www.resistenze.org - proletari resistenti - scuola - 17-12-12 - n. 434

Non è lo strumento che determina la profondità dello studio ma il suo uso in vista di un fine
 
Tiziano Tussi
 
14/12/2012
 
Tentiamo di dire una parola chiara sulla scuola, meglio sulla relazione che a scuola si crea tra insegnante e discente. L'occasione viene questa volta da una articolo di un grande quotidiano, il Sole 24 ore, nel suo numero di domenica 9 dicembre, dal supplemento culturale. Si sono messi in due per scrivere una bella serie di banalità corredata da parole e paroloni per cercare di dargli sostanza: Enrica Bricchetto e Sergio Luzzatto. Tutti e due insegnano all'università e perciò sono in condizione di potere discettare su come si fa scuola nelle classi non universitarie di cui sanno in fondo poco o nulla. Vediamo il loro articolo-recensione di tre titoli che trattano argomenti scolastici, tra i quali uno a cui ha partecipato anche la Bricchetto - ma si fa cosi? si recensisce se stessi?
 
Dopo l'apertura in cui si dice che la scuola deve cambiare e non rimpiangere "il bel tempo andato", evidentemente mai esistito, si dice che "i docenti del terzo millennio devono smettere di insegnare così come è stato a loro insegnato in un qualche momento del Novecento". Innanzitutto sarebbe il caso che tanto precisi docenti universitari la smettessero di giocare con le definizioni da scoop giornalistico - il terzo millennio, ad esempio. Siamo solo al 2012 ed il millennio è tanto lungo e nessuno insegnante vive tutto quel tempo. Ma la cosa più strana è l'affermazione che agli insegnanti, in qualche modo, è stato insegnato ad insegnare. E quando? Nel percorso per avere il ruolo, anche all'università, vi sono periodi di apprendimento della didattica? Certo i due faranno riferimento a quanto è stato fatto nelle SSIS, scuole di specializzazione all'insegnamento secondario, che hanno funzionato per qualche anno e che dovevano accompagnare i laureati, che lo volevano, verso la cattedra. Ora chiuse. Ma là vi sera una specie di scimmiottamento di apprendimento pedagogico-didattico, cosa nota a tutti coloro che hanno avuto a che fare con quella struttura. E comunque a chi è entrato in ruolo con un concorso, così come quello che si sta svolgendo attualmente nessuna capacità di insegnamento è richiesta. La didattica corretta non scaturisce logicamente dalle prove del concorso ordinario e neppure dopo. A meno che non si consideri l'anno di prova come un apprendimento, dato che il nuovo insegnante va in classe e comincia a fare lezione, da subito. Alla fine dell'anno avrà un giudizio di gradimento da parte di un tutor, insegante già rodato, rodatosi da solo in altri momenti, che scrive sempre che tutto è andato bene. Anche perché lo stesso tutor ha comunque il suo lavoro da fare e non si può certo pensare ad una coabitazione di più persone in una classe. Dove li mettiamo i tagli del buon Monti?
 
L'insistenza sul percorso di formazione, abbiamo visto inesistente, viene ripetuta più volte. L'ignoranza non sarà più ammessa, tuonano i due. E si cita la storia, che Luzzatto insegna a Torino, all'università. La sua epistemologia deve essere nella padronanza della materia dell'insegnate. E si aggiunge che anche la cultura contemporanea è importante. Già ma allora che cosa è la storia ? Solo la storia contemporanea, oppure, sempre più esagerando, dato che subito dopo si parla di rete e di "starci dentro" - manca uno "zio dammi un cinque" -, viene da pensare ce ci si riferisca all'oggi. Ma la storia è proprio la storia di stamattina e di oggi pomeriggio, di ora che sto scrivendo questa analisi critica? Cosa vorrà dire poi?
 
Occorre che gli insegnanti "rispettino i costumi" degli studenti. Quindi tutti con le mutande in bella vista, tatuaggi e piercing? Naturalmente la soluzione è che sappiano usare la rete. Parola magica che dice tutto e niente. La rete è in pratica un archivio estesissimo, perciò anche uno strumento di lavoro. Non è certo dimostrando che si riesce a scrivere un sms in tempi ultra veloci, oppure che si sappia messaggiare come le scimmie - tvtb ,nn, cmq ecc. - che noi riusciremo a rapportarci ai nostri studenti e neppure basta la pagina su facebook oppure, ultimo grido, twitter. In questo campo, dicono i due, gli studenti hanno qualcosa da insegnare al docente. E l'allievo deve essere capito nella sua "identità reale, sia in quella virtuale". Ed i nuovi insegnanti sono avvantaggiati sui vecchi perché "sono cresciuti nello stesso brodo di cultura" dei loro studenti.
 
Un lungo articolo-recensione per dire che occorre sapere usare internet. Di quello di cui la scuola avrebbe bisogno, nulla. Forse i due pensano a una scuola di città e di centro città, con collegamenti vari e tanti computer. Poco ci dicono di quello che può accadere in istituti di piccole città, di provincia, che cadono a pezzi e nelle quali si passa il tempo vivacchiando, pure in assenza di una biblioteca della scuola e di palestre.
 
Forse poco sanno dei limiti strutturali ed economici degli insegnanti, non importa a quale millennio appartengano. Forse poco sanno della fatica che si affronta nelle aule per cercare di operare eticamente per una massa di giovani sempre più imbarbarita dalla cultura media e popolare, dai nuovi strumenti telematici, dalla moda, dal calcio, dalla droga e dal bullismo. Certo all'università arrivano già scremati, giovani almeno un poco motivati, ed allora i due possono blaterare su cosa si debba fare nei livelli precedenti. Se fosse possibile risolvere tutto con il libero accesso alla rete, sarebbe troppo semplice, banale.
 
Fa ridere pensare a Socrate, vecchio, che si mette a fare il sofista perché i sofisti allora impazzavano ad Atene e dintorni. Chissà perché Platone non ha abbracciato il sapere del quarto millennio, avanti Cristo, che andava tanto di moda. E noi oggi dopo duemila anni studiamo ancora Socrate, Platone ed anche i sofisti per dire che questi ultimi hanno avuto un ruolo non certo esaltante nella Grecia di quel periodo. E ci rifacciamo sempre a questi due filosofi, con l'aggiunta di Aristotele, per indicare le grande filosofia antica. Mentre noi dovremmo ora, in campo storico, rifarci alle piacevolezze di Wikipedia, utilissimo strumento, ma pieno di errori. E chi li scopre gli errori? un altro sito? Insomma una semiotica infinita. Segni che rimandano ad altri segni. Ma i segni che rimangono in piedi sono solo quelli che il potere politico opera sulla scuola. Tagli e limitazioni, nullità e retorica. C'è bisogno di studiare e non importa se lo si fa con il video, con un libro o ascoltando una lezione. Non è lo strumento che determina la profondità dello studio è il suo uso in vista di un fine. È una sensibilità politica. Ma queste ed altre tematiche - tipo soldi per la scuola, migliore disposizione del monte orario, ben diviso tra ore di lezione in cattedra e tempo per la formazione, decenza strutturale delle sedi scolastiche, libertà assoluta di insegnamento e di uso dei materiali didattici - non sono neppure sfiorate dai due.
 
La scuola è specchio della società. Per cambiare la scuola occorrerebbe cambiare la società in meglio. Ma anche questo panorama sociologico e politico resta fuori dal'orizzonte problematico degli estensori delle banalità in oggetto. E domani comunque è un altro giorno di scuola. Al lavoro.
 
"La coincidenza del variare dell'ambiente e dell'attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria."
"La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nell'attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica."
Karl Marx. Tesi su Feuerbach, (La prima citazione è dalla III tesi, la seconda è l'VIII, integrale)
 
 

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