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Intervista a Mario D'Acunto, autore di "Appunti sulla Transizione al Socialismo"

Resistenze.org (a cura di)

28/04/2026

Intervista a Mario D'Acunto, autore di Appunti sulla Transizione al Socialismo, un saggio appena uscito e pubblicato dall'editore di self-publishing Youcanprint, a cui poniamo alcune domande sugli argomenti che tratta.



La prima domanda è perché hai scritto questo libro su un tema, quella del socialismo e di una eventuale transizione ad esso, che non sembra essere all'ordine del giorno di nessuna organizzazione politica nazionale internazionale di stampo socialista o comunista? Sembra un'operazione inattuale e impossibile.

Le ragioni del saggio nascono da una constatazione elementare: il modo di produzione capitalista attraversa una crisi sistemica che non è semplicemente ciclica, ma strutturale. Guerre permanenti, crisi ecologica generalizzata, polarizzazione estrema della ricchezza, instabilità finanziaria cronica, trasformazione digitale che distrugge lavoro e concentra potere: non sono fenomeni separati, ma manifestazioni di un unico meccanismo autoreplicante. Diversi autori, non necessariamente marxisti, da Arrighi, a Wallerstein, Harvey, Amin, Fraser, solo per citarne alcuni, hanno sottolineato che questo meccanismo di autoreplicazione del capitale è giunto al capolinea, e, anche se ha soggiogato la classe lavoratrice mondiale, è proprio la sempre più evidente mancanza di risorse naturali da sfruttare per mantenere in piedi una produzione del tutto illogica che testimonia un processo storico al capolinea. Non è un caso, se, come in passato, la produzione si rivolge sempre più al settore delle armi per mantenersi in piedi. Generando guerre e ulteriore distruzione che sembra accelerare il processo di dissoluzione.

Nel libro mi soffermo molto sul concetto di meccanismo autoreplicante applicato al modo di produzione capitalistico, dove per autoreplicante intendo l'insieme di regole di estrazione di plusvalore e di profitto ai danni della classe lavoratrice e delle risorse naturali, a cui devono sottostare anche la classe egemone del capitale, che deve continuamente ridurre i prezzi, aumentare la produttività e innovare continuamente produce un codice interno al meccanismo di produzione che si espande indipendentemente dalla scala e della geografia secondo linee di tendenza ben precise che riassumono la complessità di questo meccanismo di funzionamento.

Ecco mi soffermerei sul concetto di autoreplicazione, anche per le sue implicazioni politiche per l'apertura di una transizione al socialismo

La mia analisi combina il concetto di autoreplicazione con quello di complessità e cerco di riflettere come questa combinazione possa aprire un ciclo di trasformazione in direzione del socialismo. Un meccanismo di autoreplicazione è un insieme di regole che definisce, in un determinato sistema, cosa può esistere, nascere e svilupparsi e cosa invece deve esaurirsi ed essere cancellato. Non è un caso se per Marx, i capitalisti sono "funzionari del capitale", non controllano davvero il sistema, ma ne sono in parte controllati dal meccanismo stesso dell'autoreplicazione, proprio perché la dinamica dei capitali funziona come una struttura con leggi proprie, che impongono comportamenti obbligati: competere, sfruttare lavoro, accumulare e crescere - oppure uscire dal mercato.

Capitalismo come autoreplicazione è un concetto chiaro e presente anche in Weber e Benjamin, che non a caso legano questi meccanismi a logiche di tipo religioso, in cui i soggetti interiorizzano le regole di funzionamento, ma è in Marx ed Engels che questa visione di autoreplicazione si sposa anche con una visione di un suo superamento. E questo superamento storico sta nelle leggi di tendenza che il capitale stesso sviluppa.

Sono proprio le leggi di tendenza comprese per primo da Marx il mio punto di partenza per delineare la fondatezza di una proposta socialista. Queste linee di tendenza, quali, ad esempio, la centralizzazione dei capitali e la caduta del tasso di profitto hanno recentemente ricevuto importanti evidenze quantitative, con il lavoro di Brancaccio e il suo gruppo di lavoro, per quanto riguarda la centralizzazione dei capitali, e con svariate altre innumerevoli prove tra cui anche un mio lavoro, la caduta del tasso di profitto. Proprio la rappresentazione grafica della caduta del tasso di profitto mostra il progressivo scivolamento del sistema mondo dominato dalla corsa ai profitti che stiamo procedendo speditamente contro quella opzione che Rosa Luxemburg definì la "Barbarie"

Ma le società umane, come qualsiasi specie vivente, sono soggette all'evoluzione, di cui le leggi tendenziali sono una espressione, per quanto possa sembrare artificiale il concetto di evoluzione applicato alle nostre società. E cerco di lavorare proprio sul Socialismo come espressione di una evoluzione del modo di produzione attuale, che però non ha nulla a che vedere con le analisi del capitalismo cognitivo e dei post-operaisti.

Parlare oggi di socialismo non significa evocare un modello già dato o nostalgico, ma interrogarsi sulla possibilità storica di un'alternativa dentro una crisi irreversibile del capitale. Il fatto che nessuna grande organizzazione politica, almeno di un certo peso, lo ponga all'ordine del giorno non è una prova della sua impossibilità; è piuttosto il segno della profondità della presa, anche in ambiti dove non te lo aspetteresti, del "pensiero unico", secondo cui il capitalismo sarebbe l'orizzonte insuperabile della storia.

Il saggio nasce proprio per rompere questo asfittico orizzonte ideologico, figlio del pensiero unico, secondo il quale non si può andare oltre il capitalismo e il mercato. Parlare di socialismo oggi, significa mettere al centro una produzione orientata ai bisogni e non ai profitti e al controllo collettivo dei mezzi di produzione, Questi due elementi chiave sono anche quelli che ho definito gli "Invarianti socialisti". Transizione indica proprio il processo che porta dall'attuale meccanismo autoreplicante al socialismo come sistema autoreplicante.

Il pensiero unico, l'idea cioè che il modo di produzione capitalista rappresenti il sistema ultimo oltre il quale non si può andare oltre, sembra quindi essersi fatto strada anche nelle menti di coloro che si sono resi paladini, almeno a parole, di un mondo alternativo. Allora il problema è come si può fondare una idea di sistema altro da quello attuale?

Il pensiero unico, il senso di fine della storia dato dal capitalismo, sono stati magnificamente sintetizzati dall'espressione, resa celebre da Mark Fisher, per la quale è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. In effetti il capitalismo e la sua crisi irreversibile ci sta portando in un vicolo cieco i cui presupposti sono distruzione e genocidi. Come uscirne?

Se noi analizziamo le leggi tendenziali della dinamica del capitale, un modo di produzione altro rispetto allo sfruttamento e all'accumulazione di profitti sembra essere inscritto in questa generale dinamica.

Lo sviluppo delle forze produttive infatti sembra andare nella direzione di una generale liberazione dallo sfruttamento se queste stesse forze produttive vengono orientata alla liberazione della classe subalterna. Se ovviamente lo sforzo politico è in questa direzione. Infatti, è proprio ciò che lo sviluppo delle forze produttive ha mostrato essere se contestualizzate a una economia pianificata, la quale, a sua volta, è il sistema entro cui ogni possibile idea di socialismo si sviluppa. In un sistema pianificato, produzione e distribuzione sono strettamente correlati per soddisfare i bisogni della collettività secondo una precisa idea politica: occorre soddisfare i bisogni umani non i profitti di una ristretta élite. Questo il punto è chiarire cosa intendo per socialismo. Non parlo di un modello chiuso o di una società perfetta. Parlo di due invarianti che devono essere presenti nell'articolazione di un modo di produzione socialista:

1. Produzione orientata ai bisogni.
2. Controllo sociale dei mezzi di produzione.

Queste invarianti non descrivono una società già esistente, ma un campo di possibilità inscritto nelle contraddizioni attuali.

Infatti introduci il termine di teleonomia per descrivere il processo di transizione al socialismo, cosa intendi con questo termine?

Come accennavo, le società umane sono società soggette all'evoluzione, non diversamente, da qualsiasi specie animale. L'evoluzione si sviluppa sempre tra fattori casuali e la necessità di soddisfare le leggi di autoreplicazione, questa combinazione è stata definita teleonomia (dal greco télos (fine/scopo) e nomia (governo/legge), e da non confondere con teleologia), cioè il "progetto" generale entro cui una traiettoria evolutiva si sviluppa, il trasformarsi, rispondendo a esigenze imprevedibili a priori, secondo una coerenza dettata dalle leggi evolutive. I sistemi viventi ad esempio, sono proprio la dimostrazione di tali processi teleonomici, nei quali la complessità di un organo o di un apparato, porta a progetti evolutivi le cui traiettorie sono definite da sviluppi che si interrogano continuamente su ciò che è ammesso da ciò che non lo è.

Il percorso evolutivo in sé è esso stesso teleonomico, che contrariamente alla teleologia non ha nessuna meta finalistica, piuttosto disegna traiettorie probabilistiche. Se rapportiamo il concetto di teleonomia alla società umana, e alla prospettiva politica della transizione, il processo di transizione che porta al socialismo si delinea sempre su linea invisibile tra ciò che è, nella sua essenza complessa e ciò che potrebbe essere, pur se condizionato una miriade infinita di variabili sconosciute, vale a dire l'orizzonte del possibile. È un concetto che, in qualche modo, già Marx aveva espresso con la profondità della sua analisi, l'emergere del socialismo avviene come processo evolutivo e tendenziale del modo di produzione del capitale e lo sviluppo delle forze produttive, che, in ultima istanza, offrono la possibilità di una società libera dallo sfruttamento. Offrono, ma a patto che queste possibilità si colgano pienamente. Oggi queste condizioni, se guardiamo soprattutto al passato, per esempio allo sviluppo storico del socialismo nel XX secolo, sembrano materializzarsi in modo molto evidente. E quale il metro per dire se queste condizioni oggi esistono più che in passato: sono le condizioni che permetterebbero la realizzazione ottimale a livello planetario di una pianificazione economica e politica.

In sintesi possiamo dire che il capitalismo non è la fine della storia: è un sistema storico regolato da leggi tendenziali. Tali leggi mostrano che il sistema, nel suo sviluppo, genera concentrazione estrema, instabilità ricorrente e distruzione di valore. Allo stesso tempo, però, sviluppa le forze produttive a un livello mai raggiunto prima. Ed è proprio questo sviluppo che può orientare la lotta di classe rendendo possibile ciò che nel Novecento era irrealizzabile: una pianificazione perfettamente capace di gestire la complessità sociale, economica e politica. Quindi la transizione al socialismo non è un salto nel buio: è l'esplorazione dell'orizzonte del possibile aperto dallo sviluppo massimo del capitale stesso.

Proprio sulla questione della pianificazione sembra calato il sipario con la fine del cosiddetto "Socialismo reale", invece sembra che per te sia proprio la rotta da seguire per approdare a una nuova forma di socialismo. Ci puoi spiegare, secondo te, perché?

Posso risponderti toccando tre questioni: la prima è la relazione tra Pianificazione e forze produttive, la seconda riguarda la questione del calcolo in un sistema socialista, e la terza la relazione tra Transizione e rivoluzione.

La pianificazione non è un feticcio ideologico. È la forma concreta che assume il controllo sociale dei mezzi di produzione. Il cosiddetto "socialismo reale" è fallito anche per limiti oggettivi: strumenti informativi insufficienti, incapacità di trattare enormi masse di dati, rigidità burocratiche. Oggi la situazione è radicalmente diversa. Le stesse tecnologie sviluppate dal capitale (big data, intelligenza artificiale, reti globali) rendono possibile un livello di coordinamento prima impensabile.

La questione del calcolo economico in un sistema socialista - posta dai liberisti come dimostrazione dell'impossibilità del socialismo - va ripensata dentro la teoria dei sistemi complessi. Accusando il socialismo scientifico e il materialismo dialettico di essere utopico, tutte le teorie a supporto del modo di produzione capitalista concepiscono, a loro volta il mercato come utopia pura, vale a dire come sistema dotato di un equilibrio generale, in cui tutte le variabili del sistema e gli agenti economici tendono in modo naturale. Questa è una idea del tutto infondata. Se finora il calcolo economico era impossibile in un sistema socialista, che il problema del calcolo di una perfetta allocazione delle risorse se lo poneva chiaramente, il calcolo economico è impossibile anche in una economia mercantilista, dove, invece, il problema del calcolo ottimale delle risorse economiche viene completamente eluso, in nome dell'equilibrio generale dettato dal mercato.

Ma oggi lo sviluppo delle forze produttive, dettate dalle tecnologie informatiche permette di immaginare forme di pianificazione come processo inferenziale dinamico, basato su input, verifica degli output e continua correzione: ciò che chiamo socialismo inferenziale. La pianificazione non è controllo burocratico dall'alto, ma emersione di un soggetto collettivo capace di orientare produzione e distribuzione secondo bisogni sociali.

L'ultima questione è quella tra Transizione e rivoluzione. La transizione non è un atto puntuale, ma un processo. Non credo a una concezione storicista secondo cui il socialismo sarebbe inscritto automaticamente nella dinamica del capitale. La transizione è possibile, va costruita attraverso la combinazione di fattori oggettivi e soggettivi. In questo la politica gioca ancora un ruolo fondamentale. Essa si sviluppa dentro un quadro di conflitto generalizzato, ma anche dentro le strutture intermedie esistenti, compresi gli Stati nazionali. Tuttavia, la conquista dello Stato non è sufficiente: il problema è modificare la struttura economica, non solo la sovrastruttura politica.

Riprendo questo punto che sembra essere cruciale, l'idea dell'impossibilità del calcolo economico in un sistema pianificato sembra rimandare, all'idea che siccome il mondo è un sistema complesso lasciar fare al mercato sia l'unica possibilità come dicono i liberisti.

La celebre critica dell'impossibilità di "calcolo economico" e di allocazione delle risorse in un sistema socialista, formulato soprattutto da Ludwig von Mises e Friedrich Hayek, e in qualche modo assunto dal pensiero unico attraverso l'idea che senza prezzi di mercato (cioè senza scambi reali tra attori indipendenti), non si può sapere come allocare efficientemente le risorse, non è una "legge naturale" indiscutibile: è una tesi teorica basata su certe condizioni (informazione dispersa, incentivi individuali, ecc.), che può essere rovesciata. Il calcolo economico finora non è stato possibile solo in un sistema socialista ma anche in una economia di mercato. Il mercato produce sprechi e distribuzione irrazionale, che attraverso crisi di sovrapproduzione genera necessità di distruggere capitale in eccesso attraverso attriti commerciali e guerre aperte.

Ma soprattutto la critica alle società socialiste secondo questo apparato ideologico liberista è di lasciar fare al mercato perché è l'unico modo per coordinare questa complessità. Io ribalto questa prospettiva, invece di vedere la pianificazione come un centro che impone ordini (modello rigido novecentesco), la pianificazione nasce nella complessità come un processo in cui emerge un soggetto collettivo capace di coordinare decisioni distribuite. In questo senso, la pianificazione non elimina la complessità, ma la organizza in modo diverso. Esempi contemporanei (senza idealizzarli), quali piattaforme digitali, sistemi logistici globali, modelli di coordinamento algoritmico mostrano che forme di "calcolo" non basate sul mercato puro sono possibili. Il punto decisivo è questo, lo sviluppo delle capacità informatiche ha risolto molti dei problemi classici incontrati nella pianificazione, ad esempio sovietica, ma anche nell'attuale esperienza cinese, che mantiene un certo grado di pianificazione. Allora il problema cambia: la questione non è più se la pianificazione sia possibile, ma in quali forme e con quali limiti essa oggi possa essere realizzata.

Queste considerazioni aprono degli scenari nuovi all'idea di politica, e soprattutto la transizione come percorribile attraverso sia nella situazione reale di conflitto generalizzato, sia per come bisogna riconsiderare le strutture intermedie, come gli stati nazionali.

Il rapporto dialettico tra la struttura economica data dai rapporti di produzione e le sovrastrutture politiche e culturali va rimesso al centro della discussione e del lavoro politico. La crisi profonda del capitale rende necessaria (parafrasando un importante saggio di Lukacs, che, purtroppo, ha avuto poca fortuna) una nuova ontologia sociale. Un nuovo ruolo in cui ogni essere umano, ogni organizzazione politica diventi agente della trasformazione. Occorre, quella costruzione di una società nella società, che già Gramsci aveva abbozzato e che oggi va riattualizzata secondo le sfide attuali. La transizione al socialismo oggi, non può non essere incernierata sulle strutture intermedie degli stati nazionali, ma tenendo presente che gli stati sono collocati in contesti sovrastrutturali che sono espressione dei grandi capitali. Le filiere produttive sono estese aree in cui svariati soggetti si relazionano sia a livello strutturale che sovrastrutturale secondo ben precisi rapporti gerarchici. In questo momento di re-shoring e friend-shoring, processi che mostrano come queste aree produttive si stiano rapidamente riorganizzando, tali processi si sposano con le agenzie sovrastrutturali quali Nato ed eurozona - per rimanere in Europa - che rappresentano i baluardi del capitale e della sua difesa sovrastrutturale con il fascismo montante. Gli stati nazionali sono nodi di una grande complessa rete e, in quanto nodi, l'azione di trasformazione verso il socialismo deve tenere conto di questa complessa intelaiatura strutturale e sovrastrutturale.

Tuttavia molte questioni rimangono solo parzialmente affrontate, potere, organizzazione politica….

È vero: alcune questioni sono solo delineate. Questioni come potere e quella che definisco riduzione della complessità, oppure la questione dell'organizzazione politica della transizione, meriterebbero una riflessione a parte, e ritengo prematuro affrontarle in questo saggio, che ovviamente introduce tutta una serie di nuovi concetti la cui articolazione ha richiesto un lavoro di definizione dei contorni abbastanza preciso. Si tratta di un saggio politico, che ha bisogno di una interlocuzione, con i soggetti politici, attivisti, militanti, perché le questioni a cui accenni possano trovare una giusta cornice e collocazione. Il precedente saggio su Capitalismo, Finanza e Riscaldamento Globale del 2022 aprì una importante interlocuzione che mi ha permesso di delineare alcuni concetti, molti dei quali non sono attuali, così come concetti come quelli di pianificazione che sono scomparsi da quasi quattro decenni dalla discussione pubblica e ovviamente richiedono un enorme sforzo di chiarezza. Ma il fatto che abbia solo accennato a temi relativi all'essenza del potere o alla questione della organizzazione politica della transizione non vuol dire che non abbia ben chiaro il peso di una discussione intorno a queste questioni. Semplicemente, mi sembrava da una parte prematuro parlarne approfonditamente ora, dall'altra, appesantire il saggio con ulteriori argomenti, sebbene correlati.

Il potere, in un sistema complesso, è anche capacità di ridurre la complessità. La pianificazione stessa è uno strumento di riduzione della complessità sociale. Ma chi pianifica? Come si sviluppa il soggetto collettivo che decide cosa produrre e in che modo? Con quali meccanismi democratici? Con quale articolazione tra centro e periferia?

Sono temi decisivi. Il saggio delinea uno schema di analisi più che un manuale organizzativo. La forma politica della transizione resta una questione aperta, che dipende dalle condizioni storiche concrete entro le quali sviluppa.

Come consideri l'emergere della Cina come attore planetario? Si tratta di un paese capitalista o permangono elementi di socialismo?

Il caso della Cina è paradigmatico.

È un paese capitalista? Sì, sotto molti aspetti: esiste produzione di plusvalore, competizione, integrazione nei mercati mondiali.

Permangono elementi di socialismo? Anche. Il controllo statale di settori strategici, la pianificazione pluriennale, la subordinazione (almeno parziale) del capitale privato a obiettivi politici nazionali indicano una forma ibrida.

La Cina rappresenta un modello compiuto di socialismo? No.
Ma mostra che la pianificazione può convivere con dinamiche di mercato e che il conflitto geopolitico attuale non è solo tra nazioni, ma tra diversi modelli di organizzazione del capitale.

In questo senso, è uno dei terreni su cui si misura la trasformazione dell'ordine mondiale. Il mondo multipolare sta nascendo sotto la bandiera di una liberazione dal signoraggio del dollaro. Signoraggio che abbozzato con gli Accordi di Bretton Woods alla fine del secondo conflitto mondiale, ha avuto una accelerazione formidabile dalla rottura di quegli accordi nel 1971, quando gli USA legarono il dollaro al controllo dei combustibili fossili e dominando l'economia mondiale attraverso la loro valuta. Oggi quel signoraggio è sempre in più in difficoltà, proprio per l'emergere della Cina, leader mondiale in molti settori tecnologici strategici, e le guerre che il complesso industriale-militare statunitense insieme all'alleato sionista sono un tentativo disperato e criminale di mantenere in piedi il privilegio di sfruttamento delle risorse naturali per i grandi conglomerati industriali.

Transizione al Socialismo, da dove partire allora?

Serve una nuova ontologia sociale: riconoscere che la società non è somma di individui atomizzati, ma rete di relazioni produttive, sociali, culturali. La transizione implica la costruzione di una società nella società, forme di cooperazione, controllo collettivo, esperimenti pianificatori parziali che anticipino il nuovo modo di produzione.

Il saggio non sostiene ovviamente che il socialismo sia imminente, ma sostiene che sia possibile, e questa possibilità di transizione sta dentro allo sviluppo delle attuali contraddizioni produttive, che mentre creano le basi delle guerre attuali, pongono anche le basi per realizzare una società socialista secondo gli invarianti definiti precedentemente, vale a dire una produzione orientata ai bisogni e al controllo collettivo dei mezzi di produzione.

L'idea che il capitalismo sia l'ultimo stadio della storia è un prodotto ideologico del capitale stesso. Ma ogni sistema autoreplicante porta con sé le condizioni del proprio superamento.

La domanda non è se il socialismo sia "all'ordine del giorno" nei partiti attuali.
La domanda è se l'umanità possa sopravvivere senza superare la logica della valorizzazione infinita del capitale.

È qui che la transizione diventa non un'utopia, ma una necessità storica.


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