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a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare di Torino


Dizionario enciclopedico marxista


Premessa    A    B    C    D    E    F    G    H I J K    L    M    N    O    P    Q    R    S    T    U    V W X Y Z


F

Falsa coscienza, Famiglia, Fascismo, Feticismo delle merci, Feudalesimo, Filosofia, Filosofia della prassi, Fisiocrazia, Formazione economico sociale, Forza-lavoro, Forze produttive, Frazione, Frazionismo, Fronte, Fronte nazionale, Fronte popolare, Fronte unico, Fronte unito, Frontismo,

 

Falsa coscienza

 

E' una forma di coscienza inconsapevole dei propri limiti storici e della complessità dei propri rapporti con altri fattori che influenzano i suoi modi di essere. Non è dunque né critica né dialettica laddove sarebbe necessario esserlo; è una coscienza frammentaria e unilaterale che non sapendo della sua frammentarietà e della sua unilateralità si considera corretta; in breve è una comprensione distorta della realtà e si riallaccia in questo modo al concetto marx-engelsiano di ideologia.

Scriveva Engels in una lettera del 1893 a Franz Mehring:
«L'ideologia è un processo che il cosiddetto pensatore compie senza dubbio con coscienza, ma con una coscienza falsa. Le vere forze motrici che lo spingono gli restano sconosciute, altrimenti non si tratterebbe più di un processo ideologico. Così egli si immagina delle forze motrici apparenti o false. Trattandosi di un processo intellettuale, egli ne deduce il contenuto, come la forma, dal puro pensiero, sia dal suo proprio pensiero che da quello dei suoi predecessori. Egli lavora con la sola documentazione intellettuale che egli prende, senza guardarla da vicino, come emanante dal pensiero, e senza studiarla in un processo più lontano, indipendente dal pensiero; e tutto ciò è per lui identico all'evidenza stessa, perché ogni azione, in quanto trasmessa dal pensiero, gli appare così in ultima istanza fondata sul pensiero» (in Marx, Engels, Scritti sull'arte, p. 73).

Il rapporto tra falsa coscienza e ideologia, che Marx e Engels considerarono sempre strettissimo fino a usare talvolta i due termini come sinonimi, è stato inteso anche come rapporto tra un generico atteggiamento mentale (falsa coscienza) e la sistematizzazione teorica dei suoi contenuti (ideologia); in questo senso la falsa coscienza sarebbe il momento precedente l'ideologia propriamente detta che darebbe un'apparenza razionale a quanto era già confusamente presentito.

Famiglia

 

Secondo la concezione materialistica della storia (Materialismo storico), i rapporti capitalistici di produzione condizionano profondamente le istituzioni e in modo particolare la famiglia. La critica condotta dal marxismo al modo di produzione capitalistico coinvolge direttamente la famiglia, così come essa si presenta nella società borghese:

«La moderna famiglia singola è fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata, e la società moderna è una massa composta nella sua struttura molecolare da un complesso di famiglie singole. Al giorno d'oggi l'uomo, nella grande maggioranza dei casi, deve essere colui che guadagna, che alimenta la famiglia, per lo meno nelle classi abbienti; il che gli dà una posizione di comando che non ha bisogno di alcun privilegio giuridico straordinario. Nella famiglia egli è il borghese, la donna rappresenta il proletario» (Engels, L'origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato, p. 101).

Tuttavia se la critica della famiglia borghese è l'aspetto più conosciuto dell'analisi marxista della famiglia, esso non può essere compreso se non viene inserito nel quadro più generale dello studio, condotto dai fondatori del materialismo storico, e in particolare da Engels, sui rapporti che intercorrono, all'interno delle diverse epoche storiche, tra  modo di produzione e istituzioni sociali. In particolare la famiglia deve essere considerata, nel suo sviluppo storico, da un lato come il risultato di una delle prime e più semplici divisioni naturali del lavoro tra uomo e donna all'interno delle società primitive, e dall'altro come uno stimolo a un ulteriore sviluppo della produttività del lavoro.

Lo sviluppo della proprietà privata e dello scambio hanno fatto sì che la famiglia, da semplice rapporto di riproduzione dell'umanità, divenisse sempre più un rapporto sociale, in cui uomo e donna intervengono solo in quanto partecipano, in diversa misura, alla produzione di mezzi di sussistenza. La famiglia è sorta, dunque, in stretto rapporto con il processo di divisione in classi della società e ha risentito, nel corso della storia, dell'approfondirsi e dell'estendersi della divisione del lavoro. Il modo di produzione capitalistico ha portato alle estreme conseguenze la frattura tra ciò che è «naturale», cioè il rapporto tra uomo e donna, e ciò che sono uomo e donna in quanto inseriti nei rapporti di produzione capitalistici, innescando quello che Marx chiama il processo di dissoluzione della famiglia borghese.

La crisi della famiglia borghese, nei suoi diversi aspetti, da quello morale (Etica) a quelli più strettamente connessi con le contraddizioni sociali e con le condizioni di vita dei lavoratori, si inserisce secondo il marxismo nel più generale processo di disgregazione dei rapporti umani (Alienazione), che è caratteristico della società borghese. Nell' analizzare i fenomeni collegati con la nascita della grande industria, che comportò l'inserimento, spesso coatto, delle donne e dei bambini nel processo produttivo, Marx afferma:

«... per quanto terribile e repellente appaia la dissoluzione della vecchia famiglia entro il sistema capitalistico, cionondimeno la grande industria crea il nuovo fondamento economico per una forma superiore della famiglia e del rapporto fra i due sessi, con la parte decisiva che essa assegna alle donne, agli adolescenti e ai bambini d'ambo i sessi nei processi di produzione socialmente organizzati al di là della sfera domestica... E' altrettanto evidente che la composizione del personale operaio combinato con individui d'ambo i sessi e delle età più differenti, benché nella sua forma spontanea e brutale cioè capitalistica, dove l'operaio esiste in funzione del processo di produzione e non il processo di produzione per l'operaio, che è pestifera fonte di corruzione e schiavitù, non potrà viceversa non rovesciarsi, in circostanze corrispondenti, in fonte di sviluppo di qualità umane» (Il Capitale, libro I, pp. 536-537).

Infatti la critica delle istituzioni sociali borghesi, e in particolare della famiglia, nel marxismo non è fine a se stessa, ma si pone nella prospettiva di un superamento delle condizioni materiali che fanno della famiglia borghese un'istituzione oppressiva, in cui si riproducono, in forma mistificata, i rapporti capitalistici di produzione. La nuova funzione sociale svolta dalla donna nel capitalismo ha inoltre posto le premesse per il sorgere di un movimento di liberazione (Questione femminile), che affronta non soltanto i problemi generati dalla posizione occupata dalla donna nell'organizzazione capitalistica della produzione, ma anche i problemi creati dalla famiglia e in generale dal rapporto uomo-donna.

Fascismo

 

Le origini e la natura del fascismo, inteso come movimento politico e forma di organizzazione dello Stato, sono state oggetto di svariate e opposte analisi. le sue diverse interpretazioni, da quella liberale classica fino a quelle di tipo socialdemocratico, operano di esso una generalizzazione di alcuni elementi politico-sociali o di dati momenti storici, perdendo però il quadro complessivo del fenomeno e soprattutto i suoi presupposti reali di classe e strutturali (Struttura e sovrastruttura).

Così di volta in volta il fascismo viene visto come fenomeno di paesi economicamente e socialmente arretrati, come fenomeno «totalitario», come espressione politica del ceto medio o dei settori parassitari e arretrati della borghesia. Di esso si attribuisce la responsabilità alla piccola borghesia in crisi o, peggio, agli strati sociali sbandati dalla guerra, vedendolo cioè più come un prodotto dell'esasperazione soggettiva dei ceti colpiti dalla crisi che come una tendenza storica del capitalismo a un determinato stadio del suo sviluppo.

L'interpretazione marxista supera queste tesi riduttive e unilaterali e individua le radici del fascismo nella crisi dello Stato liberale e della democrazia borghese nella situazione posteriore alla prima guerra mondiale, individuando cioè il legame storico del fascismo con le lacerazioni del quadro capitalistico e imperialistico. Esso testimonia l'impossibilità da parte della grande borghesia monopolistica di mantenere il proprio dominio economico e politico se non attraverso una profonda modificazione delle forme statali del dominio di classe, attraverso cioè la soppressione stessa della democrazia borghese e delle forme politico-istituzionali ad essa collegate (parlamento, partiti, sindacati, fino alle strutture associative e culturali proprie dello Stato liberale e all'abolizione totale delle libertà democratiche e di ogni forma di organizzazione autonoma delle masse).

L'analisi dell'intreccio di questi processi, da parte dei comunisti, portò Dimitrov, nel suo rapporto al VII Congresso dell'Internazionale Comunista (Internazionale) nel 1935, ad affermare:

«Il fascismo non è una forma di potere statale che sia "al di sopra di tutte e due le classi, del proletariato e della borghesia", ... il fascismo è il potere dello stesso capitale finanziario... non è l'ordinaria sostituzione di un governo borghese con un altro, ma è il cambiamento di una forma statale del dominio di classe della borghesia la democrazia borghese con un'altra sua forma, con la dittatura terroristica aperta» (Dimitrov, Rapporto al VII Congresso, in AA.VV., L'Internazionale e il fascismo, pp. 49-50).

Egli sintetizzò le caratteristiche fondamentali del fascismo nella celebre definizione di «dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario». Il fascismo è quindi una forma specifica, particolare, della reazione capitalistica alle lotte proletarie e la spiegazione che ne dà il marxismo sottolinea la convergenza nazionalistica e antisocialista della piccola borghesia con l'orientamento del grande capitale nella crisi imperialistica post-bellica.

Per la definizione del fascismo quindi due sono gli elementi essenziali: il fatto che esso si realizza come dittatura della borghesia monopolistica da una parte e come movimento degli strati piccolo borghesi dall'altra. La loro unità e la loro compresenza nel processo storico reale possono essere comprese solo se si indica nel primo la fondamentale natura di classe, su cui fondare l'analisi del secondo come strumento di reclutamento.

Così la mobilitazione della piccola borghesia cittadina e rurale diventava proprio lo strumento attraverso il quale la borghesia poteva governare con metodi diversi da quelli democratici. In particolare in Italia, dove la borghesia non aveva mai avuto una forte organizzazione politica unificata, il partito fascista acquista le caratteristiche di organizzazione di tipo nuovo, adatta al tempo stesso a esercitare la dittatura sulle classi lavoratrici e a crearsi una forte base di manovra tra i ceti medi impoveriti dalla crisi, e in certi casi, come avvenne per esempio in Germania, anche in alcuni strati più arretrati della classe operaia. Così il fascismo, espressione dei gruppi dirigenti della borghesia e degli agrari e proprietari fondiari, socialmente seppe apparire, all'inizio, come il rappresentante della lotta politica di parte della piccola e media borghesia contro le antiche classi dirigenti liberali. A questo proposito scriveva Togliatti:

«All'origine, la base sociale del fascismo era in certi strati della piccola borghesia rurale e contadina. In termini più precisi era costituita nelle campagne al massimo da contadini medi, da fattori e da mezzadri ... Anche nelle città il fascismo si appoggiò dapprima sui piccoli borghesi: erano in parte lavoratori (artigiani), specialisti e commercianti in parte anche elementi spostati per colpa della guerra... Se si considera da qual lato si portassero le aspirazioni di questi ambienti sociali si vedrà che alcuni erano trascinati dai loro interessi alla lotta antioperaia; esisteva invece in altri una base obiettiva e anche l'inizio di una tendenza anticapitalistica. E' già stato constatato altrove che storicamente i gruppi sociali intermedi possono talora allearsi alla borghesia, talora, e in presenza di circostanze ben precise, coalizzarsi con il proletariato» (A proposito del fascismo, in Opere II, p. 21).

In seguito, col trasformarsi del fascismo da movimento politico in regime, esso tese a perdere il carattere di movimento autonomo di certi strati sociali intermedi e si saldò strettamente, con la sua stessa organizzazione, alla struttura economica e politica delle classi dirigenti, come strumento di reazione e repressione, ma anche come centro di unità politica delle classi al potere: capitale finanziario, grande industria, agrari. Se politicamente ciò significò una trasformazione reazionaria di tutta la vita del paese e l'oppressione feroce della classe operaia e dei lavoratori in generale, nel campo economico il fascismo diventò strumento di accentramento e di controllo di tutte le ricchezze nelle mani del capitalismo. Così Togliatti ne coglie le caratteristiche essenziali:

«penetrazione del capitale finanziario in tutta la vita economica del paese per tentar di ridurre le contraddizioni interne che facevano ostacolo ad una rapida stabilizzazione; diminuzione feroce dei salari; sfruttamento odioso dei consumatori; tassazione inaudita dei produttori piccolo-borghesi» (ivi, p. 18).

Non potendo qui per brevità riassumere tutte le caratteristiche del fascismo come fenomeno non solo italiano, ma europeo e mondiale, e soprattutto indicarne le complessità dei rapporti politici e fra le classi e sul piano culturale, tuttavia è imprescindibile mostrarne almeno i riflessi in politica estera.

La definizione del fascismo come «dittatura terroristica» portò immediatamente i comunisti a denunciare la minaccia che esso rappresentava per la pace. Così l'abolizione del parlamentarismo e della democrazia borghese, se in politica interna erano il prodotto della lotta contro la classe operaia, in politica estera significavano un «indiscriminato sciovinismo» e la guerra come soluzione inevitabile della corsa alla spartizione imperialistica del mondo.

Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell'azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all'"imperialismo". Questa tendenza è l'espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l'espansione italiana, ma nella quale in realtà l'Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il dominio del mondo» (Gramsci, Tesi di Lione, p. 30).

Queste osservazioni a proposito dell'Italia possono senz'altro essere estese alle diverse forme del fascismo europeo. Si poneva quindi alla Internazionale Comunista e ai partiti comunisti europei l'esigenza di comprendere che, se il fascismo nasceva e si sviluppava dal seno stesso della democrazia borghese, pure la difesa di essa contro la dittatura, si presentava come imprescindibile e anzi come lo strumento necessario per legare al proletariato il ceto medio e contadino, dapprima illuso dal fascismo, ma presto gettato dal capitalismo in condizioni simili a quelle della classe operaia.

In particolare nel VII Congresso dell'Internazionale Comunista, nel 1935, venne individuato il carattere instabile del fascismo e il fatto che esso portasse con sé forti elementi di decomposizione e dissoluzione politica. La parola d'ordine del «Fronte popolare antifascista contro la dittatura e la guerra», indicò nella politica di unità della classe operaia con tutti gli strati sociali avversi al fascismo e all'imperialismo, le basi di quell'azione unitaria che nei fronti nazionali avrebbe portato alla vittoria sul nazifascismo.

Feticismo delle merci

 

(Merce)

Feudalesimo

 

Sistema politico-sociale-economico tipico del Medioevo, fondato su rapporti interpersonali tra il proprietario terriero e la classe lavoratrice in una forma di economia chiusa, basata sull'autoconsumo. Storicamente decaduto con la nascita degli stati nazionali, lasciò tuttavia alcuni ordinamenti tipici che restarono in uso fino alla rivoluzione francese e addirittura all'Ottocento.

Il feudalesimo è contraddistinto dalla presenza di un piccolo numero di grandi proprietari possessori delle terre, dei mezzi di produzione e, parzialmente, degli uomini addetti alla produzione.

Il livello di sviluppo delle forze produttive era caratterizzato essenzialmente dalla capacità di fondere e lavorare il ferro e dallo sviluppo dell'agricoltura e dell'orticoltura.

L'organizzazione statale, la cui forma caratteristica fu il Sacro Romano Impero, era caratterizzata dal dominio congiunto della Chiesa e dei grandi proprietari feudali e si ramificava attraverso l'apparato burocratico gerarchico del vassallaggio.

La dissoluzione del feudalesimo è avvenuta con lo sfasciarsi del Sacro Romano Impero e soprattutto col processo di sviluppo dell'artigianato, del commercio e della navigazione. Ma il fattore determinante è stato l'inizio dell'accumulazione originaria.

L'ulteriore sviluppo della produzione artigianale da un lato e dall'altro, il processo di accumulazione di tipo usuraio del danaro, nonché l'accentramento dei profitti del commercio, determinarono le condizioni per la nascita di una nuova classe sociale, la borghesia, che deteneva il possesso di gran parte del capitale commerciale, del danaro circolante.

L'esigenza di accumulare questo danaro ulteriormente spinse la nuova classe a contrastare i rapporti di produzione feudali e a dare inizio allo sfruttamento del lavoro salariato. Il danaro e la proprietà terriera infatti, per poter essere trasformati in capitale, necessitano della presenza di una massa di lavoratori liberi da rapporti di produzione feudali (Plusvalore).

La formazione di questa massa di «proletari» fu una conseguenza del processo di dissoluzione complessivo della società feudale, in quanto i piccoli e i piccolissimi proprietari terrieri si trovarono impossibilitati a provvedere alla propria sussistenza a causa delle leggi sulle recinzioni e delle espropriazioni dei grandi feudi.

La privazione dei diritti di possesso comune delle terre e del legname spingeva la massa lavoratrice verso la città, dove era costretta a vendere la propria forza-lavoro.

Infine si ricorda che, mentre il passaggio dal feudalesimo al capitalismo fu di tipo economico-espansivo, quello dal capitalismo al socialismo è di tipo politico.

Filosofia

 

Il termine indica, al di là delle infinite variazioni possibili, l'insieme delle riflessioni di tipo razionale svolte nel corso della storia su una serie di problemi, presunti o reali, posti nelle più diverse circostanze.

Nell'ambito della filosofia è stata così trattata una lunga serie di problemi: tra essi, quello della conoscenza (gnoseologia), cioè l'indagine sui limiti e sulla qualità dei modi con cui l'uomo conosce il mondo e lo interpreta; il problema etico-politico, che ricerca la distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male nell'agire personale e nei rapporti interpersonali, includendo in questi ultimi anche il problema dello Stato (autorità, struttura, leggi); il problema metafisico, che include in sé quello ontologico, riguardante la natura degli aspetti immateriali delle cose e delle relazioni tra esse.

Il punto di vista del marxismo sulla filosofia e sui suoi problemi è connesso strettamente al complesso delle questioni generali del materialismo storico e del materialismo dialettico, giacché è proprio partendo da un terreno filosofico, cioè il superamento critico della filosofia classica tedesca e in particolare dell'idealismo hegeliano, che Marx ed Engels giunsero a delineare la propria concezione.

Affrontare quindi il problema della filosofia nel marxismo significa proprio rimandare ai suoi fondamenti, sia da un punto di vista storico, sia ai fini di una comprensione unitaria dei suoi diversi aspetti. Per il marxismo, se una concezione filosofica si forma e si sviluppa sui risultati di tutto il pensiero filosofico anteriore e subisce inoltre l'influenza della situazione culturale e scientifica in cui si situa, essa al con tempo non può essere compresa se non come espressione razionale di una determinata epoca e classe, di cui anzi rappresenta, rispetto ad altri settori della cultura, il lato più consapevole e critico. L'indagine filosofica non è quindi una esercitazione arbitraria di principi staccati dal mondo, ma al contrario costituisce l'espressione più raffinata attraverso cui l'ideologia maschera le contraddizioni sociali reali.

Su questa base il marxismo indica nella filosofia la presenza di una istanza sociale e morale, che in ultima analisi testimonia la politicità (la «partiticità» come dice Lenin) del confronto e dello scontro tra le diverse dottrine filosofiche, sia nel loro rapporto con la società in generale, sia nella loro dialettica interna, dove in particolare l'alternativa tra le concezioni materialistiche e quelle idealistiche ne appare come l'antagonismo direttivo. Alla luce di queste considerazioni possiamo comprendere il significato dell'affermazione di Engels secondo cui «il movimento operaio tedesco è l'erede della filosofia classica tedesca».

Con ciò si intende che il proletariato è l'unica forza capace di risolvere praticamente quelle contraddizioni che in filosofia, apparendo in forma teorica mistificata, non potevano essere superate. In altre parole viene tradotto nella realtà sociale e anzi nella prefigurazione di una nuova società, quella comunista, ciò che nella filosofia si presentava in una veste ideologica. La filosofia viene dunque negata, ma nel senso che il suo superamento è proprio la sua realizzazione (Dialettica), cioè la realizzazione del rovesciamento pratico di ciò che teoricamente nella filosofia appariva mistificato: la società divisa in classi. La frase di Marx «i filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo, ma si tratta di trasformarlo» significa proprio questo: unità tra l'interpretazione e la conoscenza del mondo e la sua trasformazione, unità tra teoria e pratica (Prassi o pratica). E ciò nel duplice senso che da una parte si giunge al movimento rivoluzionario, come ciò che determina il cammino del mondo e dall'altra alla liberazione dalle gabbie della metafisica di ciò che permette ad esso di procedere: una concezione scientifica sia del mondo umano che di quello naturale.

Ciò del resto rappresenta proprio il percorso teorico di Marx ed Engels: dall'esame critico dell'idealismo hegeliano e del materialismo ingenuo di Feuerbach al loro superamento nella critica dell'economia politica e nella fondazione di una teoria delle classi e della rivoluzione.

Comprendere il valore filosofico del marxismo allora significa vedere nella filosofia non più una metafisica coincidente con tutto l'ambito del sapere, una scienza delle scienze. Storicamente dalla filosofia si sono venute staccando, rendendosi autonome, per metodo e per oggetto di indagine, le varie discipline scientifiche. Il campo della filosofia si è così ristretto a vantaggio delle scienze positive. E' quello che intende Engels quando afferma:

«Da ogni parte ormai non si tratta più di escogitare dei nessi nel pensiero, ma di scoprirli nei fatti. Alla filosofia, cacciata dalla natura e dalla storia, rimane soltanto il regno del pensiero puro, nella misura in cui esso continua a sussistere: la dottrina delle leggi del processo del pensiero: la logica e la dialettica» (Engels, Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, pp. 76-77).

La filosofia cioè non viene intesa come una costruzione che pretende di dare un quadro completo e definitivo della natura e del mondo; non è un sistema arbitrario di leggi.

«Insomma non è più una filosofia, ma una semplice concezione del mondo che non ha da trovare la sua riprova e la sua conferma in una scienza della scienza per sé stante, ma nelle scienze reali. La filosofia dunque è qui "superata", cioè "insieme sorpassata e mantenuta", sorpassata quanto alla sua forma, mantenuta quanto al suo contenuto reale» (Engels, Antidühring, p. 147).

E' questo il significato della «fine della filosofia» affermata da Marx ed Engels. Fine di una forma storica della filosofia e rifondazione di essa come concezione unitaria del mondo naturale e umano, a partire dalla definizione materialistica del rapporto uomo-natura e dalla concezione dialettica dei processi di conoscenza della natura e delle forme di intervento su di essa. Di qui la nozione di materialismo dialettico, come istanza critica che si radica nelle scienze, di cui coglie il carattere unitario, dando una dimensione storica al loro sviluppo, ponendole in collegamento con le altre manifestazioni teoriche e soprattutto liberando le loro metodologie da ogni contaminazione idealistica, che nega le condizioni e i presupposti necessari alla loro stessa esistenza. Una concezione del mondo veramente unitaria (Monismo), cioè che sappia allora risolvere, almeno tendenzialmente, la frattura tra «scienze umane» e «scienze della natura» e che, in prospettiva, si ponga come nucleo dinamico di una cultura in cui il sapere scientifico si medi con la conoscenza e il linguaggio comuni. Definendo i caratteri di quella «filosofia spontanea» del senso comune, per cui «tutti gli uomini sono filosofi», Gramsci poneva così la questione:

«Avendo dimostrato che tutti sono filosofi, sia pure a modo loro, inconsapevolmente, perché anche solo nella minima manifestazione di una qualsiasi attività intellettuale, il "linguaggio", è contenuta una determinata concezione del mondo... è preferibile "pensare" senza averne consapevolezza critica... cioè "partecipare" a una concezione del mondo "imposta" meccanicamente dall'ambiente esterno, e cioè da uno dei tanti gruppi sociali nei quali ognuno è automaticamente coinvolto fin dalla sua entrata nel mondo cosciente... o è preferibile elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente... scegliere la propria sfera di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo» (Quaderni del Carcere, pp. 1375-1376).

Il marxismo pone le premesse per una concezione del mondo che assicuri da un lato lo sviluppo della scienza in stretto rapporto con il linguaggio e il senso comune, ma che dall'altro assicuri che questo si costruisca su di una base razionale e scientifica, contro le tentazioni dell'arbitrio, delle credenze e dell'idealismo. In ciò soprattutto sta la necessità di una «filosofia della prassi» come espressione critica e rivoluzionaria, come strumento per la liberazione degli uomini.

Riferirsi a una concezione del mondo unitaria non vuol dire tuttavia concepire il marxismo come in sé compiuto, ma anzi necessariamente occorre coglierne il carattere dinamico, aperto, sia nel senso di un costante riferimento creativo alla pratica concreta, sia come concezione che accoglie al suo interno i nuovi risultati delle scienze, ponendoli tra di loro in collegamento. E ciò anche evidentemente per quanto riguarda la comprensione critica dello sviluppo delle diverse correnti filosofiche dopo Marx, nell'Ottocento e nel Novecento, a partire dallo stesso positivismo, sino agli indirizzi neopositivistici, esistenzialistici e del pragmatismo.

Di essi, senza farne oggetto di un indiscriminato giudizio negativo, occorre cogliere le rilevanti influenze non solo nella cultura ma nella società in generale e soprattutto individuare gli orientamenti ideali di un pensiero borghese che, nelle sue diverse forme, trova nel confronto col marxismo le ragioni del proprio sviluppo. Non si tratta di operare mediazioni tra concezioni peraltro inconciliabili, quanto piuttosto di compiere un esame critico, ai fini di eventuali nuove acquisizioni, specialmente per quanto riguarda determinati ambiti della ricerca teorica moderna.

Filosofia della prassi

 

E' il termine con cui Gramsci indicava la dottrina di Marx. Probabilmente Gramsci non usava il termine «marxismo» per non incorrere nella censura; tuttavia la stessa scelta di questa parola e l'impostazione che Gramsci diede al suo sforzo per «liberare» il marxismo dalle interpretazioni errate, che ne impedivano lo sviluppo, conferiscono un interesse particolare a questo concetto.

Infatti, secondo Gramsci, una delle caratteristiche essenziali della «filosofia della prassi» è lo sforzo di «unificare il movimento pratico e il pensiero teorico» in quello che egli definiva uno «storicismo assoluto», cioè in una concezione che assegnasse alle ideologie un significato determinato in relazione alla struttura economica; una delle novità più importanti del marxismo nei confronti delle precedenti filosofie consiste, dunque, secondo Gramsci, nell'aver instaurato una concezione unitaria in cui «Tutto è politica, anche la filosofia o le filosofie e la sola "filosofia" è storia in atto, cioè la vita stessa»

Inoltre «il carattere della filosofia della prassi è specialmente quello di essere una concezione di massa, una cultura di massa che opera unitariamente …». Si tratta cioè di un fenomeno nuovo, che fa sì che il marxismo debba considerarsi come autonomo nei confronti delle filosofie precedenti.

Fisiocrazia

 

E' la prima teoria che analizza la produzione capitalistica considerando le leggi proprie della produzione come date dalle condizioni in cui il capitale viene prodotto e produce. Il principale esponente della fisiocrazia fu F. Quesnay, che viene anche considerato il fondatore della scuola chiamata dei «fisiocrati» (o fisiocratici) che si diffuse particolarmente in Francia nella seconda metà del '700, La sua opera principale fu il Tableau économique (Quadro economico).

I fisiocratici attribuivano l'esistenza di valore e di plusvalore unicamente alla produzione agricola. L'indagine economica svolta dagli esponenti di questa teoria inizia dal sistema economico produttivo, immaginandolo autonomo e indipendente dalla circolazione e dallo scambio. Fu una concezione che si contrappose al sistema monetario e mercantilista, riconoscendo lo scambio non tra uomo e uomo, ma unicamente tra uomo e natura. L'industria, secondo i fisiocratici, è considerata unicamente come una parte improduttiva del sistema economico, come una semplice appendice dell'agricoltura. La condizione originale dello sviluppo del capitale è la contrapposizione della terra - come condizione originaria ed autonoma del lavoro, nelle mani di una classe particolare - al lavoro libero. Anche i fisiocratici più aperti, che rivolsero la loro attenzione alla circolazione del prodotto divenuto merce (ma solo in quanto espressione di lavoro in generale), ritennero che il valore assunto fosse importante non per la sua forma, ma per la sua dimensione, e che il profitto derivante dalla circolazione dei beni non fosse che un profitto relativo. Secondo Marx i fisiocratici

«hanno innanzitutto il grande merito di risalire dal capitale commerciale, che esercita la sua funzione esclusivamente nella sfera della circolazione, al capitale produttivo, in contrapposizione al sistema mercantilistico, che col suo grossolano realismo costituisce la vera e propria economia volgare di quel tempo» (Il Capitale, libro III, p. 895).

Tuttavia essi, individuando nella rendita fondiaria l'unica, o almeno l'essenziale, fonte del plusvalore e nella produzione agricola non solo il fondamento dell'economia, ma l'unica attività umana veramente produttiva, non riuscirono ad analizzare le leggi che, proprio nel periodo di maggiore diffusione delle loro teorie, iniziavano a caratterizzare lo sviluppo del modo di produzione capitalistico (Accumulazione originaria). La sottovalutazione dell'importanza della produzione industriale moderna e l'incomprensione della natura del capitale industriale possono, in un certo senso, essere considerati come i limiti fondamentali della fisiocrazia.

Se i fisiocratici furono, secondo l'espressione di Marx, «di fatto i primi portavoce sistematici del capitale», la scuola classica dell'economia politica, attribuendo maggiore importanza alla funzione dell'industria e svolgendo l'analisi del lavoro in modo più coerente con lo sviluppo effettivo del capitalismo, ne fu la comprensione, e spesso la giustificazione, teorica.

Formazione economico sociale

 

E' il complesso dei modi e dei rapporti di produzione, delle corrispondenti forme giuridiche e politiche, delle ideologie e degli aspetti culturali in genere che contraddistinguono una società nel suo insieme e nel suo movimento. La nozione di formazione economico-sociale è tra le più generali - nel senso di comprendere al proprio interno un gran numero di elementi costitutivi - di quelle utilizzate da Marx (Totalità). Non è dunque sinonimo di struttura, di base economica, come venne spesso interpretata dai teorici della II Internazionale, ma vuole indicare l'intera sfera dei fenomeni che «marcano» un'epoca storica; con la formazione economico-sociale contrassegnata dal modo di produzione capitalistico si chiude, secondo Marx, «la preistoria della società umana».

Il riferimento alla formazione economico-sociale avrebbe dovuto evitare le superficiali interpretazioni del marxismo in termini di privilegio assoluto per la base economica. In diverse lettere scritte nei primi anni del 1890, Engels denunciava che la trascuratezza nei confronti di questa categoria, non solo economica (Categorie economiche), aveva portato a sovrasemplificazioni inaccettabili, ad appiattimenti e distorsioni positivistiche dei reali rapporti esistenti tra i diversi fattori che costituivano una formazione economico-sociale; Antonio Labriola, nel 1896, criticava quanti credevano che sarebbe bastato «mettere in evidenza il solo momento economico» per liberarsi del resto «come inutile fardello, di cui gli uomini si fossero caricati a capriccio»; Lenin utilizzò in concreto il concetto di formazione economico-sociale sia nella polemica contro il sociologismo populistico di Mikhailovskij, sia contro le tendenze di Kautsky a «... eludere la realtà dell'imperialismo e a evadere nel sogno di un ultraimperialismo che non si sa se sia realizzabile o no». Nel caso specifico l'errore consisteva nel privilegiare fuori misura il ruolo delle forze produttive nel processo rivoluzionario; denunciandolo Lenin ribadiva la necessità di un riferimento concreto alla totalità espressa dalla formazione economico-sociale.

Forza-lavoro

 

E' la merce il cui valore d'uso ha la proprietà di costituire la fonte di valore di scambio; ossia è la merce che, una volta acquistata da chi possiede il denaro necessario per farlo, produce una quantità di denaro superiore a quella spesa per il suo acquisto. Nella circolazione del denaro, espressa dalla formula D-M-D, si verifica il fatto che D' è maggiore di D: è quindi aperto il problema sull'origine di questa differenza, di questo plusvalore, che non può essere spiegata all'interno del processo di circolazione. Per usare le parole di Engels:

«il cambiamento del valore del denaro ... non può avvenire nello stesso denaro poiché nell'acquisto esso non fa che realizzare il prezzo della merce, e d'altra parte, finché esso rimane denaro, non muta la sua grandezza di valore, e nella vendita ugualmente fa ritornare la merce soltanto dalla sua forma naturale alla sua forma di denaro. Dunque il cambiamento deve avvenire nella merce del D-M-D; ma non nel valore di scambio di essa, perché vengono scambiati ... equivalenti, bensì esso può derivare soltanto dal valore d'uso della merce come tale, cioè dal suo consumo» (Studi sul Capitale, p. 44).

Questa merce è appunto la forza-lavoro; per acquistarla bisogna che essa sia reperibile sul mercato, vale a dire che ci siano persone disposte a venderla. «Poiché ambedue, il compratore e il venditore, come contraenti sono persone giuridicamente uguali bisogna che la forza lavoro sia venduta soltanto temporaneamente»; in caso contrario il venditore stesso sarebbe trasformato in merce.

Per aggiungere al denaro un plusvalore, cioè per trasformarlo in capitale, è perciò necessaria la disponibilità di lavoratori «liberi», nel senso che possano vendere la propria forza-lavoro. Da notare che il rapporto tra venditori e compratori di questa merce non è un rapporto comune a tutte le epoche, ma un rapporto «prodotto di molti rivolgimenti economici». Come tutte le merci la forza-lavoro ha un valore di scambio che si basa sul valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione di una normale capacità lavorativa, sulle spese per la famiglia in quanto strumento per la riproduzione dei venditori di merce, sulle spese di istruzione necessarie per la forza-lavoro più qualificata. I calcoli sono in funzione delle condizioni specifiche di ogni paese in un dato momento storico; in ogni caso trovano un limite minimo nel valore dei «mezzi di sussistenza fisiologicamente indispensabili», al quale già risulta compromessa la normale capacità lavorativa.

La forza-lavoro non va confusa con il lavoro che è l'applicazione concreta delle capacità e delle energie umane in uno specifico processo. La forza-lavoro è il patrimonio di attitudini fisiche e intellettuali di cui il lavoratore dispone: egli vende queste a un prezzo variabile - il salario - e non il lavoro.

L'uso della forza-lavoro «è allo stesso tempo il processo di produzione di merce e di plusvalore», perciò nella logica del capitalismo essa non può essere considerata che astrattamente divisa dall'uomo che la possiede; questo, commentava il giovane Marx in tempi ancora lontani dall'indagine scientifica del Capitale, è un oggetto che viene lasciato «alla giustizia criminale, ai medici, alla religione, alle tabelle statistiche, alla politica e agli abissi dell' accattonaggio».

Forze produttive

 

Sono costituite da tutti gli elementi necessari al processo di produzione: i mezzi di produzione, la ricerca scientifica e l'avanzamento tecnologico che ne migliorano la qualità e l'uso, l'organizzazione del lavoro in fabbrica e nei singoli settori produttivi, e naturalmente dalla forza-lavoro senza la quale non si avrebbe alcuna produzione.

Tra le forze di produzione e rapporti di produzione esistono reciproche interferenze di grande complessità e di importanza decisiva; infatti nel corso del loro sviluppo le prime determinano nuove situazioni all'esterno del loro campo specifico che possono riguardare in larga misura i rapporti di produzione fino al punto di disporsi in modo antagonistico nei confronti di questi.

L'importanza delle forze di produzione è già sottolineata nell'Ideologia tedesca, scritta nel 1845-46: il loro livello di sviluppo, dice Marx, «condiziona la situazione sociale» per cui uno studio scientifico, non ideologico della storia deve essere costantemente «in relazione con la storia dell'industria e dello scambio» dove si può osservare l'insorgere delle contraddizioni tra le forze produttive e i rapporti sociali nei vari periodi storici. Ancora, nel Manifesto, scritto dieci anni dopo, il passaggio dal modo di produzione feudale a quello capitalistico è descritto nei termini di contraddizione tra le forze e i rapporti di produzione come un evento verificatosi quando

«L'organizzazione feudale dell'agricoltura e della manifattura, in una parola i rapporti feudali di proprietà, non corrisposero più alle forze produttive già sviluppate. Quelle condizioni, invece di favorire la produzione, la inceppavano. Esse si trasformavano in altrettante catene. Dovevano essere spezzate, e furono spezzate» (p. 32).

In modo analogo le forze produttive del nostro tempo «non giovano più a favorire lo sviluppo dei rapporti della proprietà borghese, esse sono diventate troppo potenti per tali rapporti sicché ne vengono inceppate».

Successivamente le conseguenze e le modalità dello sviluppo delle forze produttive furono ampiamente studiate in molteplici occasioni sia da Marx stesso che da altri. La loro importanza nei confronti del modo di essere della società è facilmente intuibile anche se si pensa soltanto a ciò che hanno comportato certe scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche: esse hanno eliminato o radicalmente mutato interi settori dell'industria sostituendo i vecchi macchinari con altri infinitamente più potenti e redditizi, cambiato le fonti e le forme dell'energia utilizzata, annullato l'uso di certe materie prime e adottato l'uso di altre, introdotto l'automazione, ecc. Questi cambiamenti hanno sconvolto l'organizzazione del lavoro, creato nuovi mercati, alterato gli equilibri tra un settore e l'altro dell'economia, imposto la necessità di nuove leggi, prodotto nuovi strati sociali, determinato la politica estera degli Stati, stimolato la nascita di nuove ideologie.

Tutto ciò ha portato taluni a ritenere lo sviluppo di queste due forze produttive sufficiente di per se stesso a capovolgere i rapporti di produzione; questa tesi appare però alquanto schematica se si tien conto dei nessi tra le varie forze produttive nel loro insieme e, in particolare, del ruolo della forza-lavoro intesa qui nella sua concreta presenza di movimento organizzato dei lavoratori.

Frazione

 

Gruppo organizzato su principi teorici e spesso con una disciplina autonoma, interno a un preesistente partito o movimento politico, con la prospettiva di formare un partito autonomo.

Nel linguaggio politico attuale è usato in un duplice senso: positivo per indicare il periodo di formazione del partito comunista, negativo perché a loro volta i partiti comunisti hanno combattuto, espellendoli, i frazionisti. Infatti il partito bolscevico si formò da una frazione (detta appunto bolscevica, cioè di maggioranza) del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo) organizzata sui principi politici forniti da Lenin nel Che fare?; lo stesso PCI si costituì a Livorno nel 1921 da una frazione del PSI.

Le frazioni sono distinte dalle correnti e sono state combattute nella storia del movimento operaio poiché, secondo gli stessi principi indicati da Lenin, all'interno di un partito comunista eventuali minoranze non possono coagularsi su linee politiche alternative.

Frazionismo

 

E' l'attività tendente a organizzare gruppi autonomi all'interno di un partito.
I partiti comunisti dell'Europa Occidentale, in particolare quello italiano e francese, sono sorti, anche in seguito a un'indicazione fornita dalla Terza Internazionale, come frazioni di stretta osservanza marxista all'interno dei vecchi partiti socialisti riformisti.

I gruppi trotskisti si propongono di svolgere attività frazioniste all'interno dei più grandi partiti comunisti con la denominazione particolare di entrismo.
L'applicazione del metodo del centralismo democratico impedisce il frazionismo.

Fronte

 

Schieramento politico unitario realizzato da più partiti, movimenti politici o forze sociali sulla base di un programma e di obiettivi comuni, per far fronte e sconfiggere il nemico principale in una determinata situazione storica e politica. Storicamente il fronte è lo strumento attraverso il quale il partito comunista costruisce un vasto sistema di alleanze nella lotta contro il nemico di classe.

Alla base quindi della politica di fronte stanno i problemi storici dell'egemonia e della direzione della classe operaia sugli altri strati sociali, del ruolo primario dell'alleanza coi contadini, della capacità cioè da parte di un partito rivoluzionario di saper determinare, in ogni momento e col mutare delle situazioni concrete, le forme e i contenuti tattici attraverso cui la strategia rivoluzionaria può avanzare. Ciò significa rispondere all'esigenza fondamentale di tracciare una linea precisa tra amici e nemici in ogni fase storica ed elaborare metodi corretti per unire tutte le forze che possono essere unite, per isolare e combattere l'avversario di classe.

Fronte nazionale

 

Con questo termine si indicarono quelle coalizioni che in molti paesi europei, sia occidentali che orientali, si formarono durante la seconda guerra mondiale, radunando i partiti politici democratici e le forze sociali impegnate nella lotta antifascista e antinazista. Tale politica, che prese anche altre denominazioni come «fronti della patria», rappresentava la continuazione e l'estensione della politica di «fronte popolare» in funzione antifascista, lanciata dall'Internazionale Comunista in una situazione in cui, rivelatasi la reale funzione reazionaria e antinazionale della borghesia monopolistica, il fronte degli avversari non solo del fascismo, ma della stessa grande borghesia e dell'imperialismo, poteva abbracciare anche forze intermedie, di piccola e media borghesia urbana, di contadini piccoli e medi proprietari e delle proprie rappresentanze politiche. La realizzazione di questi vasti schieramenti fu alla base della lotta di liberazione nazionale e del successo della Resistenza in Europa e in particolare in Italia, dove la lotta contro il fascismo fu diretta da un Comitato di Liberazione Nazionale, che raccoglieva tutte le forze comuniste, socialiste, cattoliche e democratiche. Nei Fronti nazionali il programma comune assunto dalle forze partecipanti si fondava essenzialmente sull'obiettivo della ricostruzione nazionale e del ripristino delle libertà democratiche e della pace. Pure, attraverso la lotta per questi obiettivi, maturavano già le condizioni per una fase successiva della lotta contro le basi stesse del potere della borghesia monopolistica, come concretamente avvenne poi in alcuni paesi dell'Europa orientale.

Fronte popolare

 

Parola d'ordine lanciata dal VII Congresso dell'Internazionale Comunista (Internazionale) nel 1935, sulla base di alcune esperienze, già verificatesi precedentemente in Europa e in particolare in Francia, di unità e di alleanza con tutte le forze antifasciste. Essa rappresentava l'applicazione in forme nuove della tattica di fronte, i cui caratteri vengono ridefiniti in funzione della possibilità di coalizzare, attorno al proletariato, vasti strati di piccola e media borghesia urbana e rurale e i partiti che ne rappresentano gli interessi, che sempre più venivano a trovarsi in aperto conflitto con la grande borghesia monopolistica. Per mezzo di questa tattica e dei suoi due contenuti fondamentali - lotta contro il fascismo e contro la guerra - si poneva ai comunisti non il compito immediato della conquista del potere, ma quello dell'abbattimento del fascismo, quale condizione per l'avanzamento verso la rivoluzione proletaria. La lotta per la democrazia e per la creazione di un governo che «pur non essendo ancora il governo della dittatura del proletariato si incarichi di applicare delle misure decise contro il fascismo e contro la reazione» si presentava dunque come l'indispensabile compito storico, come tappa cioè non di semplice restaurazione della democrazia borghese, ma di creazione di un terreno più favorevole, di una democrazia progressiva, che rompesse i legami con il monopolismo e l'imperialismo e che preparasse la rivoluzione. Così Dimitrov nel suo rapporto al VII Congresso dell'Internazionale Comunista descrive le caratteristiche principali del fronte popolare:

«Per la mobilitazione delle masse lavoratrici contro il fascismo è in particolar modo importante la creazione di un largo fronte popolare antifascista sulla base del fronte unico proletario. Il buon successo di tutta la lotta del proletariato è strettamente connesso all'alleanza di combattimento del proletariato con i contadini lavoratori e con le masse fondamentali della piccola borghesia urbana, che costituiscono la maggioranza della popolazione anche nei paesi industrialmente più sviluppati» (Rapporto al VII Congresso, in AA.VV., L'Internazionale e il fascismo, p. 69).

Si poneva quindi ai comunisti la necessità di comprendere la natura delle forze e degli strati sociali che di volta in volta potevano far parte del fronte, le contraddizioni che al suo interno continuavano a sussistere e a operare. Al di fuori di ciò, il fronte popolare rischiava di rimanere un principio astratto o la realizzazione di un blocco senza principi. L'egemonia e la direzione del fronte da parte della classe operaia (che si sintetizza nella frase «costruire il fronte popolare sulla base del fronte unico proletario») era allora la condizione che garantiva il legame tra la conquista del potere e gli obiettivi parziali per il suo avvicinamento: isolamento del fascismo e della grande borghesia, realizzazione di misure che ne intaccavano la forza, difesa e miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse, unità e rafforzamento della classe operaia. Non si trattava quindi di assumere da parte del proletariato un programma piccolo borghese, ma al contrario di inserire nel programma rivoluzionario le rivendicazioni popolari.

«Ciò che è fondamentale, che ha importanza decisiva per la costituzione del fronte popolare antifascista, è l'azione risoluta del proletariato rivoluzionario in difesa delle rivendicazioni di questi strati e in modo particolare dei contadini lavoratori, rivendicazioni che hanno attinenza con gli interessi fondamentali del proletariato e che devono essere coordinate, nel corso della lotta, con le rivendicazioni della classe operaia. E' di grande importanza nella creazione del fronte popolare antifascista avere un giusto atteggiamento verso le organizzazioni e i partiti ai quali appartengono in numero considerevole i contadini e le masse fondamentali della piccola borghesia urbana» (ivi, p. 70).

Politicamente il fronte popolare si espresse attraverso la ricerca dell'unità in particolare con la socialdemocrazia, le cui responsabilità nell'avvento del fascismo in Europa non escludevano però la possibilità di un'azione e di un programma comuni. Ciò rappresentava per l'Internazionale Comunista un'evidente autocritica rispetto al giudizio settario precedentemente espresso dai comunisti sui partiti socialdemocratici.

Le più significative esperienze storiche del fronte popolare da quelle spagnola e francese del 1936 e poi dei Fronti nazionali contro il nazifascismo, fino a quella italiana (dal patto di unità d'azione con il PSI del 1934, fino alla politica unitaria nel Comitato di Liberazione Nazionale e all'esperienza del Fronte Democratico Popolare, nell'Italia post-bellica delle elezioni del 1948) dimostrano proprio come il rapporto con i partiti socialdemocratici e riformisti sia l'asse su cui misurare la capacità di una coerente linea di fronte di evitare gli opposti errori che la riducono o a un patto interclassistico senza principi, o all'opposto a un'affermazione di principio incapace di una concreta presa sulla realtà storica e politica e sui rapporti tra le classi.

Fronte unico

 

Linea politica che individua nell'unità della classe operaia e nelle sue organizzazioni, sindacali e politiche, lo strumento essenziale nella lotta contro la borghesia e il sistema capitalistico. La necessità di realizzare un fronte unico proletario fu sostenuta dalla III Internazionale (Internazionale) fin dai suoi primi congressi. In particolare nell'«appello per il fronte unico» lanciato dall'esecutivo della III Internazionale (o Internazionale Comunista) il l° gennaio 1922, viene individuata come centrale la battaglia dei partiti comunisti per estendere la loro influenza fino a conquistare la maggioranza della classe operaia. Il IV congresso (novembre-dicembre 1922) ratificò questa politica, indicandone la validità generale. Il fronte unico, determinando come principale la necessità di unire la classe operaia sul terreno concreto della lotta per il miglioramento delle proprie condizioni, veniva visto come il mezzo per sottrarre il proletariato all'influenza socialdemocratica, cattolica e di altri partiti borghesi e sconfiggere ogni tendenza revisionistica (Revisionismo). Con esse occorreva misurarsi sul terreno concreto dell'influenza e dell'azione tra le masse, per mostrare la rispondenza del programma comunista agli interessi della classe operaia e al tempo stesso il cedimento e l'attendismo del riformismo verso la borghesia. L'unità in un fronte unico del proletariato si presentava come la condizione per poi unire attorno ad esso, attraverso la funzione dirigente del partito comunista, gli altri strati sociali oppressi e costruire una salda egemonia sui contadini e sulla piccola borghesia.

In seno all'Internazionale Comunista la discussione si sviluppò sui compiti del fronte unico nel campo sindacale e sulla possibilità che esso potesse, in determinate condizioni concrete, svilupparsi prevalentemente dal basso, cioè tra gli operai e gli altri lavoratori e come in ogni caso non dovesse ridursi all'unità dei vertici, dall'alto dei partiti politici, ma fondarsi su una reale unità nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nelle strutture territoriali di base. L'avvento al potere del fascismo in Europa impegnò i comunisti in uno sforzo di analisi e di comprensione delle radici di classe del fenomeno e del problema complesso delle forze sociali che di esso erano al contempo espressione e matrice. La linea del fronte unico ricevette uno sviluppo nuovo e anzi venne posta come la base necessaria per una più vasta politica di unità attraverso il Fronte popolare antifascista.

«Il fronte unico del proletariato e il fronte popolare antifascista sono connessi dalla viva dialettica della lotta, si intrecciano, passano l'uno nell'altro nel corso della lotta pratica contro il fascismo e non sono per nulla separati da una muraglia cinese. Infatti non si può pensare seriamente che la realizzazione del fronte popolare antifascista sia possibile senza l'unità di azione della classe operaia, che è la forza motrice di questo fronte popolare. D'altra parte, l'ulteriore sviluppo del fronte unico proletario dipende in grande misura dalla sua trasformazione in fronte popolare contro il fascismo» (Dimitrov, Rapporto al VII Congresso, in AA.VV., L'Internazionale e il fascismo, p. 68).

Dei compiti dei comunisti e del fronte unico così Dimitrov diede una sintesi:
«La difesa degli interessi immediati economici e politici della classe operaia, la difesa della classe operaia contro il fascismo: ecco quale deve essere il punto di partenza, ecco che cosa deve costituire il contenuto fondamentale del fronte unico in tutti i paesi capitalistici... La creazione di organi di classe non di partito, è la forma migliore per attuare, estendere e rafforzare il fronte unico tra gli strati più profondi delle grandi masse. Questi organi saranno anche la barriera più efficace contro tutti i tentativi degli avversari del fronte unico di spezzare l'unità di azione della classe operaia» (ivi, pp. 67, 69).

Fronte unito

 

Con tale termine si intende genericamente il contenuto della politica di fronte indicata dall'Internazionale Comunista fin dai suoi primi congressi; storicamente esso indica l'originale specificazione di tale linea operata dal Partito Comunista Cinese nella realtà semifeudale e semicoloniale della Cina. Mao (Maoismo) delineò una serie di formulazioni teoriche sul fronte unito che costituiscono l'arma decisiva con cui il popolo cinese sconfisse l'imperialismo e le forze reazionarie, in particolare durante l'aggressione giapponese.

Oltre a fornire anche valide indicazioni sui problemi delle alleanze e dell'egemonia per i paesi a capitalismo avanzato, queste formulazioni rappresentano uno strumento generale per le lotte di liberazione nazionale nei paesi coloniali e semifeudali (Feudalesimo).
Il problema fondamentale che si poneva in Cina era su quali forze realizzare l'egemonia del proletariato, su quale piano essa doveva avvenire. Mao indicò come - in seno al fronte unito - senza l'alleanza fondamentale tra operai e contadini, senza l'egemonia della classe operaia su quella contadina, fosse impossibile costruire l'alleanza con gli altri strati sociali antimperialisti e progressisti. Il problema era quello di tracciare una linea precisa tra gli amici e i nemici, e di elaborare metodi corretti per unire tutte le forze che potevano essere unite, per isolare il nemico. Nella fase della rivoluzione democratica i nemici della rivoluzione cinese erano l'imperialismo, il feudalesimo e il capitalismo burocratico asservito allo straniero. Solo sulla base della vittoria di questa rivoluzione il popolo cinese poteva passare alla rivoluzione socialista. In questa fase gli strati e le classi che potevano prendere parte al fronte unito erano vasti: vi erano inclusi non solo la classe operaia e i contadini, ma anche la piccola borghesia e in certi periodi e in certa misura anche la borghesia nazionale e tutte le forze patriottiche.

Il motivo per cui era necessario conquistare la borghesia nazionale consisteva nel fatto che in questa fase essa manteneva un'influenza politica e svolgeva una funzione - sia economica sia culturale - progressiva e antifeudale. Essa era in contraddizione con l'imperialismo e la burocrazia capitalistica, ma se non conquistata al fronte unito sarebbe passata alla causa del nemico; era una forza vacillante e timorosa, ciò che rendeva necessaria la sua direzione da parte dei comunisti e della classe operaia. Misura che si espresse politicamente nell'alleanza con il Kuomintang, cioè il partito nazionalista che rappresentava gli interessi della borghesia cinese in contrasto con l'imperialismo. Di qui anche la necessità che il Partito Comunista Cinese mantenesse nel fronte unito l'indipendenza politica, ideologica e organizzativa.

Contro le linee di destra che si riassumevano nella parola d'ordine «Tutto per il fronte unito, tutto attraverso il fronte unito», Mao affermò il principio dell'«unità nella lotta» e della direzione della classe operaia, sulla base dell'alleanza fondamentale coi contadini. Nel fronte unito il partito deve combinare l'alleanza e la lotta, l'unità e l'egemonia. Così o il Partito Comunista Cinese sarebbe riuscito a conquistare le forze di centro della borghesia nazionale, isolando la destra reazionaria e asservita all'imperialismo, o la borghesia nazionale sarebbe passata alla destra capitolando all'imperialismo e rendendo più difficile la lotta antigiapponese.

Frontismo

 

Tattica di un partito, movimento o in generale forza organizzata di una classe sociale che lega a sé, sulla base di un programma politico, partiti o strati sociali ad essa omogenei, costituendo così un fronte comune contro l'avversario principale.

Nell'uso comune e di certa pubblicistica col termine di frontismo si suole indicare l'esperienza storica concreta di unità d'azione dei partiti comunisti con le altre forze della sinistra in Italia e in altri paesi europei, generalmente allo scopo di indicarne gli errori e i limiti, individuati - a seconda della provenienza delle critiche - o in uno sterile esercizio diplomatico e interclassistico che dimentichi l'obiettivo rivoluzionario della dittatura del proletariato, o all'opposto in un'operazione strumentale e tatticistica che dietro l'affermata esigenza unitaria porti avanti fini e disegni propri solo dei comunisti; oppure ancora nell'incapacità di estendere tale sistema di alleanze dalle sole forze di sinistra e popolari a organizzazioni che, estranee alle tradizioni e alle esperienze delle battaglie politiche e ideali per la democrazia e il socialismo, pure vengono ritenute atte a dare un contributo positivo verso questi obiettivi.

Più rigorosamente e proprio per precisare l'importanza di una puntuale analisi storica dei limiti e degli errori teorici e pratici delle diverse attuazioni della politica di fronte e di tutti i problemi ad essa connessi, occorre individuare nell' esperienza storica dei fronti, dalla nascita dell'Internazionale Comunista fino alla situazione politica odierna, l'esigenza della ricerca delle forme più adatte per passare o avvicinarsi alla rivoluzione socialista, dei problemi cioè della transizione al socialismo in Occidente.

Solo così, attraverso il leninismo e il pensiero di Gramsci, la questione delle alleanze, il problema della funzione egemonica (Egemonia) e unitaria al tempo stesso dei partiti comunisti all'interno dei fronti, del legame tra tattica frontista e strategia per il socialismo, possono essere compresi nel loro significato storico e critico.