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- proletari resistenti - scuola - 26-03-13 - n. 446
Come contestare il pianeta scuola - una questione aperta
Renato Ceccarello
25/03/2013
Il compagno Tiziano Tussi [vedi articolo] ha rotto un tabù della sinistra sulla scuola, recuperando il giusto significato ed il valore della valutazione, contro certo modernismo che giustamente si comincia a definire reazionario, citando argomenti solidi ed anche nomi e cognomi. E lo ha fatto, sapendo di muoversi in un campo minato, con una prudenza che faccio mia, ad esempio sorvolando sulla spinosa questione delle prove INVALSI (Istituto Nazionale di Valutazione del sistema scolastico).
Forse perché come insegnante sono dalla sua stessa parte della cattedra lo condivido interamente, parola per parola. Egli si rifà ad argomenti solidi, difficilmente controvertibili ed attaccabili.
Sono passati 45 anni dal 1968 ed i tempi della "lettera ad una professoressa" sono lontani. Non voglio difendere quella vecchia insegnante. Essa, intervistata a suo tempo dalla RAI, disse giustamente che la matematica è "difficile" e che la sua assimilazione comporta fatica ed impegno. Ma allora, per tanti altri versi, aveva torto. I figli dei proletari e dei contadini poveri, svantaggiati per il livello culturale di partenza, dovevano sudare sette camicie per competere con i figli di classi e ceti abbienti. Quasi sempre erano "confinati" negli istituti tecnici e professionali il cui livello, confrontato con la scuola di oggi, era tuttavia tutt'altro che da buttare. Qualcuno riusciva anche a farcerla, ma insomma, in fin fine, la selezione di classe passava anche con la sanzione del voto. La democratizzazione del sistema scolastico, la trasparenza del voto, l'abolizione delle barriere d'accesso all'università, si posero allora come sacrosante rivendicazioni.
Oggi la situazione appare completamente diversa, non solo e non tanto perché si è eclissato questa pretesa superiorità culturale della borghesia, che Marx, precursore dei tempi, qualificava "sottoproletariato al potere". Come dice Tussi i borghesi che hanno delle aspirazioni per i propri figli oggi optano per istituti e collegi esclusivi, alcuni dei quali pure cofinanziati dai contribuenti. Piuttosto perché esiste un disegno, da 15-20 anni a questa parte, forse dal dissolvimento dell'Unione Sovietica (ciò potrebbe non essere casuale), sicuramente dall'avvento dell'autonomia scolastica, di dequalificazione della scuola pubblica, a partire dai suoi segmenti meno "nobili", funzionale al mantenimento degli attuali rapporti sociali e di potere tra le classi.
Nel senso che privando le masse di un fondamentale strumento di acculturazione si conseguiva pure l'obiettivo di privare il proletariato di una base scolastica pur necessaria, in un momento di difficoltà e crisi del movimento operaio, per l'acquisizione di capacità critiche dell'ideologia dominante. Non, per carità, che ci si debba aspettare dalla scuola pubblica la critica al capitalismo ed ai rapporti sociali esistenti. Ciò sarebbe un non senso. Ma perché dall'acculturazione delle masse i comunisti traggono giovamento. La dialettica materialistica, l'economia politica, il socialismo scientifico e anche la nostra storia sono "difficili", così come e forse più della matematica, delle scienze, della filosofia, delle versioni di greco e latino. Così come, una volta imparati, è difficile usare questi strumenti con il ben scrivere ed il ben argomentare.
E noi oggi abbiamo un terribile bisogno di giovani mentalmente aperti, con voglia di conoscere ed apprendere, con capacità di leggere e scrivere, di controbattere e polemizzare, anche, se servisse (e serve), contro il mondo accademico.
Questo processo di decadimento non è simile alla radioattività o al II principio della termodinamica, nel senso che non si spiega affatto con l' "ingovernabilità" di un "moloch" burocratico come è la pubblica istruzione.
No. Esistono luoghi di decisione e nomi e cognomi di chi ha programmato lo sfascio. Nè di questo sfascio ci accorgiamo oggi. Già nel 2000 usciva un opuscolo del fu Massimo Bontempelli dal significativo titolo "l'agonia della scuola italiana". Fu diffuso nelle scuole ma non divenne popolare, forse perché metteva alla berlina "nuove certezze" che il ministero stava faticosamente cercando di inculcare facendo leva sugli allora giovani insegnanti: tra queste la ridefinizione della valutazione con l'ossessione della "misurabilità" attraverso l'uso dei test, specialmente a risposta chiusa, che apparentemente sembravano essere una risposta alle esigenze di trasparenza delle valutazioni. Ma anche l'autoreferenziale "riforma" dell'esame di stato, dove la terza prova, ad opera dei membri interni delle commissioni, verifica l'apprendimento di quattro discipline sulla base delle risposte a dei quiz a risposta chiusa o aperta su non più di 10 righe! Bontempelli mise in ridicolo questa "misurabilità" per cui, a mò di esempio, uno studente che in un test a crocette indovina i nomi dei quadrunviri della marcia su Roma "sa" la storia di più di uno che sa argomentare il dissidio del 1914 tra Mussolini e Serrati; oppure uno che sa calcolare la banale derivata di un polinomio "sa" la matematica almeno come uno che sa risolvere un limite a partire dalla sua definizione.
Preferisco non fare nomi, ad eccezione dell'Unversità "la Sorbona" di Parigi e dell'imperversante Edgard Morin, il pedagogista delle teste "ben fatte" (anche se riempite del nulla) piuttosto che "piene", a suo tempo espulso dal PCF. Ma tutti sanno della pletora di pedagogisti chiamati a riempire le commissioni di "esperti" di Viale Trastevere, divisi sulle interpretazioni del "vietato vietare" di un John Dewey, ma uniti nella critica feroce alla "brutalità" della cultura del rigore di un Makarenko.
No, quanto è avvenuto nel periodo dell'autonomia delle scuole non è stato un processo spontaneo ma indirizzato da un pesante didatticismo teso a sostituire solidi contenuti di insegnamento con una progressiva superficialità aperta al "moderno", sempre più intrisa di nozionismo a 360 gradi, ma di facile "misurabilità".
Le proposte di abolizione della valutazione non possono perciò cogliere di sorpresa. Esse sono il risultato di una progressiva dequalificazione della scuola e dell'insegnamento, anteriore alla politica dei tagli e delle ultime riforme, ma tali da averne ben concimato il terreno. Così che i malcapitati insegnanti che si son trovati a gestire sei o otto classi piuttosto che tre o quattro, sulla stessa o su una pluralità di discipline, non hanno faticato troppo a trovare una personale via d'uscita: i test e gli appunti di qualche collega, o qualche libro in "nuova edizione", con tanti filmati, esercizi in inglese, quiz di "autoverifica e/o riepilogo", "internet", ecc. ecc.
Il risultato di tutto questo è una massa di diplomati sempre più omogenea ed omologata alle nuove "agenzie formative" organiche al capitale: giochi elettronici, televisione, telefonini, internet, Wikipedia, ecc, ed anche sempre più apatica ed incapace non dico di comprendere i rapporti sociali in cui è inserita, ma persino di reagire alle mazzate a cui viene sottoposta: dalla disoccupazione di massa alla sottoccupazione precaria. Una massa da cui solo pochi eletti da un processo darwiniano di madre natura saranno in grado di staccarsi e di competere (inserendosi organicamente) con i rampolli dei collegi esclusivi.
Ebbene. Su codesto sito leggono e pubblicano anche giovani compagni, alcuni dei quali si pongono il nobile e difficilissimo compito di ricostituire la gioventù comunista. In classe sono "dall'altra parte" della cattedra. Ma qui è bene che ci si confronti, anche con franchezza, per non ripercorrere vecchi errori ed illusioni. Tempo fa ho scritto che questa scuola deve essere radicalmente contestata. Ora, dopo lo stimolo di Tussi, è bene uscire dal vago e dare delle linee e degli obiettivi di questa contestazione. Non mi sembra il caso di salire in cattedra, e nemmeno voglio passare per un retrogrado nostalgico. Ma certa scuola e certo rigore, pur in un contesto conservatore quando non reazionario (ma l'anticlericalismo del risorgimento, almeno quello, va riconosciuto) hanno prodotto intellettuali come, per rimanere in Italia, Labriola, Gramsci, Geymonat. Il nulla di oggi cosa può produrre?
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