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- pensiero resistente - movimento comunista internazionale - 01-12-25 - n. 949
ICR n. 14: TKP, Il partito comunista: essenza e forma
Partito Comunista di Turchia (TKP) * | iccr.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
2025
Indice ed Editoriale ICR n.14 - Rivista Comunista Internazionale - 2025

Dobbiamo guardare al Comintern come origine del partito comunista, sia come concetto sia come categoria. Questa non è una scelta arbitraria, né significa trascurare il partito come organizzazione della classe operaia, che si andava sviluppando già da decenni. Il partito comunista fu uno dei risultati storicamente più importanti prodotti dalla Rivoluzione d'Ottobre del 1917. Identificare l'origine del partito comunista con il Comintern significa sì rendere omaggio alla Rivoluzione d'Ottobre, ma non soltanto questo.
La Lega dei Comunisti è l'organizzazione per un periodo di transizione
La Lega dei Comunisti, di cui Marx ed Engels stilarono il programma nel 1848, non costituiva una formazione ambiziosa progettata sul piano teorico come strumento della classe operaia per lottare per la conquista del potere politico. In un'epoca in cui la classe operaia aveva acquistato maggiore importanza e la crisi stava per scoppiare, alla classe operaia facevano riferimento sia le lotte dei democratici sia quelle dei comunisti. Tematiche democratiche e comuniste erano inevitabilmente intrecciate.
La democratizzazione veniva concepita principalmente in funzione della prassi della Rivoluzione Francese e della prospettiva originata da tale prassi. Abbattimento dell'Ancien Régime, politicizzazione del movimento popolare operaio ispirata all'Illuminismo, creazione di meccanismi di partecipazione... Tutto ciò implicava mutamenti istituzionali concreti, strutture politiche basate sul suffragio universale e in ultima analisi l'abbattimento del predominio istituzionalizzato della Chiesa. La traiettoria tracciata da questi sviluppi non avrebbe potuto produrre che risultati inaccettabili per lo sfruttamento capitalista. Tuttavia la classe operaia, la cui rilevanza numerica all'interno della popolazione era aumentata in misura significativa in seguito allo sviluppo dell'industria, poteva essere individuata come forza motrice della lotta di classe soltanto se l'obiettivo era la conquista del potere politico, ed era stata inserita nel programma politico solo molto di recente. La rivoluzione sarebbe sorta una volta che la classe operaia si fosse avvicinata progressivamente ai limiti dell'orizzonte borghese, per poi trascenderli definitivamente.
Questo approccio determinò anche le forme organizzative. La Lega dei Comunisti era una struttura relativamente larga e informale rispetto alle «organizzazioni rivoluzionarie» che avevano già dimostrato la loro efficacia perfino nelle rivoluzioni borghesi. La sua natura internazionale offriva la possibilità di andare oltre la rivoluzione borghese, che basava la lotta della classe operaia e i processi rivoluzionari sui mercati nazionali e sugli Stati nazionali, dividendo così i lavoratori lungo linee nazionali. Tuttavia, le condizioni oggettive su cui si fondava l'organizzazione erano tutt'altro che uniformi. La rivoluzione industriale in Inghilterra non trovava ancora analogie altrove in termini di intensità e impatto. La Francia, dove il fervore rivoluzionario persisteva da decenni ed era ancora acceso, era un Paese prevalentemente agricolo più che industriale, dove la forza sociale più importante era costituita dalla classe contadina. In tutta Europa, comprese le regioni di lingua tedesca, le lotte politiche si concentravano sulla creazione di forme di governo costituzionali, ed erano accompagnate da movimenti influenzati dall'ondata crescente del nazionalismo, che si contrapponevano agli imperi. La dimensione e la struttura internazionali della Lega dei Comunisti, per quanto ambiziose, non facilitavano una prospettiva chiara e unitaria.
Inoltre, l'intervento di Marx ed Engels nell'organizzazione coincise quasi esattamente con lo scoppio della rivoluzione, ragion per cui la Lega dei Comunisti si ritrovò immersa nella lotta senza avere la possibilità di garantire una guida o anche solo un coordinamento a livello centrale. I tentativi di istituire canali di comunicazione che sospingessero le rivendicazioni democratiche verso il comunismo, la partecipazione dei comunisti in prima linea nelle sollevazioni contadine e il loro tentativo di guidare il movimento dei lavoratori ebbero luogo tutti simultaneamente. Le insurrezioni del 1848 sarebbero state seguite nell'arco di un paio d'anni da un'intensa repressione. Nata nel pieno di una crisi e di un movimento insurrezionale estesi all'intero continente, la Lega dei Comunisti rappresentò il primo esperimento di lotta e organizzazione dei comunisti. Tuttavia, essa non fornì alcun modello preciso da seguire. I comunisti reagirono a necessità pratiche e immediate, sforzandosi di attuare la transizione dalla rivoluzione democratica borghese all'organizzazione della classe operaia.
L'Internazionale: la culla del consolidamento del comunismo
I partiti socialdemocratici che sorsero nella fase successiva presero forma nelle condizioni specifiche della Germania. Nell'intermezzo tra queste due fasi, fu fondata nel 1864 l'Associazione Internazionale dei Lavoratori - in seguito ricordata dalla storia come Prima Internazionale - che riuscì a sopravvivere all'indomani della Comune di Parigi del 1871 soltanto al prezzo di una scissione. La I Internazionale non merita un'analisi specifica in relazione al processo di costituzione del partito comunista.
La I Internazionale servì da ribalta per la riemersione del movimento operaio dopo il periodo di reazione seguito alle rivoluzioni del 1848. Tuttavia, si trattava di una ribalta lacerata dagli scontri tra una complicata costellazione di fazioni - in particolare tra i marxisti e gli anarchici, ma non solo. In realtà, sono proprio questi scontri a rendere tale esperienza così preziosa. Il rifiuto della fazione anarchica di impegnarsi nella conquista del potere politico rese più incisiva la determinazione dei comunisti di conquistare il potere attraverso la rivoluzione - una posizione che essi rafforzarono sia con argomentazioni teoriche, sia con concrete proposte organizzative. Al di là di questa polarizzazione, la I Internazionale ereditò anche varie dinamiche dai movimenti rivoluzionari democratici borghesi.
Non vi erano soltanto divergenze ideologiche e politiche - anche la struttura organizzativa era variegata. Si trattava di una formazione che comprendeva tra i suoi membri partiti, singoli individui, gruppi e sindacati. In termini di struttura, ideologia e programma, la I Internazionale era ben lontana dal concetto omogeneo di «partito» come veniva inteso nel Novecento non soltanto dai comunisti, ma anche dalla borghesia.
Il suo scioglimento nel 1876 fu dovuto non soltanto alla fase reazionaria seguita alla Comune di Parigi, ma anche a divergenze interne che si rivelarono insostenibili. La II Internazionale, fondata nel 1889, pur essendo anch'essa caratterizzata da questa diversità interna, sviluppò tuttavia in un modello organizzativo coeso.
La socialdemocrazia come primo modello
Come nelle esperienze precedenti, questa diversità derivava dalla necessità di unificare i vari filoni del movimento operaio. Dato che nessuno di questi filoni poteva vantare successi tali di garantirgli il predominio nella politica di classe, questa diversità era inevitabile.
Come sappiamo, tuttavia, un'organizzazione che mira a «gestire la rivoluzione» è sostanzialmente diversa da una struttura pensata per soddisfare i requisiti di un'«organizzazione di organizzazioni». La II Internazionale non riprese mai il modello dell'organizzazione che l'aveva preceduta.
Sin dai suoi esordi, la socialdemocrazia aspirò a unificare un panorama frammentato sotto una bandiera comune, il che rendeva necessario un approccio flessibile e un'organizzazione a maglie larghe. Nei Paesi in cui la socialdemocrazia prese piede, essa si coagulò in un corpo unitario formato da sindacati di massa e partiti politici popolari - una forma di unità che si rivelò assai efficace in varie nazioni.
Vi è uno stretto legame tra le caratteristiche implicite di una struttura come questa e la priorità assegnata dal partito alla politica elettorale. I partiti socialdemocratici presero a modello la cornice della democrazia parlamentare borghese.
Indubbiamente, l'esempio più influente fu costituito dal Partito Operaio Socialdemocratico tedesco, che - con Marx ed Engels e guidato da Karl Kautsky, uno dei teorici e politici marxisti più importanti del periodo - emerse tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento come centrale del movimento operaio internazionale che si riconosceva nella II Internazionale.
La Germania scontava un ritardo non tanto nell'industrializzazione, quanto nella formazione di uno Stato nazionale centralizzato. Il Sacro Romano Impero, con la sua frammentazione feudale dell'autorità, aveva fatto sì che questa divisione si trascinasse sino all'Ottocento. Sebbene questa struttura considerasse negativamente le conquiste sociali della rivoluzione del 1789, in ultima analisi non seppe reggere di fronte all'energia modernizzatrice e centralizzatrice dell'Impero francese, e finì per soccombere durante le guerre napoleoniche. Dalla competizione tra le varie capitali regionali, la Prussia - incentrata su Berlino - emerse progressivamente come forza dominante.
L'unificazione della Germania nel 1871 segnò l'inizio di un periodo di significativa crescita economica. In Germania, la vittoria sociale e politica del capitalismo non fu riportata attraverso un movimento popolare dal basso, ma attraverso un'integrazione attuata dall'alto e guidata dallo Stato. In linea con questa traiettoria, la borghesia tedesca inizialmente si mosse con decisione contro il movimento operaio. Diversamente dalla rivoluzione borghese in altre parti d'Europa, che fu segnata da insurrezioni di massa, la rivoluzione tedesca culminò non in una lotta popolare, ma nel consolidamento del potere statale; a segnare la svolta non fu la pressione di lavoratori per una rappresentanza politica in forme repubblicane, ma l'incoronazione di un imperatore unitario. La carica reazionaria di questo processo condotto dall'alto fu così aspra che nel 1878 il Reichstag approvò una «Legge anti-socialista» che prese di mira direttamente i socialdemocratici - i comunisti dell'epoca. Questa legge sarebbe rimasta in vigore, con diverse estensioni, fino al 1889.
A prescindere dalle pressioni che esclusero l'organizzazione dei comunisti dalla legalità per un certo periodo, il partito si costituì nel 1875 principalmente attraverso la fusione di due organizzazioni. L'Associazione Generale degli Operai Tedeschi di Lassalle, istituita nel 1863, e il Partito Socialista Operaio di Germania, fondato dai marxisti nel 1869, si fusero nel 1875 formando il Partito Socialdemocratico Operaio di Germania. L'esperienza destinata a fornire per decenni un modello organizzativo al movimento comunista internazionale nacque quindi da una fusione. Naturalmente, il movimento socialdemocratico prevedeva l'unità di movimenti e quadri provenienti da tradizioni ideologiche diverse. Questa è una differenza sostanziale rispetto ai partiti comunisti sorti nel 1919, che dichiararono di perseguire il consolidamento e l'omogeneità. La divisione della socialdemocrazia in più fazioni ne costituisce una caratteristica implicita e inevitabile per definizione.
La trasformazione della Germania in uno Stato imperialista con il carattere di Stato nazionale accelerò fortemente lo sviluppo della borghesia e la crescita capitalista del Paese. In breve tempo, l'impero tedesco giunse a costituire il cuore del continente, rivaleggiando sul piano economico con l'Inghilterra e sul piano politico con la Francia e la Russia.
Lo sviluppo del capitalismo fu accompagnato dalla crescita e dall'espansione della classe operaia, che si trasformò rapidamente nella classe centrale della società. Di fronte a questo dinamismo, i limiti dei meccanismi di pressione apparvero evidenti. Il partito socialdemocratico e i sindacati si trasformarono infatti in un movimento di massa rendendo obsolete le restrizioni legali. Questo movimento di massa, che portò la Germania all'«assistenzialismo primitivo» alla fine dell'Ottocento, preparò il terreno anche per lo Stato sociale «primitivo». In particolare, i sindacati non si limitarono a farsi portavoce delle rivendicazioni e delle lotte, ma svolsero anche un ruolo nell'istituzionalizzazione dei diritti dei lavoratori, promuovendo progressi all'interno del sistema.
Oltre a portare alla vittoria a livello istituzionale le lotte per i diritti, i sindacati di massa socialdemocratici traevano sostegno anche dalle pressioni esercitate dal partito attraverso i voti relativi al sistema. Il revisionismo di Bernstein, secondo il quale il capitalismo poteva essere modificato radicalmente anche senza conquistare il potere statale e smantellare l'apparato dello Stato, si basava su una prospettiva di «conquiste sociali parziali». Se la borghesia avesse acconsentito a una transizione morbida del potere, le conquiste dei lavoratori ottenute dalla socialdemocrazia avrebbero potuto condurre facilmente l'Europa verso il socialismo.
Ma non era soltanto la tesi della transizione pacifica a essere errata; non erano soltanto i revisionisti, ma gli stessi vertici del partito a scivolare sempre più nel conformismo, aggrappandosi alle conquiste ottenute dalla socialdemocrazia nell'ambito del sistema borghese, e accettando di moderare le proprie posizioni per non mettere in pericolo tali conquiste.
Quando Engels, nel 1895, scrisse la prefazione della nuova edizione de Le lotte di classe in Francia, aprendo un dibattito sulle modalità in cui i mutamenti del capitalismo influivano sul processo rivoluzionario, la nave ammiraglia della socialdemocrazia, il partito tedesco, era ormai fortemente incline al conformismo. Engels era consapevole del fatto che la situazione sociale e la struttura dello Stato lasciavano presagire un futuro assai diverso dalle situazioni rivoluzionarie del passato, simboleggiate dalle barricate. La situazione oggettiva era radicalmente mutata, come attestavano per esempio le capitali europee, ora caratterizzate da ampi viali che rendevano le barricate impraticabili. L'intervento di Engels, incentrato sul perseguimento della rivoluzione, sarebbe stato criticato dal centro del partito. La deviazione riformista aveva messo ormai radici abbastanza profonde da poter sfidare il massimo rappresentante vivente del marxismo.
La socialdemocrazia aveva ormai imboccato un processo di trasformazione in corrente interna al sistema. Prima di morire, Engels previde che il partito socialdemocratico avrebbe dovuto attendere il 1912 per vincere le elezioni. Tuttavia, diventare il primo partito conquistando la maggioranza dei voti non equivaleva a prendere il potere. La classe operaia avrebbe potuto giungere al potere soltanto attraverso un sollevamento rivoluzionario. L'ascesa del partito socialdemocratico tedesco al rango di maggiore partito non implicava che esso fosse in grado di fare la rivoluzione. La traiettoria storica del partito all'inizio del Novecento fu segnata dalla sua capitolazione di fronte al sistema.
I risultati elettorali dei principali partiti della II Internazionale furono in effetti eccezionali. Il Partito Socialdemocratico Austriaco superò il 23% dei suffragi nel 1901, toccando il massimo dei suoi consensi.1 Il Partito Operaio Belga oscillò tra il 15% e il 27% tra il 1894 e il 1908, per poi crollare al disotto del 7% nel 1910 e risalire nuovamente sopra il 30% nel 1914. Il partito francese ottenne più del 16% nel 1914, alla vigilia della guerra.2 Anche il Partito Socialista Italiano superò il 20% nel 1904, per poi subire un calo, mantenendo comunque dimensioni importanti. Il Partito Laburista Norvegese vide una crescita costante ai primi del Novecento, superando il 20% nel 1909 e raggiungendo il 26% nel 1912. Il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Olandesi ottenne il 18,5% nel 1913, e i socialdemocratici danesi sfiorarono il 30%. I consensi del Partito Socialdemocratico Finlandese si aggiravano intorno al 40% prima della guerra. Il Partito Socialdemocratico Svizzero raggiunse il 20% nel 1911. I socialdemocratici svedesi, alleati con i liberali, superarono il 30% subito prima della guerra. Il partito francese espressione della II Internazionale superò il 13% nel 1910 e il 17% nel 1914. Queste elevate percentuali di voto si possono interpretare alla luce di un assorbimento della socialdemocrazia nel sistema. Da un altro punto di vista, tuttavia, si potrebbe obiettare che dietro queste cifre vi erano rilevanti potenzialità per la classe operaia.
Tra la metà degli anni Novanta dell'Ottocento e la metà degli anni Dieci del Novecento, durante un periodo di vent'anni, fu possibile un'iniziativa da parte della socialdemocrazia. La sua incapacità di prendere questa iniziativa, insieme all'effetto catalizzatore esercitato dal primo conflitto mondiale, si può considerare come una conferma indiretta della teoria di Lenin dell'organizzazione della classe operaia. Il ruolo del «soggetto organizzato» nella lotta di classe era assai maggiore del previsto, e nell'Europa occidentale i rivoluzionari marxisti avevano ceduto l'iniziativa alle «masse».
Le masse, classe operaia compresa, non potevano essere il soggetto di una rivoluzione socialista. Per il partito, il terreno della lotta di classe era rappresentato dalle organizzazioni di massa come i sindacati. In realtà, la socialdemocrazia aveva cessato da tempo di rappresentare un soggetto, trasformandosi in un campo di battaglia tra classi contrapposte. La distanza tra la destra revisionista, che mirava alla sopravvivenza del capitalismo con il sostegno della classe operaia, e coloro che continuavano a perseguire la rivoluzione, non poteva essere ricondotta alle normali correnti di un partito operaio. Il centro del partito tedesco e la II Internazionale vedevano la questione in questo modo, tentando di gestire le contraddizioni. Ma la lotta di classe era riemersa, all'interno del partito stesso. I rivoluzionari erano condannati a rimanere in una condizione di debolezza nell'ambito di questa contraddizione. Rappresentare la sinistra del partito non significava costituire il soggetto organizzato; al contrario, in questa situazione i rivoluzionari avevano le mani legate.
A inquadrare la situazione in questo modo fu una figura proveniente dalla Russia, dove la classe operaia non poteva né riunirsi in organizzazioni di massa legali né istituzionalizzare le proprie conquiste, e dove il partito dovette collocarsi a distanza di sicurezza dalle istituzioni dello Stato per tutelarsi.
Partito bolscevico o partito comunista? Modello o teoria?
L'esperienza dei bolscevichi e quella del partito comunista non sono identiche. Pur essendo caratterizzati da profonde differenze rispetto ai partiti dell'Europa occidentale, i bolscevichi costituivano comunque una fazione interna al Partito Socialdemocratico Operaio Russo, che inizialmente trasse ispirazione dal socialismo dell'Europa occidentale. L'esistenza di bolscevichi, menscevichi e altri gruppi, l'assenza di omogeneità politica all'interno del partito e la sopravvivenza di prassi organizzative e pubblicazioni diverse evidenziano quanto sia difficile trovare una corrispondenza diretta con la teoria leninista dell'organizzazione e della leadership.
È possibile tuttavia individuare un certo numero di elementi formali comuni. L'organizzazione bolscevica, sebbene separata dalla socialdemocrazia, era un'organizzazione rivoluzionaria centralizzata e disciplinata. Questa organizzazione, pur dedicandosi ad attività legali, era pensata come struttura incompatibile con le regole del sistema - il lavoro illegale, in altre parole, era essenziale. Per i partiti comunisti, la legalità borghese non costituiva un principio condiviso, bensì un'opportunità da sfruttare.
Il «modello» organizzativo leninista viene spesso identificato con queste caratteristiche formali - con la necessità di conseguire l'omogeneità ideologica e politica. Il centralismo, che era «democratico» nel senso che i comitati si formavano attraverso meccanismi congressuali, costituiva la regola funzionale centrale. Nella prassi veniva applicata una disciplina assoluta. Rivoluzionare il sistema era una condizione indispensabile per l'attività illegale. Tuttavia, anche dopo essere diventato un partito indipendente, l'organizzazione bolscevica non era ancora omogenea; durante il periodo compreso tra il febbraio e l'ottobre del 1917, i vertici centrali del partito rivoluzionario dovettero fronteggiare numerosi disaccordi su questioni critiche. Queste divergenze riguardarono l'opportunità di appoggiare il governo provvisorio favorendo il progresso della rivoluzione borghese o, al contrario, di ritirare il sostegno del partito preparando la classe operaia per la rivoluzione; o ancora l'opportunità di organizzare un'insurrezione o al contrario di contrastarla, in modo tale da evitare che l'organizzazione venisse allo scoperto sulla stampa legale. Dopo la rivoluzione il partito di Lenin, il Partito Bolscevico, avrebbe preso provvedimenti per porre fine agli scontri tra fazioni, adottando una decisione al suo congresso. Negli anni successivi, tuttavia, il Partito Comunista dell'Unione Sovietica avrebbe compreso varie correnti ideologiche, esplicite o meno. Esaminando la storia dei partiti comunisti si nota come i concetti di omogeneità, centralismo, disciplina e legalità siano stati declinati in modo diverso a seconda del Paese e del periodo. È quindi necessario guardare al di là delle caratteristiche formali.
Se potessimo accontentarci delle sole caratteristiche formali, avremmo già un modello organizzativo. In relazione alla II Internazionale, si potrebbe parlare di un modello a maglie larghe. Ma un modello a maglie larghe non può avere una teoria. La socialdemocrazia trascurò la teoria nell'ambito dell'organizzazione.
Tra i bolscevichi, invece, l'importanza attribuita all'organizzazione travalica il modello e conduce alla teoria della leadership.
Contrariamente a quanto spesso si ritene, il Che fare? di Lenin è un'opera che va oltre le lotte pratiche; è anzi una delle sue opere più dense di teoria. Il Che fare? espone una teoria della leadership che critica le forme organizzative della socialdemocrazia.
Secondo questa teoria, l'obiettivo principale della lotta organizzata della classe operaia è la conquista del potere politico. La rivoluzione non può emergere dalla sola dinamica della lotta di classe. La conquista del potere va pianificata e portata a termine attraverso l'azione. L'organizzazione a cui si deve dare vita in questo processo va ben oltre un collettivo di lavoratori che trascorrono le loro giornate in fabbrica, rivendicano i propri diritti e agiscono in modo solidale. Il partito deve essere un'organizzazione di rivoluzionari di professione.
Il perseguimento della rivoluzione è l'elemento distintivo che sta dietro le caratteristiche formali del partito comunista. Il centralismo, l'attività illegale e l'organizzazione basata su cellule non costituiscono variabili indipendenti, ma dipendenti.
La partecipazione della classe operaia e delle masse dei lavoratori alla lotta di classe non è una condizione implicita. Il fatto che le masse vivano del loro lavoro non fa sì che esse sviluppino automaticamente una sorta di immunità all'ideologia, alla politica o alle organizzazioni borghesi. Le masse, comprese le loro organizzazioni di tipo sindacale, fanno parte del «terreno della lotta di classe». I comunisti ingaggiano un'incessante battaglia contro le ideologie e la politica borghesi, che si riproducono di continuo all'interno della classe operaia. Questa è una delle dimensioni della lotta di classe in senso lato.
L'influenza borghese all'interno della classe si manifesta in varie forme, quali l'economicismo, il sindacalismo e altre. Non esiste una risposta assoluta alla domanda relativa a quale sia il punto in cui, nel dibattito tra i comunisti all'interno del partito, si superano i confini legittimi e accettabili per scivolare sulle posizioni del nemico di classe. La lotta di classe è continua all'interno della classe stessa.
Costruire un centro al cui interno la lotta di classe in corso non possa filtrare è una condizione fondamentale per l'azione rivoluzionaria. Inoltre, proprio per questa ragione la coscienza di classe non è una questione di scelta, ma di necessità assoluta.
L'accresciuta importanza della leadership, rispetto alle concezioni precedenti, sta proprio in queste osservazioni e tesi. Una classe che non abbia organizzato la propria avanguardia o maturato una coscienza rivoluzionaria potrebbe in ultima analisi finire per compiere azioni che rispecchiano quelle della classe contrapposta.
L'analisi di Lenin è indubbiamente legata alle modalità con cui l'organizzazione deve prendere forma. Si tratta però anche di un contributo teorico, che comprende il concetto di «sviluppo ineguale». Il fatto che le masse della classe operaia non siano in grado di organizzare direttamente la conquista del potere crea un vuoto che rispecchia le diseguaglianze interne alla classe - un vuoto che verrà colmato dall'organizzazione di rivoluzionari di professione che rappresentano il settore più avanzato della classe stessa.
Il partito della classe operaia deve misurarsi con diseguaglianze oggettive. In Russia, il capitalismo era relativamente poco sviluppato, la classe operaia relativamente priva di esperienza, e a rivestire maggior peso nella società erano i contadini. Il processo della rivoluzione socialista non doveva tuttavia essere necessariamente rimandato sino a quando queste diseguaglianze non si fossero appianate in un lontano futuro. Le debolezze delle dinamiche di classe possono essere compensate da altri elementi. L'alleanza tra operai e contadini, la politica di riforma agraria a beneficio dei contadini senza terra da adottare durante la congiuntura rivoluzionaria e l'alleanza tra la classe operaia e le nazionalità oppresse sottomesse allo zar: tutti questi aspetti rappresentano espansioni dell'avanguardia rivoluzionaria. Per concettualizzare e attuare queste strategie, è fondamentale che il partito sia diretto da un'organizzazione di rivoluzionari di professione.
Il partito centralista come unità della classe
Più sopra ci siamo soffermati sugli aspetti formali del centralismo. Nei partiti comunisti, il centralismo viene spesso osservato attraverso la lente della partecipazione democratica, dei meccanismi di controllo, del peso del centro, dei diritti dei membri e della burocratizzazione. Queste questioni possono senz'altro essere oggetto di dibattito in relazione alla realtà pratica. Ma il centralismo ha anche un'altra dimensione che riguarda il carattere stesso della classe operaia.
La classe operaia ha attraversato un lungo processo di formazione durante l'era della rivoluzione industriale all'interno del modo di produzione capitalista. Le dimensioni delle fabbriche e delle officine nel capitalismo sono senza precedenti, specie in termini di concentrazione della manodopera. La presenza di migliaia o perfino di decine di migliaia di operai impegnati a lavorare fianco a fianco nello stesso spazio, e l'emergere di varie tipologie di manodopera tra loro complementari, sono stati cruciali per lo sviluppo dell'identità di classe. Gli individui che lavoravano in grossi gruppi non condividevano soltanto la vita sociale all'interno degli stessi quartieri, ma soffrivano insieme e festeggiavano insieme. Questa esperienza in gran parte condivisa condusse inevitabilmente allo sviluppo dell'organizzazione e della lotta collettiva. Le lotte economiche, o le lotte per i diritti, divennero un elemento inseparabile dalla condizione della classe operaia. Questo aspetto è stato puntualmente riconosciuto nell'analisi marxista classica.
La questione cruciale, in questo dibattito, riguarda il modo in cui la classe operaia può passare dalla semplice consapevolezza, organizzazione e lotta alla vera e propria coscienza di sé e all'organizzazione politica. Un esempio storico di questa questione è offerto dalla classe operaia inglese, che pur avendo vissuto la rivoluzione industriale nella sua forma più avanzata e avendo sviluppato una cultura e uno stile di vita comuni, non riuscì a dare vita a una presenza politica forte e rivoluzionaria. In Francia, un tempo epicentro del movimento operaio, non si verificò mai una rivoluzione industriale paragonabile a quella inglese. In Germania, nel momento in cui la formazione della classe aprì la strada all'organizzazione di massa, la classe operaia imboccò un processo che l'avrebbe portata a divenire parte del sistema esistente, invece di cambiarlo. Questa situazione presenta notevoli difficoltà. La soluzione del problema può prendere le mosse dalla presa d'atto che la politica non è semplicemente un riflesso di quanto avviene nella sfera economica.
Questo problema, tuttavia, ha subito un'ulteriore trasformazione nel corso del tempo. La partecipazione collettiva di massa dei lavoratori al processo di produzione è stata caratterizzata da varie fluttuazioni, ma con la trasformazione del modello di accumulazione del capitale avviatasi nei processi relativi alla manodopera a partire dagli anni Ottanta del Novecento, ha finito per venire abbandonata. I luoghi di lavoro, un tempo spazi comuni per la classe operaia, sono stati suddivisi in compartimenti stagni nell'ambito di un grande progetto globale.
L'ambiente di lavoro non favorisce più il dialogo tra i lavoratori, che non possono più nemmeno condividere la loro vita sociale. La ristrutturazione capitalista aveva l'obiettivo di atomizzare la classe operaia, e ha sotto questo aspetto compiuto progressi significativi.
Di conseguenza, l'unità economica e sociale dei lavoratori non ha più una rilevanza politica o rivoluzionaria, e la frammentazione di questa unità si è trasformata in un ulteriore problema.
Com'è noto, la definizione più ampia di classe operaia la identifica come soggetta allo sfruttamento capitalista. Un ampio settore delle masse soggette a tale sfruttamento costituisce il fattore di classe che produce il plusvalore, e questa caratteristica fa sì che alcuni settori abbiano un'importanza strategica. Tuttavia, nulla di tutto ciò può colmare il vuoto garantendo che la classe operaia acquisti coscienza e si doti di un'organizzazione politica rivoluzionaria. Per di più, il capitalismo odierno ha allargato questo vuoto oggettivo trasformandolo in una vera e propria frattura strutturale.
Traendo insegnamento dalla storia della lotta di classe, la borghesia è riuscita a organizzare la sfera economica in un modo tale da garantire che la classe operaia sia divisa invece che unita. In un'epoca in cui l'assetto economico favoriva lo sviluppo di una cultura di classe, Lenin sostenne che la coscienza rivoluzionaria doveva essere promossa da un'organizzazione esterna formata da rivoluzionari di professione. Oggi, l'importanza di un intervento organizzato e deliberato atto a unire una classe politicamente divisa dall'economia è ancora maggiore.
L'unità tra i lavoratori - che il capitalismo ha frammentato nei luoghi di lavoro e nella vita quotidiana - può essere ripristinata soltanto politicamente. Va altresì notato che questa trasformazione ha modificato anche le strutture sindacali. Il nuovo modello emerso dalla critica del sindacalismo di classe e di massa, sotto la bandiera del sindacalismo contemporaneo, ha dimostrato che i sindacati non traggono più la loro forza dalle lotte dei loro membri per i diritti, bensì dal fatto di essere accettati istituzionalmente all'interno del sistema esistente.
I sindacati che hanno subito questa trasformazione sono ormai lontani dal costituire forme autentiche di organizzazione operaia. Vi sono peraltro esempi di sindacati del passato che sono riusciti a conservare in qualche misura la propria forza. Tuttavia, le conquiste istituzionali dei sindacati possono determinare anche la degenerazione del partito comunista o della struttura sociale più ampia che lo circonda. In un contesto non rivoluzionario, l'esistenza di migliaia di sindacalisti di professione produce un istituzionalismo burocratico all'interno del movimento operaio. E in ogni caso, i comunisti devono concepire i sindacati come ambiti di lotta, e non come semplici strumenti.3
Nel XXI secolo, la necessità del leninismo nella concettualizzazione del partito comunista è ancora maggiore. Da oltre trent'anni, tuttavia, il leninismo viene incolpato della sconfitta del socialismo reale e del successivo arretramento dei partiti comunisti, del movimento operaio e della dinamica rivoluzionaria. Questi attacchi non rientrano in un dibattito interno alla sinistra marxista - rispecchiano invece l'influenza dell'ideologia borghese.
Il centralismo dei partiti comunisti è il solo mezzo per attuare un deciso intervento di ricostruzione della cultura della classe operaia e dei valori del lavoro che si sono andati indebolendo. Per poter ricomporre politicamente una classe disintegrata occorre un partito estremamente forte che funga da centro di comando di questa operazione sociale. In un partito comunista, i meccanismi di partecipazione vanno concepiti non come principi democratici formali, bensì come mezzi per accrescere questa forza e creare un ambiente propizio allo sviluppo di quadri in grado di portare a compimento la missione stabilita.
Note:
*) Aydemir Güler («Gelenek», Partito Comunista di Turchia)
1 Dopo aver raccolto 251.652 e una percentuale del 23,39% alle elezioni del Consiglio Imperiale del 1900-1901, i socialdemocratici austriaci scesero intorno all'11-12% alle elezioni del 1907 e del 1911, prima del primo conflitto imperialista mondiale. Dopo la guerra, alle elezioni del 1919 per l'Assemblea Nazionale Costituente, il partito ottenne oltre un milione di voti - per la precisione 1.200.000 raggiungendo una percentuale del 40,76% e aggiudicandosi 72 dei 170 seggi, e andò al governo per un breve periodo nell'ambito di una coalizione. Il segretario del partito, Seitz, servì inoltre temporaneamente come capo dello Stato. Alle elezioni del 1920 i socialdemocratici persero voti e rinunciarono a tale carica.
2 In Francia esistevano varie fazioni socialdemocratiche, che attraversarono una serie di fusioni e di scissioni. La Section française de l'Internationale ouvrière (SFIO), nata nel 1905 da un processo di unificazione, vide aumentare costantemente i suoi suffragi nelle elezioni parlamentari che precedettero il primo conflitto mondiale.
3 Vi sono indubbie differenze nel peso dei vari settori nelle strutture economiche dei singoli Paesi, nell'esperienza di lotta dei sindacati e nel grado quantitativo e qualitativo di organizzazione dei partiti comunisti. In numerosi Paesi, i sindacati di classe sono in grado di limitare - e perfino di arrestare - gli effetti dell'attuale regime di accumulazione del capitale che mira a decentrare la classe operaia. Questo non modifica il contesto generale, segnato da un declino dell'organizzazione sindacale e da un indebolimento della capacità dei sindacati di rappresentare le masse lavoratrici.
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