimento non sarà un fuoco di paglia. Questa società non ha davvero nulla da offrire, se non oppressione, se non il triste spettacolo di un ceto politico corrotto privo di spessore politico e morale, in questo momento occupato a scannarsi per la ripartizione di poltrone e prebende.
Il governo Monti lo ha saputo come noi ed è corso ai ripari ritirando la proposta delle 24 ore due giorni prima dello sciopero generale del 24 novembre, nella speranza di smorzare il movimento, anche con l'aiuto dei sindacati (tranne la Cgil) che hanno prontamente disdetto lo sciopero. In cambio ha proposto il taglio di una parte dei fondi d'Istituto con cui vengono remunerate le attività aggiuntive delle scuole dopo l'introduzione, ancora nel 1997, dell'autonomia scolastica. Fondi che perciò costituiscono una quota di salario, seppur non automatica, perché tali attività non sono obbligatorie. Perciò la mobilitazione nelle scuole continua.
Questa, in sintesi, la cronaca "sindacale". I dati politici, almeno sul fronte dei lavoratori dell'istruzione, non sono così promettenti. Lo sarebbero di più se si cominciasse a finalmente a percepire la scuola per quello che è: un'istituzione nella sostanza falsamente democratica (anche nella forma lo è sempre meno, la proposta di legge Aprea, che proprio in questo periodo è all'esame delle commissioni parlamentari, vuole amplificare il potere ai presidi, trasformare le scuole in fondazioni, ridurre le competenze degli organi collegiali) e realmente reazionaria, tesa ad inculcare nelle menti delle giovani generazioni tutto il marcio della società borghese in decomposizione.
E' già stato scritto del revisionismo nei libri di storia e della distruzione dell'insegnamento filosofico. Si potrebbe continuare con l'insegnamento dell'economia, ove ogni critica ai dogmi liberisti della serie "la globalizzazione crea ricchezza", "il pubblico è meno efficiente del privato", "la presenza di sindacati e di alti salari comporta la disoccupazione", … è espulsa; per finire nelle scienze naturali e nella matematica, il cui insegnamento è sempre più striminzito, scevro di approfondimenti, avulso dal contesto storico e metodologico così necessario alla loro assimilazione critica, ridotto ad una didattica banalizzata in cui il discente deve conoscere delle nozioni, saperle applicare nella soluzione di quiz, introitare ogni rinuncia all'approfondimento come metodo generale da seguire negli studi futuri e nella vita. Così da riprendere una selezione, non solo di classe, ma persino darwiniana, in cui solo pochi eletti da madre natura potranno farsi strada nelle scienze, nelle professioni, nella vita.
Questa scuola, della quale le giovani generazioni devono arrivare alla RADICALE CONTESTAZIONE, è quella, appunto, dell'autonomia scolastica. Quando questa fu istituita fu percepita come un'apertura delle porte ai privati, tramite le donazioni, le sponsorizzazioni, le convenzioni, gli stages, ecc. Una preoccupazione certamente fondata, ma che non si rivelò reale, almeno in quella forma diretta. Di fatto ben pochi privati hanno buttato soldi nella scuola e fatto direttamente dei danni, interferendo nella didattica, veicolando propri programmi di insegnamento, prestando propri formatori ed addestratori.
No. L'interesse borghese verso la scuola è passato attraverso il suo mantenimento nell'ambito statale, attraverso i dettami dei ministri che si sono succeduti con la II repubblica, proni a rappresentarne interessi generali e desiderata particolari: così le scuole, senza diventare private, sono state plasmate nel loro funzionamento dalle tecniche e dagli indici dell'azienda: tanti promossi sul totale, tanta soddisfazione delle famiglie, tanti progetti sul nulla. L'idea portante di tutte le riforme succedutesi all'autonomia, è che l'allievo "stia bene" a scuola, vada avanti senza fatica e senza senso di responsabilità, non importa se la sua testa rimane vuota di contenuti; e se i giudizi ponderati sono sostituiti da pregiudizi e banalità, tanto meglio: le teste che non pensano perché qualcuno ha pensato per loro sono facilmente manipolabili.
L'autonomia formale didattica e organizzativa è stata veicolata verso l'interesse di classe borghese circa l'educazione dei giovani per mezzo delle potenti leve ideologiche europee attraverso la mediazione di una pletora di "esperti" in pedagogia prestatisi all'opera. In tale didattica di regime la cosiddetta sfida ai nuovi saperi ed alla "complessità" dell'esistente è stata affrontata con la rinuncia ai "vecchi" saperi consolidati e strutturati, con un colossale fraintendimento per cui la ripetizione di una dimostrazione o di un procedimento logico è "chiusura nel vecchio", mentre la capacità di compilare un tema con un mezzo multimediale, con tante immagini e musica rock, ma privo di idee, è "apertura al nuovo".
E gli insegnanti? Si sono prestati alla grande, veicolando per anni secondo un ben preciso e reazionario asse pedagogico (le vacche erano più grasse di adesso, quindi poteva passare facilmente) il più gretto individualismo secondo lo slogan "ciascuno deve essere imprenditore di se stesso", riprendendo l'idea generale delle telenovele televisive, dove tutti sono imprenditori di successo e dove il lavoro e l'oppressione sono accuratamente nascoste. Purtroppo, proprio la banalità di questa visione pedagogica, in un momento di crisi sociale e ideale, è stata la garanzia del suo pieno successo. Di fatto, gli stessi insegnanti che ora giustamente protestano e giustamente parlano della loro condizione agli studenti, hanno opposto alla scuola dell'autonomia ed all'avanzante didattica di regime veicolata da pedagogisti esperti del nulla, una resistenza molto bassa. Lo stesso passaggio di una quota di salario dall'automatismo della busta paga all'adesione ad attività per il funzionamento di questa baracca è stato un grave arretramento, passato anch'esso senza grandi resistenze.
Se ci si pensa, un vero sapere è un sapere critico, dove il bagaglio logico e culturale la cui introitazione costa fatica, serve affinché il soggetto possa esprimere una sua indipendenza di giudizio. Nell'epoca del pensiero unico il sapere critico è roba da pericolosi sovversivi perché può condurre all'idea della "necessità della trasformazione del reale". Che la scuola potesse mantenere un'impostazione coerente con il periodo in cui la classe dominante non aveva un puro obiettivo di sopravvivere a se stessa, ma svolgeva ancora funzioni progressive, non poteva che essere un'utopia. Ora che le condizioni materiali di vita ripropongono come necessità anche individuale la soluzione del conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione, al giovane oppresso sta il compito di spazzare questa merce avariata spacciata per modernità che è l'attuale istruzione. Non è cosa da poco, perché la critica dell'ideologia dominante è un esercizio più difficile di ogni tema di italiano, di ogni compito di matematica, di ogni versione di greco. Ed è questo l'aiuto di cui i giovani hanno bisogno.