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Libia ieri e oggi: uno sguardo d'insieme sull'opera della Nato

Mahdi Darius Nazemroaya | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

22/11/2014

(prima parte)

(seconda parte)

Una panoramica sulla geopolitica africana della guerra in Libia

Le operazioni della Nato contro la Jamahiriya araba in Libia hanno contribuito a erodere l'unità politica del Paese nordafricano, con evidenti conseguenze sulla sua unità territoriale e quella di tutte le nazioni ad esso confinanti. La Libia e la sua regione sono state destabilizzate. L'effetto domino si può chiaramente vedere all'opera in Niger, Mali e nella Repubblica Centrafricana, dove si combatte a causa, almeno in parte, della guerra della Nato in Libia.

Rispetto al contesto strettamente africano, la Libia occupa una posizione geografica importante. Il paese è una porta geografica per l'accesso in Africa e collega i settori nord-orientale e nord-occidentale del continente. Il territorio nazionale libico si estende tra le regioni del Sahara e del Sahel e gli eventi in Libia influenzano direttamente il Sudan, l'Egitto e le regioni del Maghreb, dell'Africa occidentale e centrale. La Libia è inoltre una via d'accesso al mare per quegli stati senza sbocchi, come Ciad e Niger. A parte la Tunisia, tutti i paesi ai confini della Libia toccano e collegano la maggior parte delle regioni dell'Africa, con l'eccezione di quella meridionale. Se escludiamo la Repubblica tunisina, questi stati africani confinanti sono Egitto, Sudan, Ciad, Niger e Algeria. La posizione della Libia è in questo senso davvero speciale, come molto importante è il suo abbraccio territoriale con questi altri grandi stati africani confinanti con molteplici paesi e regioni e diverrebbe di fondamentale importanza lo sviluppo integrale del progetto libico che intende collegare il continente da nord a sud e da est a ovest, attraverso un corridoio commerciale e per il trasporto.

Da un punto di vista socio-culturale, la Libia ha legami tribali e culturali con tutti i paesi confinanti. In Libia esistono anche differenze etniche, ma di minore rilievo. I libici prevalentemente si considerano arabi. La minoranza libica più grande è costituita dai berberi, che possiamo grosso modo suddividere nei gruppi settentrionali e meridionali. C'è sempre stata la consapevolezza che il tribalismo, se accompagnato da connotati politici antagonisti, sarebbe potuta essere una cosa molto pericolosa per la Libia ed i paesi confinanti. Le tribù di appartenenza libica travalicano i confini formando una catena di reti tribali sovrapposte che si estendono in tutte le direzioni, dal Niger fino al Burkina Faso e alla Mauritania. Il conflitto tribale in Libia potrebbe destabilizzare paesi come il Senegal e il Mali in Africa occidentale, il Ciad in Africa centrale, l'Algeria in Nord Africa e il Sudan in Africa orientale. E' in tale contesto che le potenze della Nato hanno cominciato parlare nel 2011 di una divisione arabo-berbera in Nord Africa. Il cambiamento di regime a Tripoli ha lasciato un vuoto politico, in cui sono stati alimentati il tribalismo e il regionalismo e a causa di ciò la Libia viene ora guardata con diffidenza da tutti i paesi confinanti.

Il "nuovo inizio" del Cairo: i tentativi di Obama di manipolare l'Islam

Identità politica e fede sono state liquidate come fattori di scambio dalle correnti geopolitiche rivali che governano l'insieme degli eventi che ruotano intorno alla Libia. Le questioni su cosa sia libico e cosa invece sia etnicamente arabo sono state fatte divenire fattori rilevanti nella guerra alla Jamahiriya, in quanto strumento per attaccare il movimento pan-africano e per separare la Libia, e più estesamente il Nord Africa, dal resto dell'Africa. Fede e religiosità sono state tramutate in strumenti geopolitici e in armi per avere influenza.

Il presidente Barack Hussein Obama è stato eletto sfruttando le speranze del pubblico americano, presentandosi come "principe della pace" e "messia della speranza". Nei suoi eleganti discorsi ha affermato di nutrire il desiderio di riallacciare i rapporti con il cosiddetto mondo musulmano. Dal 2009, Obama ha costantemente cercato di utilizzare quelle che considera essere le proprie credenziali africane e musulmane, per il fatto di avere un padre keniano che era musulmano, per presentarsi come un "figlio dell'Africa" e come qualcuno in sintonia con i musulmani. A sigillo della sua apertura ai musulmani, il presidente Obama ha tenuto un discorso fortemente pubblicizzato all'Università del Cairo, il 4 giugno 2009. Il discorso presidenziale di Obama, definito del "nuovo inizio", era presumibilmente destinato a riparare i danni nel rapporto fra Stati Uniti e il mondo cosiddetto musulmano. Così venne descritto dalla Casa bianca:

"Il 4 giugno 2009 al Cairo, in Egitto, il presidente Obama ha proposto un nuovo inizio tra gli Stati Uniti ed i musulmani di tutto il mondo, sulla base dell'interesse e del rispetto reciproci. In particolare, il presidente ha sostenuto che gli Stati Uniti punteranno a un'intesa più ampia con i paesi a maggioranza musulmana, o con significative popolazioni musulmane fra le loro genti ampliando la collaborazione nei settori dell'istruzione, dello sviluppo economico, della scienza e tecnologia e della salute, tra gli altri, pur continuando a lavorare insieme per affrontare le questioni di interesse comune".

Molte persone negli stati a maggioranza musulmana sono state ingannate dalle sue promesse di pace e di rispetto reciproco. Con le sue azioni, Barack Obama ha dimostrato di essere un falco come i suoi predecessori alla Stanza ovale. Il suo discorso del Cairo è stato significativo perché in realtà ha segnato l'inizio di una nuova campagna Usa per utilizzare geopoliticamente i musulmani e le loro speranze e aspirazioni. Parallelamente a questo discorso, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha cominciato a impegnarsi con i Fratelli musulmani ai cui membri aveva anche chiesto di partecipare all'evento del Cairo per ascoltare il presidente. Quasi prefigurando la venuta della cosiddetta Primavera araba, il quarto punto del discorso trattava la nascita della democrazia e l'instabilità dei regimi che sopprimono i valori democratici. Molte delle organizzazioni e delle figure che furono coinvolte nella Primavera araba e che sostenevano la guerra in Libia si sarebbero tutte richiamate all'appello di Obama per un "nuovo inizio". Tra loro vi era Aly (Ali) Abuzaakouk, che ha contribuito a fondare il Consiglio di transizione.

Da Jakarta (Indonesia), verso la fine del 2010, Obama avrebbe continuato a promuovere il tema dell'impegno con il mondo musulmano parlando di democrazia, fede e sviluppo economico nel suo secondo discorso indirizzato ai musulmani. Da quel momento in poi, su Al-Qaeda si spensero i riflettori della politica estera statunitense e, fino agli sconvolgimenti della Primavera araba, gli Usa hanno lavorato per mandare in soffitta il fantasma di Osama bin Laden, affermando, in dichiarazioni più volte modificate, che il leader di Al-Qaeda era stato ucciso il 2 maggio 2010 in Pakistan da un gruppo di agenti della Cia e da commandos della marina militare. Questi erano i preparativi per la messa in campo di agenti americani tra i gruppi di opposizione nei paesi a prevalenza musulmana del mondo arabo e un tentativo di far diventare la fede islamica uno strumento della politica estera Usa, utilizzando combattenti e partiti politici clienti sotto la bandiera dell'Islam. Così, l'alleanza di Washington con tali gruppi militanti si è riaccesa nel 2011, manifestandosi nei combattimenti in Libia e, in seguito, più a oriente, sulle rive del Mediterraneo in Siria e Libano.

La Libia oggi: povera, divisa e in conflitto

Il progetto storico di dividere la Libia risale al 1943 e al 1951. E' iniziato con i tentativi falliti di stabilirvi una amministrazione fiduciaria dopo la sconfitta di Italia e Germania in Nord Africa durante la Seconda guerra mondiale. I tentativi di dividere la Libia hanno poi condotto a una strategia che ha imposto un sistema federale monarchico analogo a quello istituito in Iraq dopo l'invasione anglo-americana illegale del 2003. Se i libici non avessero accettato il federalismo nella loro società relativamente omogenea, avrebbero potuto perdere la loro indipendenza nel 1951.

Durante la Seconda guerra mondiale, i libici aiutarono e permisero alla Gran Bretagna di entrare nel loro paese per combattere gli italiani e i tedeschi. Bengasi cadde così sotto il controllo militare britannico il 20 novembre 1942 e Tripoli il 23 gennaio 1943. Nonostante le promesse di consentire alla Libia di diventare un paese indipendente, Londra era intenzionata ad amministrare come colonie separate le due province libiche della Tripolitania e della Cirenaica, mentre a Parigi era ceduto il controllo della regione del Fezzan, circa un terzo della Libia, la zona a sud-ovest al confine con Algeria, Niger e Ciad. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, i vincitori e l'Italia hanno tentato di dividere la Libia in zone che avrebbero voluto governare come territori di fiducia. I governi americano, inglese, francese e sovietico portarono la questione all'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 settembre 1945. Lì, inglesi e italiani fecero un'ultima disperata proposta il 10 maggio 1949, chiamata Piano Bevin-Sfora per la Libia, per avere un territorio libico suddiviso in una Tripolitania sotto controllo italiano, una Cirenaica britannica e un Fezzan governato dai francesi. Questa proposta non passò a causa del decisivo voto contrario di Haiti.

Gli inglesi poi si rivolsero a re Idris per balcanizzare dolcemente la Libia attraverso la costituzione di un emirato federale. Un'Assemblea nazionale controllata da re Idris e una piccola cerchia non eletta di capi libici dovevano essere imposte. Questo tipo di sistema federalista era inaccettabile per la maggior parte dei libici destinato come era ad essere un mezzo per eludere la volontà del popolo. I rappresentanti eletti della regione densamente popolata della Tripolitania sarebbero in questo modo stati superati in importanza dai capi non eletti di Cirenaica e Fezzan.

Questo non andava bene a molti nazionalisti arabi. Il Cairo fu estremamente critico su questa iniziativa portata avanti da Stati Uniti e alleati, definendola un inganno diplomatico. Tuttavia, nonostante l'opposizione della maggior parte dei libici, il federalismo fu imposto da Idris nel 1951. I libici vissero comunemente questo fatto come un tradimento anglo-francese. Idris fu poi costretto ad abolire il sistema federalista a favore di un sistema unitario il 27 aprile 1963.

Il progetto imperialista di dividere la Libia non è mai stata abbandonato, ma solo temporaneamente accantonato dai diversi ministeri stranieri del blocco occidentale e delle capitali Nato. Nel marzo 2011, il direttore della Agenzia nazionale di intelligence Usa, James Clapper Jr., ha riferito al Comitato dei Servizi armati del Senato che alla fine del conflitto in Libia, nel paese nordafricano si sarebbero ripristinate le precedenti divisioni federaliste monarchiche, con due o tre diverse amministrazioni. Sempre a marzo, il Comandante supremo della Nato, l'ammiraglio Stravridis, riferiva allo stesso Comitato che le differenze tribali in Libia si sarebbero amplificate con il perdurare della guerra della Nato. Ci sono state anche trattative a più livelli su come dividere il paese, ma le linee esatte non sono mai state completamente concordate e i negoziati continuarono a oscillare insieme alla prima linea nel deserto e sulle montagne.

I piani Usa per rovesciare il governo libico predisposti nel 1982 dal Consiglio di sicurezza nazionale sotto l'amministrazione Reagan sono stati rivisti o rinnovati per la guerra della Nato nel 2011. Si può vedere chiaramente come i piani degli anni '80 ruotassero attorno al duplice utilizzo di una rivolta e di un attacco militare. Secondo Joseph Stanik, i piani statunitensi prevedevano la guerra e contemporaneamente il supporto dei gruppi dell'opposizione controllati dalla Cia che avrebbe comportato "un numero di azioni visibili e segrete progettate per esercitare una pressione significativa su Gheddafi". Per eseguire il suo piano, Washington avrebbe prima dovuto incoraggiare un conflitto usando i paesi attorno alla Libia "per cercare un casus belli per un'azione militare", mentre loro si sarebbero occupati delle esigenze logistiche dei gruppi dell'opposizione che avrebbero lanciato una campagna di sabotaggio contro l'economia, le infrastrutture e il governo libico. Il nome in codice di questi piani segreti era "Fiore".

Secondo Stanik, "il Consiglio per la Sicurezza Nazionale limitò l'accesso ai piani top-secret a circa una ventina di funzionari. 'Fiore' conteneva due sotto-componenti: 'Tulipano' e 'Rosa'. Tulipano era il nome in codice dell'operazione segreta della Cia progettata per rovesciare Gheddafi attraverso il sostegno dei gruppi di esiliati anti-Gheddafi e i paesi come l'Egitto, che volevano Gheddafi rimosso dal potere. Rosa era il nome in codice per un attacco a sorpresa contro la Libia da parte di un paese alleato, molto probabilmente l'Egitto, e supportato dalla potenza aerea americana. Se Gheddafi fosse stato ucciso grazie a 'Fiore', Reagan ebbe a dichiarare che se ne sarebbe assunto la colpa".

E' appena il caso di dire che il segretario alla Difesa dell'amministrazione Obama, Robert Gates, nel 2011 vice direttore dell'intelligence, approva 'Rosa', la sottocomponente militare di 'Fiore'.

Da quando la Nato ha rovesciato il governo della Jamahiriya, è esattamente questo che è accaduto in Libia. E' stato chiamato un libera-tutti, che si è scaricato sui paesi confinanti come il Niger. Ci sono diverse fazioni e diverse amministrazioni, tra cui il Consiglio di transizione nel distretto di Tripoli, il Consiglio militare di Misurata nel distretto di Misurata, diversi sedicenti emirati in Cirenaica e i lealisti alla Jamahiriya e i governi tribali sulle montagne occidentali e nel Fezzan. Ci sono state anche fusioni nelle quali i lealisti alla Jamahiriya e le milizie anti-Jamahiriya hanno unito le forze per combattere tutti gli altri. Il prodotto finale è stata l'illegalità e la guerra civile in stile Somalia. Lo Stato è stato sostanzialmente fatto "fallire" dagli Stati Uniti e dai loro alleati. L'autorità del governo post-Jamahiriya è esercitata solo dentro i suoi uffici e in alcune aree. Prolifera il crimine violento. A Tripoli e nelle altre grandi città si combattono diverse fazioni e le armi libiche vengono contrabbandate in diversi paesi. Anche i funzionari Usa, che hanno fatto da levatrici a questi gruppi che ora imperversano in Libia, non sono al sicuro dalle turbolenze che hanno contribuito a creare: l'omicidio dell'ambasciatore americano John Christopher Stevens a Bengasi, il 12 settembre 2012, ne è la testimonianza.

La produzione di petrolio e gas è stata fermata. Le attività nazionali sono state vendute alle compagnie straniere e privatizzate. La Libia non è più una potenza economica competitiva in Africa. Né la Libia è una potenza finanziaria in crescita. Tripoli si è virtualmente trasformata da paese senza debiti a debitore nell'arco di una notte.

Vi è inoltre una tragica ironia in tutto questo. Gli aerei da guerra del regime libico appoggiato dagli Usa che hanno scalzato la Jamahiriya hanno cominciato a bombardare i cittadini libici nel 2014, quando infuriava la battaglia per il controllo di Tripoli. Gli Stati Uniti, l'Unione europea e la Nato su questo non hanno proferito parola, mentre, nel 2011, sulla base della falsa accusa al governo della Jamahiriya di fare esattamente questo, avevano iniziato una campagna di bombardamenti e la guerra. L'imbroglio a questo punto è più che evidente.


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