www.resistenze.org - popoli resistenti - russia - 15-03-06

Dal crollo dell’URSS al riemergere della Russia come grande potenza.

 

La politica di Mosca sta cambiando gli equilibri geo-politici del pianeta.

 

di Sergio Ricaldone

 

Sul giornale Repubblica del 28/02, Sandro Viola, prendendo spunto dall’accordo di Mosca con Teheran sull’arricchimento dell’uranio e sull’apertura di Putin ad Hamas, preoccupato dalla “foga con cui il gruppo insediato al Cremino sta tentando di rimettere in piedi una grandeur russa”, getta l’allarme.   Attenzione, ci dice: “Obbiettivo di Vladimir Putin è quello di un generale e radicale riequilibrio geopolitico.  La Russia, insomma, di nuovo nei panni della grande potenza”. Difensore navigato della cultura politica dominante, Sandro Viola ha ragione di preoccuparsi.   Passo dopo passo la Russia di Vladimir Putin sta dissipando le incognite e i molti interrogativi che in questi anni, molti osservatori occidentali si sono posti.   Ma le risposte coincidono sempre meno con la speranza che la Russia sia ormai diventata un soggetto secondario della “grande scacchiera”.    Era tuttavia scontato che, una maggiore visibilità alle sue scelte politiche di fondo, il governo di Mosca le subordinasse alla ripresa economica della Russia.   Ora che, insieme alla ripresa economica, sta arrivando anche il momento della verità sulla reale dimensione geo-politica del fenomeno Russia, ricompaiono, come in epoca sovietica, atteggiamenti di allarme e paura.  Cercheremo di spiegarne le motivazioni.  

 

L’economia russa in fase di forte ripresa

 

Per chi l’avesse dimenticato è bene ricordare che, non più tardi di venti anni fa, la Russia (all’epoca URSS), nonostante il dissesto economico, era collocata, quanto a potenziale industriale, nelle primissime posizioni della classifica mondiale.   Poi, quando Gorbaciov ha segato il ramo su cui era seduto ed è sopraggiunto il crollo, in molti si sono illusi che, oltre al comunismo, fosse stato spazzato via, o colonizzato, anche l’insieme del patrimonio industriale, economico, politico, culturale e scientifico accumulato dalla Russia in epoca sovietica.   Ora si riscopre invece che l’incalzare delle “sorprendenti” iniziative putiniane sono alimentate - quale orrore! – dal riemergere di un potenziale economico di primordine che ricolloca la Russia come soggetto primario della politica mondiale.

 

Abbiamo recentemente tradotto  per il sito Nuove Resistenze il saggio di un’economista russa, Nina Kulikova (1), che illustra con competenza scientifica, priva di fronzoli e con ricchezza di dati, come si vanno compiendo i vari passaggi del processo di formazione dell’economia di mercato nella Russia di Vladimir Putin.   Dalla lettura di questo saggio risulta chiaro che, archiviata la grave crisi finanziaria del 1998, l’affermarsi di un’economia di mercato in Russia è ormai entrata in una fase di stabilità macroeconomica, segnata da una sensibile crescita dei principali indici economici.

 

Nel periodo 1998/2004, la produzione industriale è cresciuta  del 53,4%, quella agricola del 26,4%.

Lo slancio dinamico dell’economia e i giudizi positivi espressi dalle agenzia internazionali di rating

hanno reso la Russia molto più attraente per gli investitori esteri la cui presenza è aumentata di quattro volte negli ultimi 5 anni.   Le riserve di valuta sono a loro volta aumentate di quasi 14 volte, passando dai 12,2 miliardi di dollari del 1999 agli attuali 164,7 miliardi di dollari.   L’industria estrattiva – petrolio e gas in primis – costituisce, come è ovvio, il punto di forza centrale di tutta la ripresa economica, ma il rapporto della Kulikova segnala notevoli progressi anche nei settori dei beni di consumo, del commercio al dettaglio, dei salari e dell’occupazione.

 

La politica estera della Russia allarma l’Occidente

 

Superati i complessi di vassallaggio all’Occidente dell’epoca Eltsin e gli effetti devastanti della lunga crisi economica, la Russia ricomincia a mostrare tutta la sua forza di competitore globale.

Spostato il baricentro delle sue relazioni internazionali in Asia, ed ora anche in America Latina, la sua politica estera comincia a sollevare interrogativi, preoccupazioni e irritazione in molte cancellerie europee e oltreoceano.   Dai commenti e dai giudizi che una parte dei media esprime sulla Russia di Vladimir Putin si direbbe che uno spettro ricominci ad apparire  in questa parte del  mondo.  Non si osa dire che sia lo spettro del comunismo, la sua identità rimane ancora incerta e per il momento lo si rappresenta - scomodando il Mein Kampf -  come una forma moderna del dispotismo zarista che da Ivan il Terribile a Stalin avrebbe simboleggiato la barbarie dei popoli slavi.

 

In buona sostanza ciò che più allarma i sette governi del G8 è che l’ottavo socio di questo club, la Russia, ricominci a mostrare la volontà di essere considerato un grande paese che, oltre a misurare 10 fusi orari ed essere ricchissimo di risorse energetiche, è titolare di tecnologie avanzate e di un grande patrimonio industriale gestito da una schiera di cervelli di rimordine.   Ed anche dal punto di vista delle sue capacità difensive, superata la fase di declino militare del periodo Eltsin, la Russia si presenta oggi con un arsenale che incute rispetto anche alla superpotenza americana.   In parole povere la Russia non è più il disorientato cagnolino al guinzaglio dell’Occidente degli anni postsovietici ma una rispettabile tigre siberiana che, se provocata, sa mostrare i suoi temibili denti al

plutonio.

 

Intendiamoci, in questo suo saggio, Nina Kulikova, ci fa capire chiaramente che i nuovi rapporti di produzione  tra capitale e lavoro appartengono alle logiche di un’economia di mercato  funzionale agli interessi della nuova  borghesia nazionale in via di formazione.   Accumulazione, profitto e sfruttamento del lavoro salariato sono perciò il motore di questa fase dello sviluppo, fase che richiederà ancora molto sudore e molte lacrime ai lavoratori russi, che scatenerà conflitti sociali e richiederà un grande coinvolgimento dei comunisti e del sindacato nella gestione dei movimenti impegnati a rivendicare condizioni migliori di vita.

 

Multipolarismo della Russia e movimenti antimperialisti

 

Il nostro interesse per quanto accade in Russia non è suscitato dunque da particolare  simpatia per il modello di economia di mercato che ci viene illustrato dalla Kulikova, ma in quanto consente di capire quali sono le basi economiche, cioè strutturali, che alimentano la politica estera della Russia, sempre più proiettata in una dimensione multipolare e sempre più antagonista rispetto a quella unipolare praticata dagli USA.  Politica estera che, nella fase attuale, coincide con i capisaldi di un fronte antimperialista, assai ampio e variamente colorato, di cui i comunisti sono una non trascurabile componente.

 

L’insieme delle forze che nel mondo si oppongono al dominio unipolare, pur essendo composte da entità statuali, sociali e politiche molto diverse e disomogenee, rientrano tutte in un sistema di alleanze auspicabili, più o meno congiunturali, ma tutte ugualmente necessarie in quanto espressione di contraddizioni antagoniste, piccole e grandi, si segno antimperialista.

 

In una fase storica di riflusso del movimento operaio e rivoluzionario e in un quadro di economia globalizzata, come quella attuale, una inversione di tendenza anche minima - dal peggio al meno peggio - dipende in larga misura dai cambiamenti dei rapporti di forza  su scala mondiale tra l’imperialismo più aggressivo e le forze di progresso e di pace.   Perciò  la prospettiva del socialismo, in Russia come altrove, pur continuando ad essere la stella polare che accompagna i comunisti verso il futuro, non può essere intesa come nozione aggregante settaria, rigidamente classista, ma deve tendere ad unire tutte le forze, che in questa congiuntura di politica internazionale, molto fluida e dinamica,  si oppongono all’imperialismo nella sua espressione peggiore e più pericolosa, quella americana appunto, riconducibile alla nozione di nuovo ordine mondiale a gestione unipolare. 

 

In questo contesto analitico rientra il giudizio, aperto e problematico, della politica di Putin.  

Giudizio che peraltro è oggetto nella stessa Russia di animate discussioni all’interno della sinistra e dei comunisti che, benché concordi sulla natura borghese della nuova classe che detiene il potere economico, si stanno confrontando  sulla necessità o meno di sostenere, la crescente dimensione multipolare, oggettivamente antimperialista, della politica estera del governo di Mosca. 

 

Dalla Russia di B.Eltsin a quella di V. Putin

 

Difficile non vedere la profonda differenza qualitativa tra la politica estera di Putin rispetto a quella di Boris Eltsin.   Nei primi anni 90 la Russia sembrava destinata, dopo essere stata smembrata e balcanizzata, a diventare un caotico protettorato americano, una sorta di nuovo Far West ottocentesco, senza legge e senza regole, vittima dei  famelici oligarchi che si disputavano a colpi bassi e a mano armata le gigantesche risorse naturali e minerarie del paese, coperti da un presidente più interessato alla qualità dell’whisky che non all’interesse della Russia.   In quegli anni a Mosca la lingua più ascoltata negli uffici governativi, commerciali e mediatici era l’inglese con l’inconfondibile accento “slang”.   La dipendenza di Mosca da Washington era così pacchianamente evidente che quando Eltsin fece democraticamente bombardare dall’artiglieria il Parlamento russo,

ricevette immediatamente il benestare del suo nume tutelare, Bill  Clinton.

 

Senza troppo dilungarci su come, quando e perché Vladimir Putin sia giunto al potere, ci limitiamo ad osservare che con lui il rischio  che la Russia diventasse un protettorato coloniale di Washington è stato sventato.   Misurando le proprie mosse, come un abile giocatore di scacchi, nelle varie sedi internazionali, Putin è riuscito, con consumata abilità diplomatica, a ridare alla Russia il suo status di grande potenza.   Gli effetti di questo rientro e le reazioni compiaciute sono ormai apertamente osservabili in molte capitali che si oppongono al progetto di dominio imperiale: Pechino, Nuova Delhi, Caracas, Hanoi, Teheran, Pyogyang , La Paz, L’Avana, ecc.  Molti sono gli accordi bilaterali di carattere politico, economico e militare che legano Mosca a molti paesi.  A nessuno può sfuggire le conseguenze strategiche delle recenti manovre militari congiunte con la Cina, sulle quali la Casa Bianca non ha nascosto  la sua irritazione.  E’ sempre più evidente il disappunto e la preoccupazione degli ambienti imperialisti e dei loro alleati locali “compradori”, disappunto che si sta traducendo in un crescente bombardamento propagandistico, destinato ad abituare le opinioni pubbliche occidentali ad una rinnovata fase della “guerra fredda” (basta vedere i commenti alla vicenda del gas).

 

Gli elementi di intesa tra l’opposizione comunista e il governo

 

Di fronte a questo nuovo “protagonismo” della Russia, anche il pressing esercitato da Bush sulla Bielorussia, in vista delle imminenti elezioni presidenziali, pare destinato all’insuccesso (anche se il disprezzo per la volontà dei popoli e delle più elementari regole della convivenza internazionale, continuamente dimostrato dall’amministrazione USA, deve indurre tutte le forze di pace a non abbassare la guardia)     Per le non poche teste di ponte allestite in Russia dal Dipartimento di stato e dalla Cia,  camuffate da ONG e colorate di arancione, tira una brutta aria in quel di Mosca.  Governo e Duma le hanno cortesemente invitate a togliere il disturbo con un apposito decreto sostenuto anche dai comunisti.  Analoga sorte per i servizi segreti britannici colti con le mani nel sacco.   La Russia torna ad essere un paese sovrano in grado di esibire tutto il suo potenziale economico, culturale, tecnologico e militare.  Le grandi risorse minerarie cominciano a ritornare sotto controllo statale.  Qualche potente oligarca viene trascinato davanti ai tribunali.

 

Una simile svolta politica non può che poggiare su una struttura economica regolata da leggi organiche e severe in grado di riportare sotto l’autorità dello Stato tutte le attività economiche e sociali sottraendole ai tentacoli dei gruppi oligarchici legati allo straniero.

 

Il saggio di Nina Kulikova  illustra appunto la natura e gli scopi di queste leggi il cui scopo principale non è sicuramente il socialismo ma quello di garantire, in questa fase storica, il rafforzamento della borghesia nazionale, ossia del ceto su cui far leva per rilanciare lo sviluppo socio-economico della Russia, ricollocandola come paese sovrano e con tutto il peso di cui dispone, quale soggetto primario della politica mondiale.   Tuttavia nel modello di sviluppo della Russia è percepibile qualche elemento di sostanziale diversità rispetto alla tipologia del sistema capitalistico, come si è storicamente affermato, ossia una più netta distinzione tra potere politico e potere economico, tra struttura e sovrastruttura.       La nazionalizzazione  di Gazprom, accolta da un turbine di indignate proteste e di accuse dagli “immacolati” neoliberisti euroamericani e dal FMI a sostegno degli oligarchi, sembra indicare il prevalere della tendenza, da parte del governo russo, di riportare sotto controllo statale alcuni settori strategici e quindi di ridare al “capitalismo di stato” una sua centralità riducendo il peso del capitale privato.  Dopo l’affermazione di Putin che “lo scioglimento dell’URSS è stata una delle maggiori tragedie del 20° secolo”, non è azzardato supporre che queste decisioni, in evidente controtendenza rispetto al dilagare del neoliberismo, siano alimentate anche da un “background” politico e culturale di antica data che ispira tuttora la squadra che governa il paese.     Una evidente conferma ci arriva dalla decisione con cui il partito del presidente, “Russia Unita”, si è battuto, insieme ai comunisti del PCFR di Ghennadi Ziuganov, contro la famigerata risoluzione anticomunista proposta al Consiglio d’Europa dai paesi baltici e dalla Polonia. 

 

Dopo che gli Stati Uniti si sono cacciati nella trappola di una guerra senza fine e sono sulla difensiva su molti fronti, sta succedendo quello che sembrava inimmaginabile fini a pochi anni fa.

La Russia sta manovrando abilmente con aperture politiche ed economiche di largo respiro in netta controtendenza rispetto alla superpotenza.  Puntando sul multipolarismo come asse centrale della sua politica estera la leadership di Mosca sta concorrendo a costruire nuovi equilibri geo-politici in molte regioni del mondo.

 

 

(1) Il saggio di Nina Kulikova è reperibile in italiano sul sito resistenze.org oppure in francese sul sito http://www.voltairenet.org/article 131413.html//article131413.